Londonderry

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Saturday, August 20, 2011

"La sinistra ha abbandonato la gente" - Intervista a Per Petterson



Dopo lo straordinario “Fuori a rubar cavalli” (ed. Guanda), con il quale ha vinto l’Impac Prize 2007, sbaragliando Foer, McCarthy, Rushdie e Coetzee, lo scrittore norvegese Per Petterson ritorna nelle librerie italiane con il romanzo “I luoghi più lontani” (Guanda, 236 pp., euro 16,50). Un’opera di caratura e scrittura sopraffina, come Petterson ha già abituato i suoi lettori, seppur a tratti lentissima, straniante. Come in “Fuori a rubar cavalli”, anche qui l’azione si svolge in una glaciale, tragica famiglia nordica. Protagonista una bimba senza nome che sogna di andare a vivere in Siberia e che diventerà, tra peripezie, delusioni e abbaglianti flashback, una donna forte, indipendente. Ma anche cinica, fredda, a tratti imperscrutabile, gelidamente misteriosa.

Signor Petterson, quanta autobiografia c’è in “I luoghi più lontani”?

Non lo definirei un libro autobiografico. “I luoghi più lontani” è vagamente ispirato alla vita di mia madre, ma lei raramente mi parlava della sua gioventù. Perciò direi che “I luoghi più lontani” è un reinvenzione della vita di mia madre e, dunque, pura finzione.

Il personaggio principale non ha un nome, i suoi sogni vengono presto infranti, rimane incinta ma suo figlio non ha un padre. Perché? La “Zeit” l’ha definita un’eroina. Ma non è anche una vittima del mondo in cui vive?

Io credo sia un’eroina, senza dubbio. Dimostra di essere sempre se stessa, una donna indipendente, anche se non ha un nome, perché sinceramente non sono riuscito a darglielo. Ma certo, è anche una vittima della storia. Ma chi non lo è? All’epoca la condizione sociale delle donne non era certo delle migliori. Ma questo non vuol dire sia una vittima, perché altrimenti sarebbe come privarla della sua immensa dignità.

Quanto è difficile per uno scrittore scrivere da un punto di vista femminile?

In un certo senso, non mi è stato per nulla difficile. Certo, all’inizio ero un po’ nervoso e ho pensato di studiare i comportamenti delle mie figlie prima di mettermi a scrivere. Ma così non mi sentivo a mio agio. Allora mi son detto: “Sii un donna!”, con il seno e tutte le sue forme. Ci ho messo tre anni a scrivere questo libro e, in gran parte di quel periodo, mi sono sentito androgino.

In questo libro, ma anche in “Fuori a rubar cavalli”, lei è stato paragonato a Coetzee. È d’accordo?

Coetzee mi piace un sacco, ho letto tutto di lui e mi ha insegnato una massima che applico sempre per scrivere, ossia: “Pensa sempre a soffrire!”. Ma, almeno per “I luoghi più lontani” non c’è la sua influenza, né quella di altri scrittori. Lo sento solo mio.

In “I luoghi più lontani”, la Norvegia a un certo punto viene definita un paese “pieno di comunisti”. Lei è uno scrittore norvegese notoriamente di sinistra. Come giudica l’ascesa dei partiti di ultradestra in Norvegia e in Europa? Perché la sinistra arranca?

Sono convintamente di sinistra, mi definisco uno scrittore della working class, è da lì che provengo. Ma certo i partiti di destra hanno guadagnato terreno perché la socialdemocrazia europea non ascolta più i bisogni reali della gente, né condivide le sue gioie e paure. Al contrario, prende sempre più le distanze dal popolo.

Lei spesso ha scritto dell’invasione nazista nel Nord Europa, in “Fuori a rubar cavalli” e ora anche in “I luoghi più lontani”, stavolta comparando le allora reazioni antihitleriane di Norvegia e Danimarca. Perché?

A me non piace scrivere di guerra. È solo che, uno della mia generazione (sono nato nel 1952) è cresciuto con genitori segnati dalla guerra, quindi per forza di cose è un tema che ritorna costantemente nei figli. I norvegesi hanno provato a resistere per qualche tempo contro i nazisti. Invece, i danesi, almeno inizialmente, si piegarono subito all’aggressore. In Norvegia dobbiamo ringraziare re Haakon VII, figura fondamentale durante la guerra: resistette fino alla fine a fianco al suo popolo. Non a caso, è stato l’unico re “eletto” nella storia d’Europa nel 1905.

Lei è un uomo di sinistra. È però anche un grande ammiratore di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, ma anche rinomato filonazista. Lei come fa ad ammirarlo, nonostante tutto?

Hamsun donò la sua medaglia del Nobel a Goebbels, scrisse il necrologio di Hitler, è stato una vergogna per tutti noi. Ma, allo stesso modo, non c’è dubbio che sia stato il più grande scrittore del mio paese. Che fare quindi? È un problema tutto norvegese che non possiamo risolvere e che, in fin dei conti, non dovremmo sforzarci di risolvere.

Secondo lei, le recenti stragi di Oslo e dell’isola di Utøya sono semplicemente opera di un folle come Anders Breivik o la colpa è anche di quei partiti ultrapopulisti che per anni hanno inculcato nelle persone una politica evidentemente intollerante?

Breivik non è un folle. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto lucidamente. Ma sarebbe ingiusto dire che c’è un filo diretto tra le sue azioni e l’ideologia di certi partiti, anche quelli norvegesi. Tuttavia, la melma ideologica in cui ha sguazzato Breivik è stata sicuramente preparata dalla demagogia di questi partiti.

Lei crede nel multiculturalismo in Norvegia? Qualche settimana fa, un articolo del New York Times diceva che a Oslo non c’è integrazione e cioè che gli immigrati nel suo paese “rappresentano una ‘sfida’ all’omogeneità culturale e religiosa norvegesi”.

