Londonderry

Londonderry
Showing posts with label guerrera. Show all posts
Showing posts with label guerrera. Show all posts

Thursday, January 5, 2012

Don't miss this piece, 05/01/2012


I sette pezzi di cose estere oggi che dovreste leggere.

1)“Una sfida lacerante tra le due anime dei conservatori”. Dopo la vittoria risicata di Romney in Iowa, Mario Platero sul Sole 24 Ore analizza una cosa risaputa da tempo, ma con buoni approfondimenti soprattutto alla luce della prima fermata delle primarie, ossia le profonde divisioni all’interno dei conservatori, difficilmente sanabili prima delle presidenziali 2012. Sulla stessa linea Massimo Gaggi sul Corriere con “Pragmatici contro ideologici. La destra Usa si è spaccata”.

2)“Giochi di guerra. La Cina sfodera il missile ‘killer delle portaerei’”. Il corrispondente dalla Cina del Corriere della Sera, Marco del Corona, parla del Dongfeng 21D, il missile balistico in grado di colpire un obiettivo in navigazione, che potrebbe rivelarsi una spina nel fianco della flotta Usa nel Pacifico. Segno della militarizzazione sempre più marcata della Cina nel Pacifico, dopo la prima portaerei Varyag, lanciata recentemente.

3)“In Pakistan guerra intestina tra Talebani”, scrive Alessandro Speciale sul Riformista. Premessa: in Pakistan la situazione è da parecchi mesi ormai sul punto di esplosione, tanto che oramai si parla di “dialogo” pure per i taliban pachistani, oltre a quelli afgani. Ora però c’è la guerra tra talebani stessi. Anche questa una notizia non nuovissima, ma comunque ben analizzata da Speciale: “Scontri tra fazioni e con l'esercito di Islamabad. La popolazione civile insorge. Il Mullah Omar cerca la riunificazione chiamando alle amai contro la Nato”.

4)“L'altra Africa, il Continente della speranza”. L’inchiesta del sempre puntuale Pietro Veronese su Repubblica sulla crescita del Continente Nero, nonostante guerre, soprusi e carestie. Anche questa notizia risaputa, ma Veronese la spiega bene: “Più mercato, più banche, più ricchezza. E un Pil destinato ad aumentane del 5,8%nel 2012. È l'altra faccia del continente nero”.

5)“Sanzioni all'Iran. Ora la Ue discute lo stop al petrolio”. Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera anticipa una mossa già discussa negli ultimi mesi, ormai rimasto l’unico appiglio per Teheran, perché il resto sembra andare tutto a rotoli, compresa una marcata svalutazione della valuta. Avvertenza: pezzo poco di analisi, molto news con una spruzzata di diplomazia.

6)“Ecco quanto costa l'apertura di Obama a fratellanza e talebani” di Daniele Raineri sul Foglio. Pezzo a tratti un po’ troppo volatile, forse tagliato decisamente rispetto all’originale, ma comunque interessante, almeno nella sua prima parte.

Buona lettura.

Wednesday, January 4, 2012

Don't miss this piece, 04/01/2012


I migliori sette pezzi + 1 di oggi. Not necessarily in that order, though...

1) “L'Olanda 'spia' i confini” di Marco Zatterin sulla Stampa. Dopo il recente strappo della Danimarca, poi rientrato, Amsterdam utilizza telecamere per controllare le targhe degli stranieri, a causa delle pressioni del leader populista e xenofobo Geert Wilders, fondamentale per la tenuta dell’attuale governo. Malumori a Bruxelles: mette a rischio Schengen.

2) “Europa, migliora l'economia reale. E i mercati vedono primi spiragli”. Nonostante le parole di Juncker di qualche minuto fa che parla di recessione generalizzata in Europa, Federico Sarcina sul Corriere analizza la situazione economica del vecchio continente. In salita l'indice manifatturiero, in Germania occupazione record. “Questa fotografia sembra confermare il divaricamento tra le ‘due Europe’”, dice. A questo proposito, leggere oggi l’ottima analisi Martin Wolf sul Sole 24 Ore: “Troppo rigore uccide la crescita”. Inoltre, da segnalare "Il patto salva-euro a termine. Avrà una scadenza di 5 anni", ancora Marco Zatterin, sulla Stampa. Il documento riservato di Barroso ai 26 Stati Ue: difendiamo lo spirito comunitario. L’Europa vuole imporre una scadenza al “fiscal compact”, come lo yogurt.

3) “Perché il caso siriano è diverso da quello libico”. Sergio Romano sul Corriere della Sera cerca di rispondere a chi dice che “della Siria non ce ne frega niente perché non c’è il petrolio”.

4) “Bali, l'Islam conquista l'isola paradiso - L'ombra della sharia sul paradiso dei turisti” di Raimondo Bultrini su Repubblica. Nazionalisti in allarme nell'enclave hindu dell'Indonesia: l'immigrazione sta cambiando volto e tradizioni dell'isola. 1200 nuove moschee a ridosso dei resort e una penetrazione capillare di capitali wahabiti nelle imprese locali. "Appena diventeranno forti abbastanza tenteranno di imporre loro leggi", dicono dall'isola.

5) Nella caterva di pezzi sull’Ungheria, sorvolando sulla cronaca, da leggere Bruno Ventavoli su La Stampa: “Il morbo antico che avvelena l’Ungheria”, pezzo apparentemente laterale ma di valore.

6) “Sahel, dramma annunciato”, ma di cui si parla pochissimo. Quasi 7 milioni di persone stanno affrontando una gravissima crisi alimentare. Le Ong: si intervenga al più presto o sarà una catastrofe. La regione è sull’orlo della tragedia. Alti prezzi, malnutrizione e malattie un mix micidiale. Il Niger sarà il primo Paese colpito. Matteo Fraschini Koffi su Avvenire.

Buona lettura.

Tuesday, January 3, 2012

Don't miss this piece, 03/01/2012


Da oggi inauguro questa seriosa rassegna stampa sui migliori articoli italiani su cose estere. Spero vi piaccia e che soprattutto vi sia utile.

1) "Sud Sudan, una mucca riaccende la guerra tribale" di Domenico Quirico su La Stampa. Articolo interessante perché spiega dinamiche poco conosciute, o a volte poco approfondite, dei problemi di Sudan e Sud Sudan. Uno di questi sono proprio le tribù al confine: alcune sono in territorio del Sudan e vorrebbero far parte del Sud Sudan, altre viceversa. E poi ci sono le guerre tra tribù per il bestiame, da innumerevoli anni, come quella tra Murle e Nuer.

2) "Il deficit spagnolo supera l'8 per cento". Luca Veronese su Il Sole 24 Ore riprende l'allarme del ministro dell'economia Luis de Guindos: la Spagna potrebbe sforare addirittura l'8 per cento del rapporto deficit/pil. Come ricorderete, l'obiettivo di Madrid era quello del 6 per cento. Inoltre, il neo premier Mariano Rajoy ha recentemente annunciato nuove tasse, mentre fino a qualche giorno prima aveva smentito categoricamente nuove imposte. Insomma, un altro Paese da tenere sotto controllo e bene fa Veronese ad analizzare la situazione.

3) Ancora Africa, stavolta Nigeria, dove la setta islamica Boko Haram ha lanciato un ultimatum ai cristiani del nord del Paese (a prevalenza musulmana). L'articolo titolato in prima "Folle diktat ai cristiani" è di Matteo Fraschini Koffi su Avvenire di oggi. Certo, la questione è religiosa (in Nigeria i contrasti tra musulmani e cristiani sono di lunga data), ma anche politica. "Qualcuno vuole far cadere il presidente Jonathan", che, seppur cristiano, da molti viene accusato di inefficienza nel proteggere i cristiani del nord.

4) "Gli scioperi operai che piegano Deng". Il Manifesto pubblica un reportage di Michelangelo Cocco dalla provincia cinese del Guangdong, la regione più industrializzata della Cina, dove il movimento operaio comincia a organizzarsi e gli scioperi spaventano la Cina. Cocco va sul posto, incontra i lavoratori e spiega le loro strategie mentre il modello produttivo cinese appare sempre più inadeguato. Dopo l'assedio di Wukan, un altro capitolo della Cina che vuole cambiare.

5) Sulla crisi iraniana. Da leggere "Un'escalation dettata dai timori del greggio" di Alberto Negri sul Sole 24 Ore sull'ultimo appiglio della Repubblica islamica (il petrolio, di qui Hormuz), poi "Il conto alla rovescia e i duellanti di Teheran" di Franco Venturini, sul Corriere della Sera, sulla risaputa guerra interna tra i conservatori di Ahmadinejad e gli ultraconservatori di Khamenei alla luce degli ultimi sviluppi, e, infine, "Crisi, sanzioni e minacce: il regime si agita ma ha paura del voto di marzo" di Siavush Randjbar-Daemi su Europa che anticipa e spiega in maniera chiara e precisa il significato e lo scenario delle elezioni parlamentari iraniane del prossimo 3 marzo.

