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Wednesday, October 19, 2011

"Agnelli scarica Del Piero", tanto rumore per nulla, anzi per poco


Il putiferio che si è creato dopo l’annuncio dell’addio alla Juventus di Alessandro Del Piero da parte del presidente Andrea Agnelli è francamente incomprensibile. Era una mossa preventivata e decisa in accordo con il capitano della Juventus, ha dichiarato successivamente Agnelli. Non c’è la certezza assoluta su queste affermazioni (Del Piero non ha ancora parlato). E certo, per quanto riguarda la questione del futuro posto da dirigente per Del Piero, la situazione non è chiarissima. Ma ciò che conta oggi è un’altra: che Del Piero avrebbe lasciato la Juventus alla fine di quest'anno era ri e strasaputo da mesi, anni.

In sintesi, già l’anno scorso doveva essere l’ultimo da giocatore del capitano della Juventus. Poi le cose sono cambiate per vari motivi, due su tutti: la pochezza tecnica e la scarsa personalità della Juventus di Delneri abbinata alla voglia e alla forma di Del Piero; e poi l’annuncio del nuovo stadio, araldo architettonico di una nuova era e di un nuovo modo di concepire il calcio (almeno in teoria, vedi lo schiaffo a Di Vaio), per la Juve e per il calcio italiano. La nascita dello Juventus Stadium, insomma, era un evento a cui un capitano glorioso come Del Piero non poteva mancare, non per pochi mesi per giunta.

Ciononostante, l’annuncio di ieri di Agnelli non doveva dare adito al folle sensazionalismo che ha spadroneggiato nei media. Esempio negativo, in questo senso, un servizio di Premium Calcio in cui ieri si diceva: “La cosa era risaputa ma non ci si aspettava un annuncio del genere da parte del presidente”. Ma non l’ha annunciato il presidente. Il ritiro alla fine della stagione 2011/2012 Del Piero lo aveva annunciato già più di un anno fa, sul suo sito e in varie interviste, come questa a Sky (cito testualmente): “Nuovo Stadio, rivoluzione culturale. Il mio ultimo anno alla Juve sarà vincente, non vedo alternative”. Dunque, dove sta il problema, anzi la notizia? Boh. Anche il direttore di Tuttosport De Paola ha scritto un editoriale su questa vicenda abbastanza surreale, che i maligni vedono come atta a destabilizzare l'ambiente.

L'unica cosa che si può rimproverare ad Agnelli è quella di aver anticipato Del Piero nel "confermare" o "reiterare" l'addio alla Juventus, forse per non essere messo alle spalle al muro da eventuali mosse a sorpresa del capitano (come il video dell'anno passato che, si dice, fece infuriare il presidente). Ma questa è un'altra storia che dipenderà unicamente dal rendimento di Del Piero in questo campionato. Se Del Piero e l'amico e compagno di mille vittorie Antonio Conte penseranno che sia giusto continuare ancora per un altro anno, anche il presidente Agnelli dovrà piegarsi al loro volere.

Saturday, December 18, 2010

Addio Larry, e non è un funerale! Noia, melensaggine e lacrime prima dall'addio


di Antonello Guerrera
«Questo non è un funerale», implorava il comico Bill Maher, ospite allo show. Ma i calorosi appelli non hanno prosciugato la commozione che ieri notte ha colto Larry King, storico anchorman della Cnn, all’ultima puntata del suo show dopo «venticinque anni e mezzo» di onorata carriera. Cravatta rossa a pois bianchi, le solite bretelle, anch’esse scarlatte e fiammanti, il pugno di qualità sotto il mento. E un King visibilmente scosso alla sua ultima apparizione ufficiale, anche se non lascerà del tutto la Cnn, concedendosi qualche comparsata di qui alla definitiva pensione.
Ma l’ultima è stata anche una delle sue puntate più noiose, un’overdose di melensaggine. Stavolta gli illustri ospiti che King per un quarto di secolo ha scartocciato con domande secche, improvvise e anche improvvisate – non si informava più di tanto sulle sue “vittime” – hanno preso il sopravvento dello stanco padrone di casa, intavolando un tristissimo brindisi – il coretto God Bless America del sipario del Cacciatore non avrebbe sfigurato - e gli hanno tessuto le lodi più alte: da Obama a Bill Clinton, da Arnold Schwarzenegger a Donald Trump, in studio o collegamento, tutti hanno avuto adulatorio campo libero di fronte a un Larry già a mezzo servizio. Ma era anche l’ultimo giorno di scuola, e quindi tutto era concesso. Anche il deprimente lancio «è dura dirlo, ma questa è l’ultima volta». È stato lo show più difficile per Larry King, pseudonimo di Lawrence Harvey Zeiger strappato a una pubblicità “alcolica” per diventare, nomen-omen passepartout, il re dell’informazione americana. Per un addio in sensibile anticipo sulla tabella di marcia che recitava 2011 inoltrato. Gli ascolti in veemente discesa e la morsa delle schierate Msnbc e Fox News nei confronti della “troppo oggettiva” Cnn non hanno fatto altro che accelerare, freneticamente, la sua abdicazione. Prima di una caduta che sarebbe stata fin troppo vergognosa.
Purtroppo, gli ascolti del Larry King Live erano ai minimi degli ultimi 15 anni, dimezzati rispetto ai picchi del 2000. Ma questo non ha fatto dimenticare le sue 50mila interviste: la sua preferita a Muhammad Alì, quella del bacio omosex con Marlon Brando, Frank Sinatra, le 29 apparizioni di Bill Clinton, l’ultima di Sniper nel ciclone fiscale, sino alla candidatura presidenziale dell’imprenditore texano Ross Perot. Era il 1992.
Diciannove anni dopo quello scoop, gli americani della sera e i nottambuli italiani che non si accontentano delle sofisticate elegie di Enrico Ghezzi ora dovranno sorbirsi un inglese, Piers Morgan, ex direttore di News Of The Word e Mirror, conosciuto oltreoceano per il talent show America’s Got Talent. Uno straniero che molto difficilmente farà meglio di Larry. Che era inimitabile. Sempre ieri notte, in uno sketch con Fred Armisen travestito come il padrone di casa, King ha dimostrato il suo genio minimalista. «Qual è stata la domanda più importante della tua carriera?». E lui, in un raro momento gelido, «“why”, “perché”. A questa domanda l’ospite non può dire sì o no. E deve riflettere per rispondere». Semplice, no?
Il carisma, la professionalità e il suo indimenticabile volto appuntito da nerd hanno fatto il resto. Non a caso, Washington terrà uno smithsoniano spazio per il suo storico set a puntini colorati, Los Angeles gli ha già dedicato una strada – gesti apotropaici permettendo – e sempre ieri, in diretta, il governatore Schwarzenegger ha annunciato l’istituzione in California del Larry King Day, per ogni 16 dicembre di prossima ventura. Sulle note di Best is Yet to Come – “il meglio deve ancora venire” - cantata in diretta da Tony Bennett e circondato dai due figli e dalla moglie Shawn (di nuovo al suo fianco dopo il tentato suicidio per le viscide accuse di liaison di Larry con la sorella di lei), King ha ricamato così il suo sofferto commiato: «Invece di dire arrivederci, che ne dite di “quanto tempo”?». Il re che aveva reso «eccitante persino il Nafta» (copyright Katie Couric) e che aveva intervistato «tutti a parte Dio» (Tom Johnson, ex presidente Cnn dixit) era troppo stanco - e saggio, visti i tempi - per non abdicare.