Certo che si tratta di una sfida, come per ogni stato europeo. Ma credo che l’omogeneità culturale sia un concetto fuori moda. Multiculturalismo? Che significa? Se con questo si intende una nazione formata da tanti piccoli staterelli a seconda delle diverse culture, allora mi sembra una brutta idea. C’è uno stato norvegese, una lingua norvegese, una classe politica norvegese, un codice penale norvegese, punto. Con questo non voglio dire che gli immigrati non possano conservare le proprie tradizioni, lingua, religione, eccetera. Ma devono rispettare le nostre leggi.

Dopo la strage di Breivik, il premier norvegese Stoltenberg ha dichiarato che la Norvegia supererà la tragedia con ancora più democrazia e libertà. Quanto è cambiato il suo paese dopo quel tragico 22 luglio 2011?

La Norvegia è sicuramente cambiata, ma non so di quanto. Di certo, non tornerà sui suoi passi. Certo, il terrorismo può e deve essere combattuto con più democrazia. Mentre il mondo ora ci vuole più restrittivi e meno liberali. Ma il nostro futuro lo decideremo noi.

Crede che 21 anni di galera, il massimo della pena secondo il codice penale norvegese, siano sufficienti per un terrorista come Breivik?

Non spetta a me dirlo. Noi crediamo in un sistema liberale. E sicuramente, a questo proposito, ora non prenderei decisioni avventate, se fossi un politico. Ma, per fortuna, sono solo uno scrittore.

Da Il Riformista, 17/08/2011

Wednesday, May 18, 2011

Perché anche l'Irlanda canta "God Save the Queen" - Intervista a Colm Tóibín



L’ultimo monarca di Londra in visita a Dublino era stato il nonno dell’attuale Regina, Giorgio V. Correva l’anno 1911 e l’Irlanda non aveva certo dimenticato le terribili carestie del 1845 che la regina Vittoria aveva snobbato. Eppure gli annali recitano che «una folla calorosa di irlandesi» accolse Giorgio V, il quale si au- gurò di essere presto emulato dal suo successore. Il XX secolo andò in modo diverso. E undici anni dopo - quasi tre dei quali di guerra - nasceva lo Stato libero d’Irlanda, ma senza le sei contee settentrionali. La calorosa e accogliente Ir- landa non si è però smentita con la visita di Elisabetta II. Visti gli ultimi rigurgiti dell’Ira, anche giornali populisti come Irish Independent e Herald hanno tenuto un profilo molto istituzionale. E i politici locali hanno tessuto ogni lode possibile alla Regina, tra questi persino l’ex acerrimo nemico Gerry Adams. I manife- stanti anti-Regina ieri sono stati poche decine. Il fascino della Co- rona è sempre vivo in Irlanda. E l’ultimo sondaggio dell’Irish Independent dava l’80 per cento dei cittadini favorevole alla visi ta di Elisabetta II.

Certo, non sono mancate le voci fuori dal coro, come quelle dei repubblicani più oltranzisti o di supervip come l’ex leader degli Smiths, Morrissey, nato a Manchester ma di genitori irlandesi, che su Hot Press ha dilania- to la Regina e la monarchia bri- tannica, in quanto «antidemocra- tica» e «fascista». Le note di God Save the Queen nel Garden of Remem- brance di Dublino, che comme- mora gli irlandesi caduti per ro- vesciare proprio il nonno di Eli- sabetta II, sono un affronto per i più intransigenti. Così come la Regina in visita al Croke Park di Dublino, lo stadio dove ebbe luo- go il massacro del Bloody Sun- day del 1920. «Ma pure lì ha già risuonato God Save The Queen e io c’ero: Irlanda-Inghilterra, Cinque Na- zioni di rugby 2007. Ma nessuno se lo ricorda», commenta al Riformista Colm Tóibín, uno de- gli scrittori irlandesi più famosi e apprezzati in Gran Bretagna e nel mondo, autore dell’ultimo ro- manzo Brooklyn(ed. Bompiani). Tóibín, che è cresciuto in una fa- miglia protestante nel cattolico sud dell’isola e aveva un nonno nell’Ira, si dice «entusiasta della visita di Elisabetta in Irlanda, ma anche un po’ triste, perché tutto questo sarebbe potuto avvenire molti anni fa. Sa, gli irlandesi so- no tremendamente simili agli in- glesi. Io stesso, irlandese, ho pub- blicato i miei libri a Londra prima

che a Dublino. Ma va bene così: la storia è affascinante perché ci sorprende sempre». Sulla questione Ulster, Tóibín dice che gli accordi del Venerdì Santo sono oramai una pietra mi- liare per l’intera popolazione: «Il 99 per cento degli irlandesi prova disgusto nei confronti degli ulti- mi atti di terrorismo in Irlanda del Nord. Anche i cattolici hanno ac- cettato la pace, entrando sempre più nelle forze dell’ordine di Bel- fast nonostante le intimidazioni. I terroristi hanno perso». E di suo nonno, militante del- l’Ira, ha un ricordo preciso: «Quello per cui ha combattuto, ossia un’Irlanda libera e indipen- dente, oggi esiste. E io sono fie- ro di essere nato in questo Stato. Il resto non conta». Così i “porci” irlandesi nell’Inghilterra degli an- ni 60, il silenzio di Elisabetta sul mortale sciopero della fame di Bobby Sands, le pungenti ironie del figlio Carlo sui devoti di San Patrizio, oggi contano molto me- no. Del resto, in un momento co- sì arduo per l’economia irlande- se, la visita di Elisabetta II, che pure è costata 30 milioni di euro in sicurezza, sarà, con quella im- minente di Obama, «un grande stimolo per il turismo e per l’eco- nomia», assicurano gli enti turi- stici irlandesi. Insomma, Dio sal- vi la Regina, da oggi anche in Ir- landa.