Buona lettura.


Wednesday, October 19, 2011

"Agnelli scarica Del Piero", tanto rumore per nulla, anzi per poco


Il putiferio che si è creato dopo l’annuncio dell’addio alla Juventus di Alessandro Del Piero da parte del presidente Andrea Agnelli è francamente incomprensibile. Era una mossa preventivata e decisa in accordo con il capitano della Juventus, ha dichiarato successivamente Agnelli. Non c’è la certezza assoluta su queste affermazioni (Del Piero non ha ancora parlato). E certo, per quanto riguarda la questione del futuro posto da dirigente per Del Piero, la situazione non è chiarissima. Ma ciò che conta oggi è un’altra: che Del Piero avrebbe lasciato la Juventus alla fine di quest'anno era ri e strasaputo da mesi, anni.

In sintesi, già l’anno scorso doveva essere l’ultimo da giocatore del capitano della Juventus. Poi le cose sono cambiate per vari motivi, due su tutti: la pochezza tecnica e la scarsa personalità della Juventus di Delneri abbinata alla voglia e alla forma di Del Piero; e poi l’annuncio del nuovo stadio, araldo architettonico di una nuova era e di un nuovo modo di concepire il calcio (almeno in teoria, vedi lo schiaffo a Di Vaio), per la Juve e per il calcio italiano. La nascita dello Juventus Stadium, insomma, era un evento a cui un capitano glorioso come Del Piero non poteva mancare, non per pochi mesi per giunta.

Ciononostante, l’annuncio di ieri di Agnelli non doveva dare adito al folle sensazionalismo che ha spadroneggiato nei media. Esempio negativo, in questo senso, un servizio di Premium Calcio in cui ieri si diceva: “La cosa era risaputa ma non ci si aspettava un annuncio del genere da parte del presidente”. Ma non l’ha annunciato il presidente. Il ritiro alla fine della stagione 2011/2012 Del Piero lo aveva annunciato già più di un anno fa, sul suo sito e in varie interviste, come questa a Sky (cito testualmente): “Nuovo Stadio, rivoluzione culturale. Il mio ultimo anno alla Juve sarà vincente, non vedo alternative”. Dunque, dove sta il problema, anzi la notizia? Boh. Anche il direttore di Tuttosport De Paola ha scritto un editoriale su questa vicenda abbastanza surreale, che i maligni vedono come atta a destabilizzare l'ambiente.

L'unica cosa che si può rimproverare ad Agnelli è quella di aver anticipato Del Piero nel "confermare" o "reiterare" l'addio alla Juventus, forse per non essere messo alle spalle al muro da eventuali mosse a sorpresa del capitano (come il video dell'anno passato che, si dice, fece infuriare il presidente). Ma questa è un'altra storia che dipenderà unicamente dal rendimento di Del Piero in questo campionato. Se Del Piero e l'amico e compagno di mille vittorie Antonio Conte penseranno che sia giusto continuare ancora per un altro anno, anche il presidente Agnelli dovrà piegarsi al loro volere.

Sunday, January 30, 2011

La Histoire di Barack "O", un ex sognatore nel 2012


A PRESIDENTIAL NOVEL. Un romanzo anonimo sul presidente degli Stati Uniti comincia a scaldare le prossime elezioni. È stanco, irritabile, vuole solo giocare a golf, si sente «castrato», sa che la retorica stavolta potrebbe non bastare. Fiction o triste realtà di un (ex) prodigio della politica? L’America spettegola. L’autore, «molto vicino a Obama», sarebbe un insospettabile: il ghost writer di John McCain.

di Antonello Guerrera

Chi sarà mai lo scrittore misterioso di O – A Presidential Novel, che ufficialmente fa di nome “Anonymous”? Se lo stanno chiedendo da giorni i principali commentatori e giornalisti americani che si sono visti recapitare a casa questo romanzo pseudodistopico sulle elezioni presidenziali del 2012 e sul lato oscuro della luna (calante) di Obama. Romanzo che dunque ha fatto scalpore prima della pubblicazione stessa da parte di Simon & Schuster (368 pp., $ 25,99), annunciato da una manciata di mail interlocutorie sul conto dell’opera e, ovviamente, dell’autore. Del tipo: «Non chiedete ulteriori informazioni a impiegati o collaboratori della S&S, è inutile». Oppure: «Chi conosce l’autore non risponda ad alcuna domanda di qualsivoglia giornalista». O ancora, l’unico, succulento indizio diffuso dalla casa editrice: «L’autore è stato legato allo staff della comunicazione del presidente Obama». Quindi una spia? Un epurato? Un ribelle?

Piccoli ma pesanti (e furbeschi) sassolini sufficienti ad agitare lo stagno politico-letterario d’America, già avvezzo, tuttavia, a scherzi del genere. Così, il primo indiziato contro il quale è stato puntato il dito dei giornalisti-scommettitori è stato l’editorialista americano Joe Klein, che già nel 1996 – ed era sempre gennaio – aveva pubblicato True Colours. Un romanzo a chiave - come ci diceva la maestra a scuola - sulla campagna presidenziale del 1992 e tutte le marachelle dell’ex inquilino democratico alla Casa Bianca Bill Clinton. Un'opera tra fiction e realtà, figlio del New Journalism (stavolta l’eliotiano New Criticism c’entra poco), che tuttavia aveva già avuto un illustrissimo precedente, seppur non anonimo. E cioè quel Tutti gli uomini del re del pluripremio Pulitzer Robert Penn Warren, pubblicato in patria nel 1946 con protagonista il populista “di sinistra” del profondo Sud Willie Stark, profondamente ispirato al demagogo governatore della Louisiana Huey Long, assassinato nel 1935.

Ma Klein ha subito respinto le illazioni. E sinceramente perseverare sarebbe stato, se non diabolico, quantomeno ridicolo. Allora i bookmaker si sono scatenati prima su alcuni vicinissimi a Obama come Rahm Emanuel e David Plouffe, poi sui giornalisti Richard Wolffe (ex Newsweek), Lawrence O’Donnell (Msnbc) o addirittura un certo James Bruno per via dell’omonimia di un “aide” sfigatello di nome Walter Lafontaine, personaggio presente e nel suo Permanent Interests del 2006 e in O dell’Anonimo, come vedremo in seguito.

L’ultima indiscrezione (è dell’altroieri), che però Time considera ormai provata dalle sue talpe che avrebbero fatto breccia nel muro omertoso di Simon & Schuster, è quella di Mark Salter. Un collaboratore di John McCain di lunga data, anche alle elezioni del 2008: cinquantacinque anni, vive con la famiglia ad Alexandria (Virginia) nei mesi freddi, nel Maine in estate. Si guadagna da vivere facendo il ghost writer per i repubblicani, ma non solo. I motivi del suo accostamento al misterioso demiurgo di O sono vari. Dopo il lancio di Time, il pungente sito d’informazione Politico – che pure con Salter aveva avuto più di qualche incomprensione in precedenza – ha individuato la «prova» nello stile di O, dopo averlo ovviamente comparato con le pubblicazioni precedenti del senatore dell'Arizona scritte a quattro mani con Salter, tra cui il bestseller autobiografico Faith Of My Fathers.

Non solo. Lo stesso Salter, dopo le elezioni perdute da John McCain, aveva dichiarato a mezzo stampa che avrebbe sprecato meno energie per il ghostwriting, dedicandosi così alla fiction. Il risultato dei suoi sforzi romanzeschi, tuttavia, non è mai venuto alla luce, almeno ufficialmente. Anzi, Salter tempo fa ha pubblicamente ammesso la sua sconfitta. Ma c’è chi giura che quell’annuncio fosse un semplice depistaggio per allontanare i più curiosi. Lui, contattato dai media americani nicchia e si trincea dietro un «no comment», spesso condito da un più inacidito «pensate ad altro invece che a me».

Del resto, qualora fosse Salter il vero autore di O, svelare adesso l'arcano non sarebbe stato certamente furbo, né conveniente, visto il “buzz” e il passaparola che l’intelligente trappola commerciale di Simon & Schuster ha scatenato. Trappola nella quale sono caduti molti critici, tra cui la tremenda e temutissima nippo-americana del New York Times Michiko Kakutani (colei che Norman Mailer gentilmente ribattezzò «kamikaze» dopo una stroncatura), che ne ha scritto prima di tutti – distruggendolo a gogò, ovviamente. Il libro, c’è da dire, non ha ancora fatto breccia tra i lettori – sino a ieri era a trecentesimo posto inoltrato secondo le estemporanee classifiche di Amazon. Ma ha coinvolto molto, per alcuni troppo, gli addetti ai lavori. Perché?