Saturday, December 18, 2010

Addio Larry, e non è un funerale! Noia, melensaggine e lacrime prima dall'addio


di Antonello Guerrera
«Questo non è un funerale», implorava il comico Bill Maher, ospite allo show. Ma i calorosi appelli non hanno prosciugato la commozione che ieri notte ha colto Larry King, storico anchorman della Cnn, all’ultima puntata del suo show dopo «venticinque anni e mezzo» di onorata carriera. Cravatta rossa a pois bianchi, le solite bretelle, anch’esse scarlatte e fiammanti, il pugno di qualità sotto il mento. E un King visibilmente scosso alla sua ultima apparizione ufficiale, anche se non lascerà del tutto la Cnn, concedendosi qualche comparsata di qui alla definitiva pensione.
Ma l’ultima è stata anche una delle sue puntate più noiose, un’overdose di melensaggine. Stavolta gli illustri ospiti che King per un quarto di secolo ha scartocciato con domande secche, improvvise e anche improvvisate – non si informava più di tanto sulle sue “vittime” – hanno preso il sopravvento dello stanco padrone di casa, intavolando un tristissimo brindisi – il coretto God Bless America del sipario del Cacciatore non avrebbe sfigurato - e gli hanno tessuto le lodi più alte: da Obama a Bill Clinton, da Arnold Schwarzenegger a Donald Trump, in studio o collegamento, tutti hanno avuto adulatorio campo libero di fronte a un Larry già a mezzo servizio. Ma era anche l’ultimo giorno di scuola, e quindi tutto era concesso. Anche il deprimente lancio «è dura dirlo, ma questa è l’ultima volta». È stato lo show più difficile per Larry King, pseudonimo di Lawrence Harvey Zeiger strappato a una pubblicità “alcolica” per diventare, nomen-omen passepartout, il re dell’informazione americana. Per un addio in sensibile anticipo sulla tabella di marcia che recitava 2011 inoltrato. Gli ascolti in veemente discesa e la morsa delle schierate Msnbc e Fox News nei confronti della “troppo oggettiva” Cnn non hanno fatto altro che accelerare, freneticamente, la sua abdicazione. Prima di una caduta che sarebbe stata fin troppo vergognosa.
Purtroppo, gli ascolti del Larry King Live erano ai minimi degli ultimi 15 anni, dimezzati rispetto ai picchi del 2000. Ma questo non ha fatto dimenticare le sue 50mila interviste: la sua preferita a Muhammad Alì, quella del bacio omosex con Marlon Brando, Frank Sinatra, le 29 apparizioni di Bill Clinton, l’ultima di Sniper nel ciclone fiscale, sino alla candidatura presidenziale dell’imprenditore texano Ross Perot. Era il 1992.
Diciannove anni dopo quello scoop, gli americani della sera e i nottambuli italiani che non si accontentano delle sofisticate elegie di Enrico Ghezzi ora dovranno sorbirsi un inglese, Piers Morgan, ex direttore di News Of The Word e Mirror, conosciuto oltreoceano per il talent show America’s Got Talent. Uno straniero che molto difficilmente farà meglio di Larry. Che era inimitabile. Sempre ieri notte, in uno sketch con Fred Armisen travestito come il padrone di casa, King ha dimostrato il suo genio minimalista. «Qual è stata la domanda più importante della tua carriera?». E lui, in un raro momento gelido, «“why”, “perché”. A questa domanda l’ospite non può dire sì o no. E deve riflettere per rispondere». Semplice, no?
Il carisma, la professionalità e il suo indimenticabile volto appuntito da nerd hanno fatto il resto. Non a caso, Washington terrà uno smithsoniano spazio per il suo storico set a puntini colorati, Los Angeles gli ha già dedicato una strada – gesti apotropaici permettendo – e sempre ieri, in diretta, il governatore Schwarzenegger ha annunciato l’istituzione in California del Larry King Day, per ogni 16 dicembre di prossima ventura. Sulle note di Best is Yet to Come – “il meglio deve ancora venire” - cantata in diretta da Tony Bennett e circondato dai due figli e dalla moglie Shawn (di nuovo al suo fianco dopo il tentato suicidio per le viscide accuse di liaison di Larry con la sorella di lei), King ha ricamato così il suo sofferto commiato: «Invece di dire arrivederci, che ne dite di “quanto tempo”?». Il re che aveva reso «eccitante persino il Nafta» (copyright Katie Couric) e che aveva intervistato «tutti a parte Dio» (Tom Johnson, ex presidente Cnn dixit) era troppo stanco - e saggio, visti i tempi - per non abdicare.

Friday, December 3, 2010

Solgenitsin & Burns - L'ultima “wiki-intervista”


INEDITO. Spunta un colloquio privato del 2008 tra l'ex ambasciatore Usa e il Nobel 4 mesi prima della sua morte.

Tra gli oltre 250mila file di Wikileaks, il fuggitivo Julian Assange potrebbe averci regalato l’ultima conversazione ufficiosa di Aleksandr Solgenitsin. In Occidente, le sue ultime confessioni erano arrivate grazie a Christian Neef e Matthias Schepp dello Spiegel nel 2007. Un’intervista da molti dichiarata “finale”, dove l’autore di Arcipelago Gulag annunciava il suo ritiro dalla letteratura attiva, dichiarava di non aver paura della (imminente) morte, dipingeva croce e delizie della Russia di Putin. Presidente che ha imparato ad amare col tempo, dopo alcune frizioni iniziali. Alle 7 e 07 di ieri, però, è spuntato il cable “confidential” 08Moscow932. Il file porta la data del 4 aprile 2008, la firma dell’allora ambasciatore americano a Mosca William J. Burns (posizione ricoperta fino al 12 maggio 2008, per poi diventare sottosegretario di Stato in patria) e allega anche un altro suo incontro privato con il patriarca ortodosso Kirill.
Non sappiamo la data esatta dell’incontro tra Solgenitsin e Burns. L’unico riferimento temporale è «di recente», quindi a ridosso del 4 aprile. L’ambasciatore dice di essersi recato a casa del premio Nobel nella sua casa fuori Mosca, dove morirà solo quattro mesi dopo, il 3 agosto 2008. Burns descrive Solgenitsin in cattivo stato di salute («braccio sinistro paralizzato, mano contorta»), ma intellettualmente attivo e lucidissimo («sveglio, dalla parlata chiara, sempre al lavoro negli archivi e aggiornato sugli eventi esterni»), seppur spesso ripreso dalla sempre attentissima e accorta moglie Natalia.
Solgenitsin conferma a Burns quanto dichiarato allo Spiegel l’anno prima su Putin. L’ex presidente, e futuro premier, è una benedizione rispetto a Gorbaciov e Ieltsin per riparare i danni di 70 anni di storia sovietica, nonostante problemi mai risolti - come il gap tra ricchi e poveri. E, aggiunge nel colloquio con l’ambasciatore, la gestione dei casi secessionisti. Alla luce della strage di Beslan, il Nobel critica «l’errore» di Putin di scegliere autonomamente i governatori locali e non farli eleggere dal popolo. Altro tema, quello della Cecenia, per il quale Solgenitsin è stato molto criticato - per aver prima invocato l’autonomia della regione e poi la pena di morte per i «terroristi» locali.
Quale governo ideale allora? Lo scrittore ribadisce il sogno di autogoverno delle masse e pone come esempio supremo di politica «le assemblee locali del Vermont (dove si era trasferito dopo l’esilio, ndr)», «l’essenza della democrazia». Ma lo sapeva anche lui che questa era solo utopia. E perciò Burns passa a chiedergli del neopresidente Medvedev. Un «bel giovane» anche se mai incontrato prima, dice Solgenitsin, ma sicuramente pronto a «riparare», anche lui, «i danni sovietici». E qui viene la parte più succosa. Perché Solgenitsin, nel citare i «crimini» dell’Urss contro la sua gente, vi include anche l’Holodomor, il famelico genocidio ucraino del ’32-33 la cui ricorrenza è caduta sabato scorso. Curioso, perché il 2 aprile, e quindi subito prima (o subito dopo) la conversazione con Burns, Solgenitsin, in un suo controverso articolo sul quotidiano Izvestia, ripudierà l’etichetta “genocidio” al massacro, scatenando un putiferio. Incredibile, ma anche lui verrà accusato di nazionalismo oscurantista.
Nella sesta e ultima parte del cable, Solgenitsin, che in passato aveva paragonato la Nato ad Hitler per la guerra dell’ex Jugoslavia, si scaglia contro l’indipendenza del Kosovo («perché i serbi dovrebbero pagare i peccati di Milosevic?»), nonché contro l’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato («senza però approfondire la questione», scrive Burns). Insomma, grande madre Russia merita rispetto, sempre. Soprattutto quando Putin aveva offerto tutto il suo supporto all’America dopo la tragedia dell’11 settembre: «Quel suo gesto spontaneo dovrebbe essere pienamente ripagato» dagli Usa, sentenzia Solgenitsin.

di Antonello Guerrera
Il Riformista - 03/12/10

Saturday, November 27, 2010

«Le mie critiche all'islam? Sono sempre della stessa idea»


IAN MCEWAN. A Roma la prima italiana del suo esordio operistico “For You” con Michael Berkeley e l'incontro con gli studenti della Sapienza in subbuglio: «Supporto la vostra lotta, ma la cultura non deve dipendere dalla politica. L'era della Thatcher insegna».