O – A Presidential Novel, innanzitutto, è il primo vero “romanzo politico” dell’era Obama, con un occhio ciclopico sulle prossime elezioni del 2012, che i risultati del midterm hanno reso uno spauracchio per l'attuale Amministrazione. Il libro prova a tracciare – seppur con una certa cautela - gli scenari futuri che attendono la sfida tra asinello ed elefantino. Ma soprattutto, dipinge un ritratto del primo presidente afroamericano della storia Usa ben diverso dall’eccelso predicatore di sogni che sinora abbiamo conosciuto. Ecco perché, l’unico sagace indizio di Simon & Schuster è stato quello di annunciare l’autore come un insider vicinissimo a Obama. La conferma di Salter, in questo senso, ne inficerebbe, e non poco, le premesse-bomba.

Il titolo, inoltre, non poteva essere una scelta migliore. Sebbene in chimica sia elemento di ampio respiro, la “O”, nella letteratura mondiale, ha spesso rappresentato un enigma, un aspirante samizdat, spesso erotico, e comunque misterioso. Senza scomodare Ornella Vanoni o O come Otello di Tim Blake Nelson, La marchesa di O. di Heinrich Von Kleist potrebbe essere un buon esempio a tal proposito. Ma ancora più calzante è il romanzo erotico Histoire d’O pubblicato nel 1954 dalla francese Pauline Réage, misterioso pseudonimo di Dominique Aury, a sua volta pseudonimo di Anne Desclos. Tra l'altro, “The O.” è stato anche un movimento politico (e violento) maoista nell’America degli anni Settanta. Giusto per dare l'immancabile eco alle cassandre socialiste e comuniste che i nemici di Barack Obama fanno spesso risuonare.

Ad ogni modo, Obama in O è un personaggio più che insipido, egocentrico, a tratti inaffidabile, anche se mascherato dietro l’(in)utile pseudonimo di “O”, appunto. Ma è una schermatura sottilissima, trasparente. Perché O, nonostante si legga dall’introduzione che «il riferimento a fatti e persone sia da ritenersi puramente casuale», è palesemente Barack Obama: trattasi di un presidente nero, con una moglie avvenente e due figlie, accusato di essere “musulmano” e così via. “O” però, dopo le elezioni di mid term, è stanco, terribilmente esausto. Sa che il suo “change” non ha cambiato più di tanto l’America, sa che i sondaggi, anche se li nega persino con i suoi advisor, sono tutt'altro che favorevoli, sa che la fortuna è una ruota e che «le più grandi sconfitte arrivano quando ci si crede fortunati». Così O pensa solo a giocare a golf: «Cristo, cosa avrebbe dato per avere qualche ora senza scocciature per fare qualche colpo. (…)», si legge. «I Ceo possono giocare a golf. I generali possono giocare a golf. I membri del Congresso possono giocare a golf ogni cavolo di weekend. Ma se il Presidente si fa una partita nel fine settimana (…), la stampa lo dipinge come un pazzo in un servizio trasmesso subito dopo uno sull'Afghanistan», si lamenta.

È un Obama “O” decisamente in dirittura di arrivo quello che l’Anonimo, tra molta fiction e chissà quanta realtà, descrive. Svogliato e irritabile, minacciato anche da un paio di scandali poco nobili (uno, più laterale, è di stampo sessuale) con sempre meno fiducia nei suoi collaboratori – tanto che alla vigilia delle elezioni del 2012 si scriverà i discorsi da solo. O sbotta anche per le critiche mediatiche di una storica (e vera) foto del 2009 che lo vede rapito dal lato B di una fanciulla: «Gesù mio, cosa volete, che questo cazzo di lavoro mi castri pure?», si lagna. Battuta tra l’altro neanche nuovissima, in quanto già riferita, ma questo successe nella vita reale, da un altro Presidente, ossia quel Grover Cleveland che nel 1884 rispose più o meno per le stesse rime ai repubblicani che gli rinfacciavano un figlio fuori dal matrimonio: «Cosa preferivate, un eunuco?», sbraitò l'ex Presidente.

Tuttavia, O non è neanche il vero protagonista del romanzo, posto occupato invece dallo staff della comunicazione del Presidente, alle prese con una rielezione tutt'altro che facile. Un altro interessante aspetto dell'opera per i non addetti ai lavori. Ma certo gli occhi del lettore si spostano sul fantomatico (o meno, chi lo sa?) Obama. Che nel 2012 dovrà sfidare il temibilissimo repubblicano Tom Morrison. Un politico in ascesa, che ricorda un po’ McCain per il record militare, un po’ Romney per la moralità, ma anche, e forse soprattutto, l’emergente Marco Rubio. La Palin, che qui si chiama “Barracuda”, nonostante sia un idolo dei Tea Party, non la spunta e O se ne dispiace perché sa che sarebbe stato un avversario molto più debole.

E invece, gli tocca Morrison. E così O capisce che la retorica non è tutto in politica, che dalle finestre della Casa Bianca non è riuscito a capire cosa stesse succedendo all’America e che, oramai, è sempre più solo. Tra le righe, il vero simbolo del divorzio tra Obama e l’America, seppur la narrazione si fermi alla vigilia delle elezioni 2012, è il rapporto con un vecchio, ma giovane, collaboratore abbandonato. Quel Walter Lafontaine che O aveva scaricato nella sua scalata verso il potere e che ora, nonostante il presidente lo rivoglia nel suo staff, declina gentilmente tutte le sue offerte. Simbolo di un matrimonio oramai incartapecorito tra Barack e gli Stati Uniti, almeno stando all'Anonimo. Non a caso il libro si chiude con due parole sintomatiche: “discontented dreamers”, “sognatori delusi”. Nel 2012 i bambini americani, e pure i più grandicelli, non fanno più “O”.

Da Il Riformista, 30/01/11

Sunday, January 9, 2011

La coda di "Mr Paglia" Jack Straw: "Certi pachistani se ne approfittano della carne bianca delle nostre ragazzine"


Per alcuni pachistani del nostro paese le ragazze bianche rappresentano “carne facile”». A parlare politicamente scorrettissimo non è il leader del British National Party Nick Griffin - che comunque ha subito colto l’occasione per sbuffare «Visto che avevo ragione?». Né il più conservatore del partito del premier David Cameron. Ma, incredibile a dirsi, “Mr. Paglia”, ovvero Jack Straw. Oggi parlamentare da Blackburn, ieri ministro dell’Interno e degli Esteri di Blair, nonché ministro della Giustizia con Gordon Brown. Insomma, una sontuosa colonna laburista che l’altro ieri sera, al programma Nightnews della Bbc, ha clamorosamente ammesso che ci sono «pachistani» che stuprano serialmente le ragazzine britanniche, «bianche e vulnerabili», perché, secondo loro, di facili costumi. Ne è seguita una bufera mediatica e politica, ovviamente.
Un semplice raptus di follia per Straw? Non proprio. L’ex ministro laburista si è lasciato andare in diretta nazionale dopo che in Gran Bretagna è ufficialmente (ri)esplosa la fobia delle gang di stupratori stranieri, vittime le minorenni bianche adescate con alcol e droga. La prima miccia l’ha accesa il Times, a inizio settimana, per aver rivelato dati shock sulle violenze sessuali del Regno, mai rivelati prima dalle istituzioni perché «socialmente pericolosi», in nome della multiculturale «congiura del silenzio». In sintesi: dal 1997 a oggi, su 17 casi di stupro di gruppo nei confronti di ragazzine di età tra gli 11 e i 16 anni, sono state condannate 56 persone. Di queste solo tre sono bianche “brit”. Le restanti 53 di origine asiatica: cinquanta di fede musulmana, la maggioranza dalla comunità pachistana. Diventata così, checché ne dica Frears in My Beautiful Laundrette, la culla degli stupratori del terzo millennio britannico, dopo gli indiani degli anni Sessanta e le gang afro-caraibiche dei Novanta.
Ma la seconda e decisiva miccia per lo sfogo di Straw è stata la condanna, poche ore prima del suo intervento alla Bbc, di due stupratori seriali (non ancora 30enni) di minorenni bianche, anch’essi di origine pachistana e, a loro dire, «musulmani devoti». Straw non ha resistito a mettere il dito in una piaga, quella delle “sex gang” straniere, troppo bollente dopo l’articolo del Times. Reportage che ha riacceso i fantasmi del “razzismo al contrario”, nei confronti delle mi- norenni britanniche bianche. L’ex ministro, dopo aver ammesso tra le righe il tragico fallimento del multiculturalismo Labour, diventerà forse un novello Sarrazin, ma certo i dati del Times sono incontrovertibili. Persino il sito della Bbc, ieri, aveva creato un forum paritario pro e contro Straw. Segno che qualcosa è cambiato. C’è chi si chiede perché Straw abbia parlato solo ieri e non quando era ministro, visto che il fenomeno ha radici nella fine del secondo millennio. Probabilmente, per la classica coda di “Mr.” Paglia.