di Antonello Guerrera - Il Riformista 27/11/10

Roma. Sarà colpa del freddo e dell'ora mangereccia, ma la città universitaria della Sapienza di Roma non sembra in bollente subbuglio. La sempre vivace facoltà di Lettere e Filosofia si mostra poco appariscente nella protesta contro il ddl Gelmini. Qualche ritaglio di giornale a tema affisso alla vetrata dell’ingresso e poco altro. Nell’ampia e quasi colma Aula I, invece, l'atmosfera è più calda, il popolo c’è, si vede e si sente. Studenti imbottiti e matricole pseudorasta, professori di passaggio e curiosi di ogni età. Alle 12 e 36, sei minuti dopo la tabella di marcia, arriva il Godot agognato. Si materializza Ian McEwan. Scrosciano gli applausi.
Completo scuro, camicia chiara, pelle lucida, i soliti gioviali, liscissimi capelli bianchi. McEwan è alla Sapienza per presentare la prima italiana di For You, l'esordio operistico in combutta con il compositore britannico Michael Berkeley, classe 1948. Una dark comedy dal finale sorprendente che non tralascia temi cari a McEwan come il potere e il sesso e che si inscrive nella tradizione novecentesca di Literaturoper, Maeterlinck, Auden e Cocteau. La presentano così i padroni di casa Isabella Imperiali e Franco Piperno, sul palco con McEwan e Berkeley. For You è un'opera da camera in due atti di cui l’autore dell’ultimo Solar (Einaudi) ha scritto il libretto: «Berkeley mi ha tormentato 25 anni per questa collaborazione. L’ho composta sul modello classico 10x10 (ossia dieci minuti per ognuna delle dieci scene, ndr) ma non mi sarei fidato di nessun altro al di fuori di Michael. Quando scrivo romanzi mi sento un dio perché scrivo quello che mi pare, come librettista mi sento un angelo perché l’opera è di proprietà del compositore».
Giusto il tempo di ricordare che For You, la cui premiere si è svolta giovedì al Teatro Olimpico di Roma, replicherà stasera, sempre sullo stesso palco, alle ore 17,30, ed ecco che Piperno ammette di essersi dimenticato l’accorato appello di una studentessa dell’università, che inciterà i suoi colleghi a non mollare nella lotta contro «la classe dirigente di 60enni/70enni». Terminato il minisermone, McEwan si associa allo scoramento generale e dichiara di comprendere la resistenza degli universitari italiani di fronte all’austerity «autodistruttiva»: «Checché se ne dica la cultura è fondamentale per la vita intellettuale, ma anche economica di un Paese».
Iniziano a scoppiettare le domande degli astanti a McEwan, mentre il povero Berkeley viene ignorato, all’ombra di una colonna della letteratura mondiale troppo alta per lui. McEwan è compiaciuto delle domande semplici ma genuine a cui viene sottoposto. Una studentessa gli chiede se i suoi personaggi negativi sono un tentativo di esorcizzare il futuro, nell'apotropaica speranza di non diventare mai come loro. Vedi il professor Beard di Solar che, invece di concentrarsi sulla ricerca, pensa solo ai rinfreschi della lobby ambientalista. «Spero di no, perché Beard ha avuto cinque mogli e io preferirei non andare oltre due matrimoni. Ma da Omero in poi, la letteratura mondiale ha sempre preferito i cattivi. Semplicemente perché sono più interessanti dei buoni. Penso che l’unica eccezione di successo in questo senso sia stato Tolstoj». Allora McEwan si chiede da solo: possiamo perdonare l’amoralità nella vita di un artista? «Questo è un credo che ha avuto molta fortuna nell’era romantica, ma io non sono d’accordo. Come ho fatto intendere in Amsterdam, a un artista non deve essere concesso di comportarsi male. Forse nel corso di un secolo possiamo fare uno strappo alla regola: Beethoven sì, Dylan Thomas no. Ma l’arte migliore è proprio quella che viene espressa nell’ambito delle regole e dei principi della società».
Un’altra studentessa chiede a McEwan il suo rapporto con la musica e dei temi ricorrenti tra For You e Chesil Beach: «Bah», rimugina McEwan, «sono stato sempre un grande appassionato di musica, da ragazzo suonavo il flauto ma poi ho lasciato perdere. Ascoltavo rock 'n' roll, jazz, ma la mia vera passione è senza dubbio la classica. E Bach il mio primo grande amore». Immancabile il capitolo sesso, altro elemento che gli ha fatto guadagnare il famoso soprannome “Ian Macabre”. Basti pensare all'ultima, cruenta disavventura genitale che accenna nella prima parte di Solar: «Sarà stata colpa degli insegnamenti di Freud, ma davvero negli anni Sessanta pensavo che tutti i rapporti personali, nel futuro, si sarebbero basati sul sesso. E invece, mi sbagliavo». Si vede che le apparenze ingannano i comuni lettori, in particolar modo quelli italiani.
Appurato che gnocca & Co. tirano meno di quanto si pensi, offriamo a Ian McEwan due domande al prezzo di una. First: come giudica il futuro della cultura nella sua Inghilterra, martoriata dai tagli del duo Cameron-Osborne? Second: ha cambiato giudizio sull’islam dopo che nel 2008 lanciò a mezzo Corriere della Sera dure critiche ai suoi precetti? Rimpalla McEwan: «Non sono tempi facili per la cultura britannica oggi, Blair e Brown avevano addirittura raddoppiato i fondi alle arti. Ma è anche vero che c’è gente che soffre tagli più drammatici di noi. Tra l’altro, credo che la creatività sia stimolata nei periodi di crisi e la rabbia generi arte. Non a caso, in un altro periodo di tagli radicali, quello della Thatcher, è esploso il teatro inglese. La cultura deve imparare a non dipendere totalmente dai politici». Cala un mite gelo in sala, visti i tempi che corrono. «E poi», insiste lo scrittore, «una cosa sono i tagli a un genere complicato come l’Opera, altro caso è quello della letteratura: a uno scrittore serve carta, penna, mica altro». La platea appare interdetta. Anche noi, perché McEwan ha scapolato sulla domanda religiosa. Gli chiediamo se il suo dribbling in stile blairiano (direbbe Rankin) sta per un fantasioso no comment. Stizzito, risponde: «Non sono un uomo di fede, ma non ho cambiato posizione su questo argomento. Che sia l’islam o il cristianesimo, per me le religioni sono tutte uguali».

For You
di M. Berkeley e I. McEwan
Teatro Olimpico, Roma
Oggi, ore 17,30

Sunday, November 21, 2010

James Blunt, il milite noto che la musica snob odia



YOU'RE BEAUTIFUL. Cossiga lo amava, la stampa inglese lo detesta. Storia di una star ex soldato che "evitò la terza guerra mondiale" e che canterà a Natale in Afghanistan contro i talebani.


di Antonello Guerrera

Era l’agosto 2009, quando il presidente emerito Francesco Cossiga divenne “Deejay K” nella fortunata trasmissione di RadioDue Un giorno da pecora condotta da Giorgio Lauro e Claudio Sabelli Fioretti. Pioniere della radio online e di iTunes, il picconatore lanciò i suoi cantanti preferiti: Laura Pausini, Michael Bublè e il cantante inglese James Blunt: «Mi piace molto», confermò poi al Giornale. Come «capitano dell’esercito inglese fu tra i primi a entrare a Pristina ai tempi della guerra in Kosovo. Lì scrisse il suo bellissimo brano Carry Me Home, che vuol dire portami a casa». E che Cossiga dedicò a Pier Ferdinando Casini: «Pensavo al ritorno nella Dc», confermò. «Lo sa che Blunt fu anche uno degli ufficiali che trasportò il feretro della Regina Madre? Poi forse ha capito che facendo il cantante avrebbe guadagnato più denari. E in effetti You’re beautiful, che ha composto per la sua prima fidanzata, è una canzone molto commovente».

Chissà come avrebbe reagito “Kossiga” alla notizia che proprio il suo James Blunt (alle anagrafe Blount, cognome «troppo ostico» per le masse) avrebbe sventato la terza guerra mondiale, stando al suo racconto a Bbc Radio 5 di lunedì scorso. È il 1999. Blunt non è ancora una popstar mondiale, bensì ufficiale di cavalleria britannico nel contingente Nato in Kosovo. Duecento russi hanno occupato, prima delle forze alleate, il campo d’aviazione di Pristina. Al che, il generale americano e poi aspirante presidente democrat Wesley Clark ordina di aprire il fuoco al 25enne Blunt, a capo di 30mila soldati. James dice di no e così evita una carneficina dalle conseguenze nefaste. I russi poi desisteranno. Blunt rischia la corte marziale, ma per sua fortuna il generale britannico Mike Jackson lo difende.

Dopo sei anni di mimetica (in cambio di studi gratis in ingegneria aerospaziale alla Bristol University), James Blunt appende le armi al chiodo il primo ottobre 2002 per dedicarsi completamente alla musica. Una scelta che fa storcere il naso alla famiglia, soprattutto al padre Charles, anch’egli militare in carriera, poco avvezzo ai pentagrammi («so suonare solo le campane») e penultimo anello di una interminabile catena familiare devota all’esercito britannico: i Blount vantano un militare, ininterrottamente, da mille incredibili anni, da quando i loro antenati del X secolo arrivarono in Inghilterra dall’attuale Danimarca.

Ma James non ha rimorsi. Infatuato dalla chitarra sin dal liceo a Harrow, Blunt, oggi 36enne, ha continuato a suonare soprattutto nell’esercito. Dove compone la toccante No Bravery, successiva hit mondiale, sulla tragedia dell’ex Jugoslavia. La canzone sarà l’ultima lacrima dell’uragano d’esordio Back to Bedlam (2004), che sarà il disco più venduto in Uk degli anni Zero (12 milioni di copie, più del leggendario Back To Black di Amy Winehouse) grazie a hit memorabili per molti, insopportabili per pochi, come High e You’re beautiful. Che a un certo punto, forse per eccessiva melensaggine, diventa in un sondaggio inglese del 2005 la canzone più odiata della storia della musica.

Plebiscito sintomatico di un atteggiamento spesso pregiudizievole nei confronti di Blunt da parte di una buona fetta di Gran Bretagna, la cui crema portante è la stampa musicale. Quando uscì Back to Bedlam, nessuna testata di grido pensò di recensirlo. Il secondo album All The Lost Souls (2007) è stato subito etichettato come la scia di una meteora già all’orizzonte. L’ultimo Some Kind Of Trouble (appena uscito in Italia per Warner), seppur sia un disco discreto con buoni picchi melensi-melodici (da Best Laid Plans a No Tears) e abbia subito raggiunto il secondo posto della classifica europea dietro il Greatest Hits dei Bon Jovi, ha dovuto aspettare solo qualche ora per essere stroncato dai critici oltremanica. Uno per tutti, Simon Price de l’Independent: «La cosa migliore che possiamo sperare è che questa volta Blunt possa guadagnare abbastanza per comprarsi un’intera isola nel Pacifico (allusione al fatto che Blunt dal 2009 vive a Ibiza, ndr), così non ci scoccerà più».

James Blunt, ex milite noto, faccia da angelo e fucile in braccio, fan di Elton John e ugola in bilico tra Cat Stevens e un eunuco, vita fatta di una chitarra, tre accordi e un ritornello, è antipatico alla stampa per: la vaga riservatezza sulle sue relazioni amorose; il suo accento e fare “posh”, da fighetto, che secondo alcuni non avrebbe mai raggiunto la middle class inglese; e, ovviamente, il suo passato da soldato. Una parentesi bellica, secondo i molti osservatori imbevuti di Jefferson Airplane, fiori nei cannoni e l’oppio de “il mio nome è mai più”, troppo scabrosa per una star della musica. Va peggio, se Blunt si espone su temi tipo: «Ha fatto bene il principino Harry a entrare nell’esercito». Oppure, «il governo non fa abbastanza per le nostre truppe».

Eppure James Blunt non fa apologia della guerra. Per la precisione, la esecra. Epperò, a differenza di altre star della musica, non riesce a voltare lo sguardo di fronte alla tragedia dei suoi ex compagni soldati al fronte, quelli che lo chiamavano “weener” perché era piccolino di stazza e che si stupivano per la freddezza, la briosità e la diplomazia che mostrava nelle operazioni di peace-keeping. Blunt non ha mai approvato le guerre di Tony Blair, né ne canta i valori in quelle poche occasioni che i suoi dischi non parlano di amorucci sfilacciati, affezioni werteriane e angeli sopra Albione. Ma un mese fa è andato a trovare i militari britannici in Afghanistan. Dove tornerà a Natale per esibirsi un concerto storico: «Le voglio cantare ai talebani», ha annunciato.