Da Il Riformista, 09/01/10

Tuesday, December 21, 2010

Come vivere con 36mila dollari l'anno? I tormenti economici (e letterari) di Fsf


di Antonello Guerrera
Correva il giorno ventun dicembre 1940 quando il cuore di Francis Scott Key Fitzgerald ne ebbe abbastanza di battere. A settant’anni esatti dalla sua morte, avvenuta pochi anni prima della sua inseparabile e controversa “Southern belle” Zelda Sayre, Mattioli 1885 ha appena pubblicato Vivere con 36mila dollari all’anno. Una fulminea manciata di racconti e una riflessione critica - scorpacciabili in un pendolare viaggio di andata - pubblicati su Saturday Evening Post e The Bookman tra il 1920 e il 1926, nel pieno degli anni ruggenti poi falcidiati dalla Grande Depressione del ‘29.
Sono scritti molto interessanti perché mettono a fuoco il primo Fitzgerald, quello del trasparente autobiografismo, quello che con il successo con Di qua dal paradiso (pubblicato comunque non senza difficoltà) era subito asceso tra i giovani scrittori più travolgenti. Per poi essere considerato, in morte, una promessa bruciata. Anzi, «un dissipatore di grande talento», come lo definirà Dos Passos.
Un successo iniziale che incarnerà l’ossimoro dell’opera e della vita di Fitzgerald, «il più stupefacente, il più geniale e autodistruttivo dei ragazzi perduti» (Alfred Kazin dixit). Ovvero la bella maschera dell’America sopra i fantasmi di declino economico, sociale e morale che covano nelle viscere. Nei racconti, un po' farseschi, Come vivere con 36.000 dollari l’anno e Come vivere praticamente con niente di questo agile libretto lo scrittore, grazie ai suoi primi scritti, è diventato ricco e con la fresca moglie (Zelda) comincia a sguazzare nell'Età del Jazz, tra alcol, vizi, lussi e lazzi, dalle piscine giornaliere ai «giardini azzurri» e alle «voci piene di soldi» del Grande Gatsby che irromperà di lì a poco. Peccato però che i soldi comincino a essere pochi per le follie mondane della coppia. Ma del resto “perder tempo” ad accumulare denaro ha molti lati negativi, ci dirà sempre Gatsby. E così i due decidono prima di trasferirsi nel vertiginoso paradiso borghese dell'East Coast. Poi, visto che i piani di contenimento delle spese fanno acqua da tutte le parti, i Fitzgerald partono per la Riviera francese, famosa per il risibile costo della vita e già oasi di piacente atarassia per Dickens, Caterina de’ Medici e Wilde.
Ma le cose non vanno come previsto. In Vivere con 36mila dollari all’anno, l’involontaria ma lucida metafora della famiglia Fitzgerald e dell’America intera - come in tutta la bibliografia dello scrittore di St.Paul - comincia a baluginare nei flashback della figlia che vuole prendere la barca e tornare in America. Come le crisi economiche del terzo millennio hanno suggerito, i soldi sono un’illusione, la bancarotta è ineludibile e così Francis Scott comincia a scrivere a raffica per cercare di rimanere a galla e pagare i debiti. Ma il fondale è sempre più vicino. E la corrente è sempre contraria – ci dirà il decadente sipario del Grande Gatsby. Di sfondo una Francia pastello, altra metafora (seppur parziale) di quella Generazione perduta, esiliata e coniata nel garage di casa di Gertrude Stein - come cita Hemingway in Fiesta.
Vivere con 36mila dollari all’anno si chiude con altri due brevi scritti. Uno è Who Is Who, dove il già famoso Fitzgerald racconta la sua battaglia «tra l’impellente bisogno di scrivere e l’insieme delle circostanze che da sempre» hanno tentato di impedirgli di pubblicare Di qua dal paradiso. Infine, Come sprecare il materiale: una nota sulla mia generazione reca un affondo alla critica letteraria del tempo, cui ampi stralci potrebbero essere facilmente applicati a quella attuale. C’è una stucchevole «febbre letteraria» nell’America dei Venti, dove si rincorrono improbabili giovani talenti («mocciosi irrequieti», li chiama), il cui destino non è altro che sciogliersi nell’oblio: «Una letteratura già morta, quasi non fosse mai stata scritta», scrive Fitzgerald. Il tutto a scapito della ricerca della vera opera immortale. Si salva, in questo salatissimo calderone, il giovane Ernest Hemingway dei racconti di in our time, che incarna, secondo la profezia dell'autore di Tenera è la notte, una vera svolta per la letteratura americana. Fu proprio lui a lanciare e raccomandare lo scrittore de Il vecchio e il mare al suo editore e quindi alla storia della letteratura. Ma Hemingway non gliene fu molto grato, vedi Gli ultimi fuochi da lui bollati come «pancetta affumicata». Hemingway, nonostante tutto l'aiuto ricevuto, non sopportava quell’eccentrico alcolizzato dalla scrittura divina. Una volta, Fitzgerald lo costrinse addirittura alla misura comparata dei propri organi genitali, dopo che la moglie Zelda ne criticava costantemente le performance sessuali, accusandolo di latente omosessualità. Troppo per Ernest.

Da Il Riformista, 21/12/10

Saturday, December 18, 2010

Addio Larry, e non è un funerale! Noia, melensaggine e lacrime prima dall'addio


di Antonello Guerrera
«Questo non è un funerale», implorava il comico Bill Maher, ospite allo show. Ma i calorosi appelli non hanno prosciugato la commozione che ieri notte ha colto Larry King, storico anchorman della Cnn, all’ultima puntata del suo show dopo «venticinque anni e mezzo» di onorata carriera. Cravatta rossa a pois bianchi, le solite bretelle, anch’esse scarlatte e fiammanti, il pugno di qualità sotto il mento. E un King visibilmente scosso alla sua ultima apparizione ufficiale, anche se non lascerà del tutto la Cnn, concedendosi qualche comparsata di qui alla definitiva pensione.
Ma l’ultima è stata anche una delle sue puntate più noiose, un’overdose di melensaggine. Stavolta gli illustri ospiti che King per un quarto di secolo ha scartocciato con domande secche, improvvise e anche improvvisate – non si informava più di tanto sulle sue “vittime” – hanno preso il sopravvento dello stanco padrone di casa, intavolando un tristissimo brindisi – il coretto God Bless America del sipario del Cacciatore non avrebbe sfigurato - e gli hanno tessuto le lodi più alte: da Obama a Bill Clinton, da Arnold Schwarzenegger a Donald Trump, in studio o collegamento, tutti hanno avuto adulatorio campo libero di fronte a un Larry già a mezzo servizio. Ma era anche l’ultimo giorno di scuola, e quindi tutto era concesso. Anche il deprimente lancio «è dura dirlo, ma questa è l’ultima volta». È stato lo show più difficile per Larry King, pseudonimo di Lawrence Harvey Zeiger strappato a una pubblicità “alcolica” per diventare, nomen-omen passepartout, il re dell’informazione americana. Per un addio in sensibile anticipo sulla tabella di marcia che recitava 2011 inoltrato. Gli ascolti in veemente discesa e la morsa delle schierate Msnbc e Fox News nei confronti della “troppo oggettiva” Cnn non hanno fatto altro che accelerare, freneticamente, la sua abdicazione. Prima di una caduta che sarebbe stata fin troppo vergognosa.
Purtroppo, gli ascolti del Larry King Live erano ai minimi degli ultimi 15 anni, dimezzati rispetto ai picchi del 2000. Ma questo non ha fatto dimenticare le sue 50mila interviste: la sua preferita a Muhammad Alì, quella del bacio omosex con Marlon Brando, Frank Sinatra, le 29 apparizioni di Bill Clinton, l’ultima di Sniper nel ciclone fiscale, sino alla candidatura presidenziale dell’imprenditore texano Ross Perot. Era il 1992.
Diciannove anni dopo quello scoop, gli americani della sera e i nottambuli italiani che non si accontentano delle sofisticate elegie di Enrico Ghezzi ora dovranno sorbirsi un inglese, Piers Morgan, ex direttore di News Of The Word e Mirror, conosciuto oltreoceano per il talent show America’s Got Talent. Uno straniero che molto difficilmente farà meglio di Larry. Che era inimitabile. Sempre ieri notte, in uno sketch con Fred Armisen travestito come il padrone di casa, King ha dimostrato il suo genio minimalista. «Qual è stata la domanda più importante della tua carriera?». E lui, in un raro momento gelido, «“why”, “perché”. A questa domanda l’ospite non può dire sì o no. E deve riflettere per rispondere». Semplice, no?
Il carisma, la professionalità e il suo indimenticabile volto appuntito da nerd hanno fatto il resto. Non a caso, Washington terrà uno smithsoniano spazio per il suo storico set a puntini colorati, Los Angeles gli ha già dedicato una strada – gesti apotropaici permettendo – e sempre ieri, in diretta, il governatore Schwarzenegger ha annunciato l’istituzione in California del Larry King Day, per ogni 16 dicembre di prossima ventura. Sulle note di Best is Yet to Come – “il meglio deve ancora venire” - cantata in diretta da Tony Bennett e circondato dai due figli e dalla moglie Shawn (di nuovo al suo fianco dopo il tentato suicidio per le viscide accuse di liaison di Larry con la sorella di lei), King ha ricamato così il suo sofferto commiato: «Invece di dire arrivederci, che ne dite di “quanto tempo”?». Il re che aveva reso «eccitante persino il Nafta» (copyright Katie Couric) e che aveva intervistato «tutti a parte Dio» (Tom Johnson, ex presidente Cnn dixit) era troppo stanco - e saggio, visti i tempi - per non abdicare.