«James Blunt è un soldato, un gentiluomo e una rockstar», ha dichiarato l’attrice di Guerre Stellari e sua vecchia amica Carrie Fisher. Non solo. È stato anche un campione di sci, supporta Medici Senza Frontiere, è un ecologista (mostra ai concerti il trailer di Una scomoda verità, pianta un albero per ogni biglietto venduto dal proprio sito ad hoc e possiede un prototipo di macchina elettrica della Nasa), ha messo persino in vendita la sorella su eBay, facendole così conoscere il suo attuale fidanzato. Ma senza la guerra non sarebbe mai stato quel «di tutto un po’» che lo rende speciale, e bizzarro, di fronte ai colleghi, dei quali non condivide lo star system e la vita sfrenata: «Amo la purezza del lavoro di un soldato, perché hai a che fare con due cose, semplici ma fondamentali», ha dichiarato in una meravigliosa conversazione con Neil McCormick del Telegraph. «Una è la vita, l’altra è la morte. Nell’industria musicale, invece, hai a che fare con il successo e l’immagine. È solo distrazione». Tuttavia, continua, «riesco a ritrovare quella purezza quando sono in tour. Guardo la gente negli occhi. Cerco solo di raggiungere un altro essere umano mentre canto. Tutto il resto sono sciocchezze». Chapeau.


Da Il Riformista, 21/11/10

Friday, October 22, 2010

«Il negazionismo? Squallido Ma non si batte con una legge»



HOWARD JACOBSON. A colloquio con lo scrittore britannico, fresco vincitore del Booker con “The Finkler Question”. «Certa sinistra demonizza Israele. Ma gli ebrei vogliono solo la pace».


Howard Jacobson doveva essere a Roma la settimana scorsa per il Festival della letteratura ebraica. Poi però la seriosa giuria del Booker Prize ha deciso di premiare, a sorpresa, il rigoglioso humour del suo ultimo The Finkler Question e così ha dovuto rinunciare al suo italienische Reise. In un Paese che, ha brevissimamente dichiarato lo stesso Jacobson a caldo al Corriere della Sera, «gli ha portato fortuna. Cargo (l’editore italiano, ndr) è stato il mio talismano: proprio l'Italia è stato il primo Paese straniero che ha comprato i diritti di Kalooki Nights (altro suo romanzo, ndr)».
Poco male, a dicembre arriverà finalmente in Italia. Ma prima, lo scrittore britannico di origine ebraica, nonché editorialista dell’Independent, si è concesso con più calma al Riformista. In Italia è da pochi giorni in libreria il suo ultimo romanzo tradotto Un amore perfetto. Opera che, dopo l’irresistibile e Imbattibile Walzer (tutti targati Cargo), «racconta in maniera formidabile il tormento sessuale» (nobel Harold Pinter dixit) di uno stimato ma lussurioso libraio. Invece, nel più glorioso The Finkler Question (Bloomsbury, 307 pp., £ 18,99, arriverà in Italia nel luglio 2011), i protagonisti sono tre amici: Julian Treslove, ex produttore Bbc, un romantico fallito su cui ruota la narrazione; e poi Sam Finkler e Libor Sevcik, entrambi ebrei e vedovi, ma su posizioni contundenti su cosa significhi essere ebrei oggi alla luce delle politiche di Israele. Treslove, da insipido “gentile”, aspira a essere ebreo e partecipa allo spigoloso ma frizzante dibattito degli altri due, in una travolgente burrasca di humour a tinte inquiete.
«Difatti, The Finkler Question, nonostante molti dicano sia un romanzo comico, è anche un libro molto triste, una black comedy», puntualizza Jacobson. Eppure, gli scrittori britannici di origine ebraica una volta si nascondevano, «si travestivano da inglesi», disse lo scrittore tempo fa. Oggi non è più così. Una nuova alba, per scomodare Eli Wiesel, sta nascendo. Anthony Julius (l’avvocato del divorzio di Lady Diana) aveva già lanciato nei mesi scorsi il velenoso sassolone del suo Trials Of The Diaspora che indaga l’antisemitismo strisciante nella Gran Bretagna di oggi. «Verissimo, ma non è il solo», sostiene Jacobson. «Sta finalmente emergendo una nuova generazione di scrittori ebraici, vedi Linda Grant e Andrew Miller, meno introversa e più orgogliosa. E The Finkler Question aiuterà sicuramente questa emancipazione». Cosa è cambiato negli ultimi mesi? «Nel 2009 la comunità ebraica, dopo i fatti di Gaza e la demonizzazione di Israele propagata dai media britannici, aveva molta più paura di esprimersi. Ma una cosa è il sacrosanto diritto di critica, un’altra è mistificare le notizie e affibbiare così a Israele un’immagine falsa. Adesso, però, ci siamo stufati e, grazie alla meno rovente situazione in Medio Oriente, stiamo uscendo dal guscio».
Sugli attacchi mediatici anti Israele, Jacobson - nato in una famiglia molto left (il padre era un acceso sindacalista) ma curioso di vedere cosa farà Cameron («anche se alcuni aspetti della sua Big Society sono crudeli») -, ha le idee molto chiare: «Tutte queste mistificazioni vengono propagate dai media britannici liberal e da certe cerchie intellettuali. Qui purtroppo la sinistra, dopo la caduta del Muro e del comunismo, ha sempre avuto il complesso di Israele in quanto nuova valvola di sfogo politico. Ma, checché se ne dica», prosegue Jacobson, «la stragrande maggioranza degli ebrei d’Inghilterra, nonostante gli attacchi, è moderata. Sa che l'antisionismo non corrisponde all'antisemitismo, ma sa anche che dal primo può nascere il secondo».
Jacobson si è definito in passato “sionista liberale” e favorevole a due stati in Medio Oriente. Oggi, a processo di pace innescato dall’amministrazione Obama, non trasuda ottimismo («sappiamo come è andata a finire le scorse volte»). Ma sa che Israele ha una sola via d’uscita: «Tutti gli israeliani vogliono la pace. E credono, anche i più rigorosi, che l’unica soluzione sia rinunciare alla politica degli insediamenti in Cisgiordania, alla quale sono personalmente contrario, e aprire alle concessioni. Anche il premier Netanyahu ne è convinto, ma per andare avanti nel processo di pace dovrà concedere qualcosa all’estrema destra, anche solo simbolicamente». In questi spasmi di dialogo, le pratiche di autoboicottaggio degli stessi ebrei per Jacobson sono assolutamente inutili, «soprattutto quelle degli intellettuali e dei giovani inglesi che non sanno nulla di storia».
Ecco, la storia. Per evitare di farla riscrivere in peggio, il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici con una lettera a Repubblica ha innescato il dibattito politico su una potenziale legge antinegazionista. Che non trova d’accordo l’ebreo Jacobson: «Sarebbe assolutamente controproducente in una società libera e darebbe il fianco a chi si scaglia contro gli “ebrei cospiratori”. I negazionisti bisogna ridicolizzarli, sconfessarli con i fatti, ma non si può negar loro la parola». Così come non si possono negare le barzellette sugli ebrei, recitate anche dal premier Berlusconi: «Guardi, per noi è fondamentale scherzare sulle nostre tragedie, soprattutto quelle più crudeli. Ma le barzellette di Berlusconi non sono così spiritose. Le nostre sono molto meglio. Berlusconi dovrebbe assumermi se vuole davvero far ridere la gente».