Wednesday, December 15, 2010

Cuba lancia la sua "strana" Wikipedia

di Antonello Guerrera
È stato un grande wiki-giorno ieri. Cauzione (con appello svedese) per Assange. L'annuncio del Wikileaks europeo (www.Brusselsleaks.com), che promette di svelare i segreti dell’Ue. E, dulcis in fundo, Cuba ha lanciato la sua wikipedia, EcuRed.cu. Un buon tentativo per riscrivere la storia, sogno agognatissimo. Del resto, non c’era momento migliore per lanciare la rivoluzionaria iniziativa. A Cuba meno del 3 per cento della popolazione ha accesso a Internet. Un'oculata costruzione del brand può essere un buon viatico per il futuro. Quindi largo alle prime 20mila voci, sino a ieri ancora a singhiozzo, di questa nuova “voce libera” di Cuba dal motto «la conoscenza con tutti e per tutti». EcuRed.cu è un’enciclopedia semiufficiosa, se così si può definire. Non è tuttora chiaro chi la sostiene, ma il suo approccio al sapere è decisamente “governativo”. Basta guardare le fonti delle varie voci per rendersi conto dell’eccentrica oggettività di Wiki-Cuba: il giornale di partito Granma su tutti; seguono a ruota Cubadebate, siti come Cuba vs Bloqueo o piattaforme esterne, ma sempre di sinistra rosso fuoco, come Voltaire Network, nonché Noam Chomsky - sempre utile alla causa. Il resto è, ovviamente, propaganda infiocchettata da enciclopedia. Nella pagina di Fidel Castro, il Líder máximo viene quasi insignito di una «benedizione divina», si loda il suo impegno per «il socialismo», «l’educazione», «la salute», «lo sport», il suo ritorno post malattia viene definito «glorioso», bla bla. Sobrie, invece, le paginate su Italia e Vaticano, (ancora) non esistono quelle di Berlusconi, Ahmadinejad o lo stesso Obama. Ma l’America meno recente, sempre assetata di Cuba - si legge -, c’è tutta. George Bush senior, ad esempio, è un acerrimo nemico della libertà. Ma è sul figlio “Dabliu” che l’enciclopedia dà il meglio di sé: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle», recita l'intro, «Bush ha deciso di combattere il terrorismo con un terrorismo su scala globale», applicando «tutti i metodi della guerra sporca». Chissà quali sono i comandamenti dei “moderatori” di EcuRed.

Da Il Riformista, 15/12/10

Friday, December 3, 2010

Solgenitsin & Burns - L'ultima “wiki-intervista”


INEDITO. Spunta un colloquio privato del 2008 tra l'ex ambasciatore Usa e il Nobel 4 mesi prima della sua morte.

Tra gli oltre 250mila file di Wikileaks, il fuggitivo Julian Assange potrebbe averci regalato l’ultima conversazione ufficiosa di Aleksandr Solgenitsin. In Occidente, le sue ultime confessioni erano arrivate grazie a Christian Neef e Matthias Schepp dello Spiegel nel 2007. Un’intervista da molti dichiarata “finale”, dove l’autore di Arcipelago Gulag annunciava il suo ritiro dalla letteratura attiva, dichiarava di non aver paura della (imminente) morte, dipingeva croce e delizie della Russia di Putin. Presidente che ha imparato ad amare col tempo, dopo alcune frizioni iniziali. Alle 7 e 07 di ieri, però, è spuntato il cable “confidential” 08Moscow932. Il file porta la data del 4 aprile 2008, la firma dell’allora ambasciatore americano a Mosca William J. Burns (posizione ricoperta fino al 12 maggio 2008, per poi diventare sottosegretario di Stato in patria) e allega anche un altro suo incontro privato con il patriarca ortodosso Kirill.
Non sappiamo la data esatta dell’incontro tra Solgenitsin e Burns. L’unico riferimento temporale è «di recente», quindi a ridosso del 4 aprile. L’ambasciatore dice di essersi recato a casa del premio Nobel nella sua casa fuori Mosca, dove morirà solo quattro mesi dopo, il 3 agosto 2008. Burns descrive Solgenitsin in cattivo stato di salute («braccio sinistro paralizzato, mano contorta»), ma intellettualmente attivo e lucidissimo («sveglio, dalla parlata chiara, sempre al lavoro negli archivi e aggiornato sugli eventi esterni»), seppur spesso ripreso dalla sempre attentissima e accorta moglie Natalia.
Solgenitsin conferma a Burns quanto dichiarato allo Spiegel l’anno prima su Putin. L’ex presidente, e futuro premier, è una benedizione rispetto a Gorbaciov e Ieltsin per riparare i danni di 70 anni di storia sovietica, nonostante problemi mai risolti - come il gap tra ricchi e poveri. E, aggiunge nel colloquio con l’ambasciatore, la gestione dei casi secessionisti. Alla luce della strage di Beslan, il Nobel critica «l’errore» di Putin di scegliere autonomamente i governatori locali e non farli eleggere dal popolo. Altro tema, quello della Cecenia, per il quale Solgenitsin è stato molto criticato - per aver prima invocato l’autonomia della regione e poi la pena di morte per i «terroristi» locali.
Quale governo ideale allora? Lo scrittore ribadisce il sogno di autogoverno delle masse e pone come esempio supremo di politica «le assemblee locali del Vermont (dove si era trasferito dopo l’esilio, ndr)», «l’essenza della democrazia». Ma lo sapeva anche lui che questa era solo utopia. E perciò Burns passa a chiedergli del neopresidente Medvedev. Un «bel giovane» anche se mai incontrato prima, dice Solgenitsin, ma sicuramente pronto a «riparare», anche lui, «i danni sovietici». E qui viene la parte più succosa. Perché Solgenitsin, nel citare i «crimini» dell’Urss contro la sua gente, vi include anche l’Holodomor, il famelico genocidio ucraino del ’32-33 la cui ricorrenza è caduta sabato scorso. Curioso, perché il 2 aprile, e quindi subito prima (o subito dopo) la conversazione con Burns, Solgenitsin, in un suo controverso articolo sul quotidiano Izvestia, ripudierà l’etichetta “genocidio” al massacro, scatenando un putiferio. Incredibile, ma anche lui verrà accusato di nazionalismo oscurantista.
Nella sesta e ultima parte del cable, Solgenitsin, che in passato aveva paragonato la Nato ad Hitler per la guerra dell’ex Jugoslavia, si scaglia contro l’indipendenza del Kosovo («perché i serbi dovrebbero pagare i peccati di Milosevic?»), nonché contro l’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato («senza però approfondire la questione», scrive Burns). Insomma, grande madre Russia merita rispetto, sempre. Soprattutto quando Putin aveva offerto tutto il suo supporto all’America dopo la tragedia dell’11 settembre: «Quel suo gesto spontaneo dovrebbe essere pienamente ripagato» dagli Usa, sentenzia Solgenitsin.

di Antonello Guerrera
Il Riformista - 03/12/10

Thursday, December 2, 2010

Era solo un suicidio e non un manifesto


«Rispettare la sua volontà». Basterebbero le quattro sagge parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano alla camera ardente di Mario Monicelli, per abortire questo articolo. E invece siamo costretti a parlare della bagarre che si è ieri consumata tra i seggi di un’altra Camera, quella degli “onorevoli” deputati. Dove si è usurpato il mitologico ricordo di Monicelli per parlare pubblicamente di “dolce morte”. La miccia l’ha accesa Umberto Veronesi al Mattino di ieri: «Con l’eutanasia avrebbe fatto una fine più dignitosa». A ruota sono seguite le dichiarazioni di Rita Bernardini (Radicali) e Paola Binetti (Udc). La prima invocava una riflessione sulla dolce morte di cui il Maestro suicida non avrebbe potuto godere. La seconda ha spiegato l’estremo gesto col fatto che «era stato lasciato solo dai familiari». Si sbagliavano, e non di poco, entrambe.
Monicelli non era stato abbandonato dai suoi cari. Monicelli voleva semplicemente stare da solo: «La solitudine è importante, serve a ragionare, a non stare in superficie», dichiarava. Sebbene in passato si sia mostrato sensibile al tema dell’eutanasia, non voleva certo invocarla pubblicamente con quel salto nel vuoto. Né lo ha lasciato intendere: nessun biglietto, nessun appello precedente, niente. Ma purtroppo di questi tempi si strumentalizza anche la morte, e si può perfino confondere l’eutanasia con il suicidio. La “avanzatissima” Olanda, dove il numero di suicidi è più alto di quello italiano pur avendo l'eutanasia, ce lo conferma. No, se Mario Monicelli ha scelto di saltare, non è stato per lanciare una proposta di legge, per farsi latore di un messaggio o per candidarsi a leggere il prossimo elenco pro-eutanasia in un programma di Fazio. Monicelli si è ucciso perché stanco della vita. Punto e basta. Senza chiedere il placet a nessuno, senza iscriversi a nessun partito, senza bisogno di una legge. Il padre della commedia all’italiana non merita davvero di diventare la mascotte di questa farsa all'italiana.

Antonello Guerrera
Il Riformista, 02/12/10

Saturday, November 27, 2010

«Le mie critiche all'islam? Sono sempre della stessa idea»


IAN MCEWAN. A Roma la prima italiana del suo esordio operistico “For You” con Michael Berkeley e l'incontro con gli studenti della Sapienza in subbuglio: «Supporto la vostra lotta, ma la cultura non deve dipendere dalla politica. L'era della Thatcher insegna».


di Antonello Guerrera - Il Riformista 27/11/10

Roma. Sarà colpa del freddo e dell'ora mangereccia, ma la città universitaria della Sapienza di Roma non sembra in bollente subbuglio. La sempre vivace facoltà di Lettere e Filosofia si mostra poco appariscente nella protesta contro il ddl Gelmini. Qualche ritaglio di giornale a tema affisso alla vetrata dell’ingresso e poco altro. Nell’ampia e quasi colma Aula I, invece, l'atmosfera è più calda, il popolo c’è, si vede e si sente. Studenti imbottiti e matricole pseudorasta, professori di passaggio e curiosi di ogni età. Alle 12 e 36, sei minuti dopo la tabella di marcia, arriva il Godot agognato. Si materializza Ian McEwan. Scrosciano gli applausi.
Completo scuro, camicia chiara, pelle lucida, i soliti gioviali, liscissimi capelli bianchi. McEwan è alla Sapienza per presentare la prima italiana di For You, l'esordio operistico in combutta con il compositore britannico Michael Berkeley, classe 1948. Una dark comedy dal finale sorprendente che non tralascia temi cari a McEwan come il potere e il sesso e che si inscrive nella tradizione novecentesca di Literaturoper, Maeterlinck, Auden e Cocteau. La presentano così i padroni di casa Isabella Imperiali e Franco Piperno, sul palco con McEwan e Berkeley. For You è un'opera da camera in due atti di cui l’autore dell’ultimo Solar (Einaudi) ha scritto il libretto: «Berkeley mi ha tormentato 25 anni per questa collaborazione. L’ho composta sul modello classico 10x10 (ossia dieci minuti per ognuna delle dieci scene, ndr) ma non mi sarei fidato di nessun altro al di fuori di Michael. Quando scrivo romanzi mi sento un dio perché scrivo quello che mi pare, come librettista mi sento un angelo perché l’opera è di proprietà del compositore».
Giusto il tempo di ricordare che For You, la cui premiere si è svolta giovedì al Teatro Olimpico di Roma, replicherà stasera, sempre sullo stesso palco, alle ore 17,30, ed ecco che Piperno ammette di essersi dimenticato l’accorato appello di una studentessa dell’università, che inciterà i suoi colleghi a non mollare nella lotta contro «la classe dirigente di 60enni/70enni». Terminato il minisermone, McEwan si associa allo scoramento generale e dichiara di comprendere la resistenza degli universitari italiani di fronte all’austerity «autodistruttiva»: «Checché se ne dica la cultura è fondamentale per la vita intellettuale, ma anche economica di un Paese».
Iniziano a scoppiettare le domande degli astanti a McEwan, mentre il povero Berkeley viene ignorato, all’ombra di una colonna della letteratura mondiale troppo alta per lui. McEwan è compiaciuto delle domande semplici ma genuine a cui viene sottoposto. Una studentessa gli chiede se i suoi personaggi negativi sono un tentativo di esorcizzare il futuro, nell'apotropaica speranza di non diventare mai come loro. Vedi il professor Beard di Solar che, invece di concentrarsi sulla ricerca, pensa solo ai rinfreschi della lobby ambientalista. «Spero di no, perché Beard ha avuto cinque mogli e io preferirei non andare oltre due matrimoni. Ma da Omero in poi, la letteratura mondiale ha sempre preferito i cattivi. Semplicemente perché sono più interessanti dei buoni. Penso che l’unica eccezione di successo in questo senso sia stato Tolstoj». Allora McEwan si chiede da solo: possiamo perdonare l’amoralità nella vita di un artista? «Questo è un credo che ha avuto molta fortuna nell’era romantica, ma io non sono d’accordo. Come ho fatto intendere in Amsterdam, a un artista non deve essere concesso di comportarsi male. Forse nel corso di un secolo possiamo fare uno strappo alla regola: Beethoven sì, Dylan Thomas no. Ma l’arte migliore è proprio quella che viene espressa nell’ambito delle regole e dei principi della società».
Un’altra studentessa chiede a McEwan il suo rapporto con la musica e dei temi ricorrenti tra For You e Chesil Beach: «Bah», rimugina McEwan, «sono stato sempre un grande appassionato di musica, da ragazzo suonavo il flauto ma poi ho lasciato perdere. Ascoltavo rock 'n' roll, jazz, ma la mia vera passione è senza dubbio la classica. E Bach il mio primo grande amore». Immancabile il capitolo sesso, altro elemento che gli ha fatto guadagnare il famoso soprannome “Ian Macabre”. Basti pensare all'ultima, cruenta disavventura genitale che accenna nella prima parte di Solar: «Sarà stata colpa degli insegnamenti di Freud, ma davvero negli anni Sessanta pensavo che tutti i rapporti personali, nel futuro, si sarebbero basati sul sesso. E invece, mi sbagliavo». Si vede che le apparenze ingannano i comuni lettori, in particolar modo quelli italiani.
Appurato che gnocca & Co. tirano meno di quanto si pensi, offriamo a Ian McEwan due domande al prezzo di una. First: come giudica il futuro della cultura nella sua Inghilterra, martoriata dai tagli del duo Cameron-Osborne? Second: ha cambiato giudizio sull’islam dopo che nel 2008 lanciò a mezzo Corriere della Sera dure critiche ai suoi precetti? Rimpalla McEwan: «Non sono tempi facili per la cultura britannica oggi, Blair e Brown avevano addirittura raddoppiato i fondi alle arti. Ma è anche vero che c’è gente che soffre tagli più drammatici di noi. Tra l’altro, credo che la creatività sia stimolata nei periodi di crisi e la rabbia generi arte. Non a caso, in un altro periodo di tagli radicali, quello della Thatcher, è esploso il teatro inglese. La cultura deve imparare a non dipendere totalmente dai politici». Cala un mite gelo in sala, visti i tempi che corrono. «E poi», insiste lo scrittore, «una cosa sono i tagli a un genere complicato come l’Opera, altro caso è quello della letteratura: a uno scrittore serve carta, penna, mica altro». La platea appare interdetta. Anche noi, perché McEwan ha scapolato sulla domanda religiosa. Gli chiediamo se il suo dribbling in stile blairiano (direbbe Rankin) sta per un fantasioso no comment. Stizzito, risponde: «Non sono un uomo di fede, ma non ho cambiato posizione su questo argomento. Che sia l’islam o il cristianesimo, per me le religioni sono tutte uguali».

For You
di M. Berkeley e I. McEwan
Teatro Olimpico, Roma
Oggi, ore 17,30

Sunday, November 21, 2010

James Blunt, il milite noto che la musica snob odia



YOU'RE BEAUTIFUL. Cossiga lo amava, la stampa inglese lo detesta. Storia di una star ex soldato che "evitò la terza guerra mondiale" e che canterà a Natale in Afghanistan contro i talebani.


di Antonello Guerrera

Era l’agosto 2009, quando il presidente emerito Francesco Cossiga divenne “Deejay K” nella fortunata trasmissione di RadioDue Un giorno da pecora condotta da Giorgio Lauro e Claudio Sabelli Fioretti. Pioniere della radio online e di iTunes, il picconatore lanciò i suoi cantanti preferiti: Laura Pausini, Michael Bublè e il cantante inglese James Blunt: «Mi piace molto», confermò poi al Giornale. Come «capitano dell’esercito inglese fu tra i primi a entrare a Pristina ai tempi della guerra in Kosovo. Lì scrisse il suo bellissimo brano Carry Me Home, che vuol dire portami a casa». E che Cossiga dedicò a Pier Ferdinando Casini: «Pensavo al ritorno nella Dc», confermò. «Lo sa che Blunt fu anche uno degli ufficiali che trasportò il feretro della Regina Madre? Poi forse ha capito che facendo il cantante avrebbe guadagnato più denari. E in effetti You’re beautiful, che ha composto per la sua prima fidanzata, è una canzone molto commovente».

Chissà come avrebbe reagito “Kossiga” alla notizia che proprio il suo James Blunt (alle anagrafe Blount, cognome «troppo ostico» per le masse) avrebbe sventato la terza guerra mondiale, stando al suo racconto a Bbc Radio 5 di lunedì scorso. È il 1999. Blunt non è ancora una popstar mondiale, bensì ufficiale di cavalleria britannico nel contingente Nato in Kosovo. Duecento russi hanno occupato, prima delle forze alleate, il campo d’aviazione di Pristina. Al che, il generale americano e poi aspirante presidente democrat Wesley Clark ordina di aprire il fuoco al 25enne Blunt, a capo di 30mila soldati. James dice di no e così evita una carneficina dalle conseguenze nefaste. I russi poi desisteranno. Blunt rischia la corte marziale, ma per sua fortuna il generale britannico Mike Jackson lo difende.

Dopo sei anni di mimetica (in cambio di studi gratis in ingegneria aerospaziale alla Bristol University), James Blunt appende le armi al chiodo il primo ottobre 2002 per dedicarsi completamente alla musica. Una scelta che fa storcere il naso alla famiglia, soprattutto al padre Charles, anch’egli militare in carriera, poco avvezzo ai pentagrammi («so suonare solo le campane») e penultimo anello di una interminabile catena familiare devota all’esercito britannico: i Blount vantano un militare, ininterrottamente, da mille incredibili anni, da quando i loro antenati del X secolo arrivarono in Inghilterra dall’attuale Danimarca.

Ma James non ha rimorsi. Infatuato dalla chitarra sin dal liceo a Harrow, Blunt, oggi 36enne, ha continuato a suonare soprattutto nell’esercito. Dove compone la toccante No Bravery, successiva hit mondiale, sulla tragedia dell’ex Jugoslavia. La canzone sarà l’ultima lacrima dell’uragano d’esordio Back to Bedlam (2004), che sarà il disco più venduto in Uk degli anni Zero (12 milioni di copie, più del leggendario Back To Black di Amy Winehouse) grazie a hit memorabili per molti, insopportabili per pochi, come High e You’re beautiful. Che a un certo punto, forse per eccessiva melensaggine, diventa in un sondaggio inglese del 2005 la canzone più odiata della storia della musica.

Plebiscito sintomatico di un atteggiamento spesso pregiudizievole nei confronti di Blunt da parte di una buona fetta di Gran Bretagna, la cui crema portante è la stampa musicale. Quando uscì Back to Bedlam, nessuna testata di grido pensò di recensirlo. Il secondo album All The Lost Souls (2007) è stato subito etichettato come la scia di una meteora già all’orizzonte. L’ultimo Some Kind Of Trouble (appena uscito in Italia per Warner), seppur sia un disco discreto con buoni picchi melensi-melodici (da Best Laid Plans a No Tears) e abbia subito raggiunto il secondo posto della classifica europea dietro il Greatest Hits dei Bon Jovi, ha dovuto aspettare solo qualche ora per essere stroncato dai critici oltremanica. Uno per tutti, Simon Price de l’Independent: «La cosa migliore che possiamo sperare è che questa volta Blunt possa guadagnare abbastanza per comprarsi un’intera isola nel Pacifico (allusione al fatto che Blunt dal 2009 vive a Ibiza, ndr), così non ci scoccerà più».

James Blunt, ex milite noto, faccia da angelo e fucile in braccio, fan di Elton John e ugola in bilico tra Cat Stevens e un eunuco, vita fatta di una chitarra, tre accordi e un ritornello, è antipatico alla stampa per: la vaga riservatezza sulle sue relazioni amorose; il suo accento e fare “posh”, da fighetto, che secondo alcuni non avrebbe mai raggiunto la middle class inglese; e, ovviamente, il suo passato da soldato. Una parentesi bellica, secondo i molti osservatori imbevuti di Jefferson Airplane, fiori nei cannoni e l’oppio de “il mio nome è mai più”, troppo scabrosa per una star della musica. Va peggio, se Blunt si espone su temi tipo: «Ha fatto bene il principino Harry a entrare nell’esercito». Oppure, «il governo non fa abbastanza per le nostre truppe».

Eppure James Blunt non fa apologia della guerra. Per la precisione, la esecra. Epperò, a differenza di altre star della musica, non riesce a voltare lo sguardo di fronte alla tragedia dei suoi ex compagni soldati al fronte, quelli che lo chiamavano “weener” perché era piccolino di stazza e che si stupivano per la freddezza, la briosità e la diplomazia che mostrava nelle operazioni di peace-keeping. Blunt non ha mai approvato le guerre di Tony Blair, né ne canta i valori in quelle poche occasioni che i suoi dischi non parlano di amorucci sfilacciati, affezioni werteriane e angeli sopra Albione. Ma un mese fa è andato a trovare i militari britannici in Afghanistan. Dove tornerà a Natale per esibirsi un concerto storico: «Le voglio cantare ai talebani», ha annunciato.

«James Blunt è un soldato, un gentiluomo e una rockstar», ha dichiarato l’attrice di Guerre Stellari e sua vecchia amica Carrie Fisher. Non solo. È stato anche un campione di sci, supporta Medici Senza Frontiere, è un ecologista (mostra ai concerti il trailer di Una scomoda verità, pianta un albero per ogni biglietto venduto dal proprio sito ad hoc e possiede un prototipo di macchina elettrica della Nasa), ha messo persino in vendita la sorella su eBay, facendole così conoscere il suo attuale fidanzato. Ma senza la guerra non sarebbe mai stato quel «di tutto un po’» che lo rende speciale, e bizzarro, di fronte ai colleghi, dei quali non condivide lo star system e la vita sfrenata: «Amo la purezza del lavoro di un soldato, perché hai a che fare con due cose, semplici ma fondamentali», ha dichiarato in una meravigliosa conversazione con Neil McCormick del Telegraph. «Una è la vita, l’altra è la morte. Nell’industria musicale, invece, hai a che fare con il successo e l’immagine. È solo distrazione». Tuttavia, continua, «riesco a ritrovare quella purezza quando sono in tour. Guardo la gente negli occhi. Cerco solo di raggiungere un altro essere umano mentre canto. Tutto il resto sono sciocchezze». Chapeau.


Da Il Riformista, 21/11/10

Thursday, November 11, 2010

Asia Bibi, una "Sakineh" dimenticata

Asia Bibi, 38 anni, cristiana, madre di due figli, è stata condannata a morte martedì in Pakistan per “blasfemia”. Asia è stata ritenuta colpevole di aver oltraggiato, nel 2009, il profeta Maometto e, salvo ripensamenti in appello, sarà la prima donna a subire la pena capitale pachistana per aver offeso l’islam. Una notizia tremenda che purtroppo ha sconvolto meno di altri scabrosi casi come quello dell'iraniana Sakineh e che si incastra in un inquietante trend di terrore perpetrato dagli estremisti islamici pachistani, soprattutto nella regione del Punjab. La minoranza cristiana in Pakistan, circa 2 milioni secondo l’ultimo censimento del 1998, ne soffre le maggiori conseguenze.
Asia Bibi viveva a Ittanwali, villaggio di 1.500 anime nel Punjab dove la sua è una delle tre famiglie di fede cristiana. Il 19 giugno 2009 si trovava al lavoro con altre braccianti quando, all’ennesimo tentativo di quest’ultime di convertirla all’islam, ne è scaturita una furiosa lite. Durante la quale, secondo l’accusa, Asia avrebbe pronunciato le fatali frasi: «Cristo è morto sulla croce, cosa ha fatto per voi Maometto?». E poi: «Il nostro Cristo è il vero profeta, il vostro è fasullo».
Apriti inferno. Prima di essere arrestata e portata nel carcere di Sheikhupura, Asia e i suoi bambini sono stati picchiati dai concittadini. Dalle moschee, intanto, si levava l'umiliazione di dipingerle il volto di nero e scarrozzarla su un asino per il paese. Subito sono partite le petizioni di varie associazioni cristiane in Pakistan, che purtroppo non hanno avuto una risonanza simile a quella di altre tragedie ben più famose. Anche perché le donne, sino a l’altro ieri, erano sempre state risparmiate dal boia. Ma adesso, oltre ad Asia, anche un’altra ragazza, Martha Bibi, è sotto processo per la stessa accusa. Perché la “blasfemia” non è solo un fine da punire, ma anche un mezzo da sfruttare per gli estremisti pachistani affinché si eliminino i “nemici”.
Nella crescente ondata anticristiana che attraversa le viscere del Pakistan da decenni, difatti, questo reato-“legge di stato” è la cartina tornasole delle violenze che gli “apostati” musulmani e le minoranze religiose subiscono. L'“arma del delitto” si chiama 295, ovvero l’articolo del codice penale pachistano, introdotto nel 1985 durante l’era ultraislamizzante dell’ex presidente Zia-ul Haq, che punisce la blasfemia contro l’islam e il Profeta con la pena capitale. Proprio da tali accuse, in Pakistan sono esplose, dagli anni Novanta a oggi, le più sanguinose cacce al cristiano, alcune indelebili, come il tentato pogrom dei 30mila musulmani che nel 1997 rasero al suolo case e chiese cristiane di Shantinagar o le orde di fanatici del primo agosto 2009 che misero a ferro e fuoco la comunità cristiana di Gojra, bruciando vivi due uomini, tre donne e due bambini. Tutti episodi occorsi nel rovente Punjab.
Il 2010 non è stato meno violento: un cristiano arso vivo a Rawalpindi nel marzo scorso perché nolente alla conversione dell’islam (e la moglie stuprata dai poliziotti). Un altro, Qamar David, lo scorso febbraio è stato condannato all’ergastolo a Karachi per «espressioni blasfeme» su Maometto e il Corano (mentre il co-imputato musulmano è stato assolto). Stessa atroce sorte per il 26enne Imran Masih, condannato nel gennaio 2010 dopo esser caduto nel tranello di un vicino che gli ha fatto bruciare, a sua insaputa, una copia del Corano. Altri due Masih, Tasawar giovane cristiano di Sargodha e Zahid di Model Town (Lahore), sono dovuti scappare con le famiglie per la stessa accusa. Il 73enne Rehmat Masih, invece, della diocesi di Faisalabad, è ancora in carcere per aver «insultato Maometto». E solo un mese fa è stato trucidato ad Haripur “l’avvocato dei cristiani” Edwin Paul.
Parte di queste azioni contro i cristiani sono orchestrate da gruppi vicini ad al Qaeda come i terroristi del Lashkar-e-Jhangvi. Ma spesso il grilletto scatta anche per ragioni economiche o strumentali, per la “terra” o semplicemente per cacciare i non-musulmani. Un duro allarme di fuga cristiana dal Pakistan l’aveva già lanciato lo scorso agosto l’arcivescovo di Lahore, nonché presidente della Conferenza episcopale pakistana, monsignor Lawrence Saldanha. Ma per tutti i martiri invisibili del Pakistan le autorità internazionali fanno fatica a mobilitarsi, anche perché Islamabad è uno snodo cruciale per la lotta al terrorismo. Neanche il clamoroso suicidio del vescovo cattolico di Faisalabad John Joseph, che si sparò alla testa il 27 aprile del 1998 davanti al tribunale in cui un suo fedele, Ayub Mashi, era stato condannato a morte per aver infranto l’articolo 295, ha sollevato l'indignazione del mondo.

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 11/11/10

Friday, October 22, 2010

«Il negazionismo? Squallido Ma non si batte con una legge»



HOWARD JACOBSON. A colloquio con lo scrittore britannico, fresco vincitore del Booker con “The Finkler Question”. «Certa sinistra demonizza Israele. Ma gli ebrei vogliono solo la pace».


Howard Jacobson doveva essere a Roma la settimana scorsa per il Festival della letteratura ebraica. Poi però la seriosa giuria del Booker Prize ha deciso di premiare, a sorpresa, il rigoglioso humour del suo ultimo The Finkler Question e così ha dovuto rinunciare al suo italienische Reise. In un Paese che, ha brevissimamente dichiarato lo stesso Jacobson a caldo al Corriere della Sera, «gli ha portato fortuna. Cargo (l’editore italiano, ndr) è stato il mio talismano: proprio l'Italia è stato il primo Paese straniero che ha comprato i diritti di Kalooki Nights (altro suo romanzo, ndr)».
Poco male, a dicembre arriverà finalmente in Italia. Ma prima, lo scrittore britannico di origine ebraica, nonché editorialista dell’Independent, si è concesso con più calma al Riformista. In Italia è da pochi giorni in libreria il suo ultimo romanzo tradotto Un amore perfetto. Opera che, dopo l’irresistibile e Imbattibile Walzer (tutti targati Cargo), «racconta in maniera formidabile il tormento sessuale» (nobel Harold Pinter dixit) di uno stimato ma lussurioso libraio. Invece, nel più glorioso The Finkler Question (Bloomsbury, 307 pp., £ 18,99, arriverà in Italia nel luglio 2011), i protagonisti sono tre amici: Julian Treslove, ex produttore Bbc, un romantico fallito su cui ruota la narrazione; e poi Sam Finkler e Libor Sevcik, entrambi ebrei e vedovi, ma su posizioni contundenti su cosa significhi essere ebrei oggi alla luce delle politiche di Israele. Treslove, da insipido “gentile”, aspira a essere ebreo e partecipa allo spigoloso ma frizzante dibattito degli altri due, in una travolgente burrasca di humour a tinte inquiete.
«Difatti, The Finkler Question, nonostante molti dicano sia un romanzo comico, è anche un libro molto triste, una black comedy», puntualizza Jacobson. Eppure, gli scrittori britannici di origine ebraica una volta si nascondevano, «si travestivano da inglesi», disse lo scrittore tempo fa. Oggi non è più così. Una nuova alba, per scomodare Eli Wiesel, sta nascendo. Anthony Julius (l’avvocato del divorzio di Lady Diana) aveva già lanciato nei mesi scorsi il velenoso sassolone del suo Trials Of The Diaspora che indaga l’antisemitismo strisciante nella Gran Bretagna di oggi. «Verissimo, ma non è il solo», sostiene Jacobson. «Sta finalmente emergendo una nuova generazione di scrittori ebraici, vedi Linda Grant e Andrew Miller, meno introversa e più orgogliosa. E The Finkler Question aiuterà sicuramente questa emancipazione». Cosa è cambiato negli ultimi mesi? «Nel 2009 la comunità ebraica, dopo i fatti di Gaza e la demonizzazione di Israele propagata dai media britannici, aveva molta più paura di esprimersi. Ma una cosa è il sacrosanto diritto di critica, un’altra è mistificare le notizie e affibbiare così a Israele un’immagine falsa. Adesso, però, ci siamo stufati e, grazie alla meno rovente situazione in Medio Oriente, stiamo uscendo dal guscio».
Sugli attacchi mediatici anti Israele, Jacobson - nato in una famiglia molto left (il padre era un acceso sindacalista) ma curioso di vedere cosa farà Cameron («anche se alcuni aspetti della sua Big Society sono crudeli») -, ha le idee molto chiare: «Tutte queste mistificazioni vengono propagate dai media britannici liberal e da certe cerchie intellettuali. Qui purtroppo la sinistra, dopo la caduta del Muro e del comunismo, ha sempre avuto il complesso di Israele in quanto nuova valvola di sfogo politico. Ma, checché se ne dica», prosegue Jacobson, «la stragrande maggioranza degli ebrei d’Inghilterra, nonostante gli attacchi, è moderata. Sa che l'antisionismo non corrisponde all'antisemitismo, ma sa anche che dal primo può nascere il secondo».
Jacobson si è definito in passato “sionista liberale” e favorevole a due stati in Medio Oriente. Oggi, a processo di pace innescato dall’amministrazione Obama, non trasuda ottimismo («sappiamo come è andata a finire le scorse volte»). Ma sa che Israele ha una sola via d’uscita: «Tutti gli israeliani vogliono la pace. E credono, anche i più rigorosi, che l’unica soluzione sia rinunciare alla politica degli insediamenti in Cisgiordania, alla quale sono personalmente contrario, e aprire alle concessioni. Anche il premier Netanyahu ne è convinto, ma per andare avanti nel processo di pace dovrà concedere qualcosa all’estrema destra, anche solo simbolicamente». In questi spasmi di dialogo, le pratiche di autoboicottaggio degli stessi ebrei per Jacobson sono assolutamente inutili, «soprattutto quelle degli intellettuali e dei giovani inglesi che non sanno nulla di storia».
Ecco, la storia. Per evitare di farla riscrivere in peggio, il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici con una lettera a Repubblica ha innescato il dibattito politico su una potenziale legge antinegazionista. Che non trova d’accordo l’ebreo Jacobson: «Sarebbe assolutamente controproducente in una società libera e darebbe il fianco a chi si scaglia contro gli “ebrei cospiratori”. I negazionisti bisogna ridicolizzarli, sconfessarli con i fatti, ma non si può negar loro la parola». Così come non si possono negare le barzellette sugli ebrei, recitate anche dal premier Berlusconi: «Guardi, per noi è fondamentale scherzare sulle nostre tragedie, soprattutto quelle più crudeli. Ma le barzellette di Berlusconi non sono così spiritose. Le nostre sono molto meglio. Berlusconi dovrebbe assumermi se vuole davvero far ridere la gente».

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 22/10/10