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 22/10/10

Sunday, August 8, 2010

Il Pulitzer che l'America non voleva pubblicare



di Antonello Guerrera

«Non me lo sarei aspettato nemmeno tra un milione di anni». Paul Harding, nonostante il fresco (e clamoroso) Pulitzer per la letteratura vinto solo due mesi fa, tiene i piedi ancorati a terra. Del resto, sino all’aprile 2010 era un (quasi) sconosciuto. Tanto che il New York Times, subito dopo l’annuncio dei vincitori del prestigioso premio americano, si è prontamente scusato con i lettori per non aver precedentemente recensito quello che sarebbe diventato l’erede di Faulkner, Roth, Updike, Bellow, Harper Lee, McCarthy, eccetera. Harding, padre di due figli, nato e cresciuto a Wenham, borgo di 4mila anime nel Massachusetts, è l’ex batterista dei Cold Water Flat, band americana dei primi anni Novanta che ha avuto quel (poco) successo che ancora oggi fa girare un paio di video su YouTube. «Oh mio Dio, non mi dica!», implora Harding nel colloquio in esclusiva con Il Riformista. Obiezione respinta. Perché ammirare su Internet un futuro Pulitzer sbarbatello, tra camicie “grunge” e musica di dubbio gusto, è un altro lato nascosto di questo outsider della letteratura americana.

Ma outsider, nonostante la sua modestia, è una parola che sta oramai stretta ad Harding. Il suo romanzo d’esordio Tinkers, vincitore del Pulitzer per la narrativa 2010 e prossimamente pubblicato in Italia da Neri Pozza, è un’opera meravigliosa e terribile, un'onda visionaria, quasi mistica, di un vecchio in punto di morte che, al ritmo di incessanti orologi, ricorda la giovinezza e il suo rapporto con il padre, venditore ambulante (“tinker”, appunto), epilettico e di bassissimo profilo. «Non è una storia autobiografica», sottolinea Harding, «anche se ho preso spunti dai racconti di mio nonno». Il romanzo è stato pubblicato dalla minuscola Bellevue Literary Press, casa editrice no-profit collegata alla facoltà di medicina dell’Università di New York.

Ora Harding è ovviamente passato all’imponente Random House che pubblicherà il seguito Enon nel 2012: «Loro hanno subito creduto in me. Ho firmato il contratto a dicembre, prima di ricevere il premio», precisa lo scrittore. Eppure - il favoloso mondo dell’editoria non finisce mai di stupire - il Pulitzer Tinkers era stato rifiutato da diverse case editrici americane prima di passare alla storia. «Anche molto grandi», dice Harding. Qualche nome? «Preferisco non farne, altrimenti verrei discriminato (ride, ndr). E poi, sono stato fortunato, non porto rancore. Far piacere un libro a editori e lettori è sempre un grande sforzo. Ma la situazione è peggiorata negli ultimi anni. Oggi è difficile far pubblicare qualcosa che non abbia sesso o violenza. È stato frustrante aspettare diversi anni per trovare un editore». Quindi il Pulitzer è stata anche una vendetta nei confronti dell’editoria, diciamolo: «No, no (ride ancora, ndr). È stata sicuramente una soddisfazione, ma oggi è incredibilmente difficile gestire una casa editrice. Ogni anno in America vengono pubblicati migliaia e migliaia di romanzi. Ci sono così tanti scrittori oggigiorno che scegliere, e bene, per le case editrici è estremamente complicato».

Sarà anche per questo mondo letterario “troppo democratico” che il Pulitzer Harding ci confida che la letteratura contemporanea («a parte mostri sacri come Toni Morrison e Cormac McCarthy») non lo ha conquistato affatto: «Le nuove uscite sono troppe, mi ci perdo, non ce la faccio a tenere il passo. Preferisco leggere i maestri del diciannovesimo secolo e primo ventesimo. Il tempo sa filtrare i migliori, lascio il compito a lui». Qualche esempio? «Ho gusti ampissimi ed eclettici. Amo gli americani Emerson, Theorau, Cheever… Ma sono stato profondamente influenzato anche dagli europei Thomas Mann, Proust, Cechov, Tolstoj, Maupassant e soprattutto Italo Calvino». Però la contemporanea Marilynne Robinson, Pulitzer nel 2005 con Gilead (Einaudi) e sua ex maestra letteraria in un vecchio workshop dell’Iowa, l’avrà sicuramente letta. «Ma non è riuscita a tramandarmi il segreto di come si vince un Pulitzer», precisa Harding. «Non c’è una strategia, si tratta solo di fatica e tanta fortuna. Sa come sono venuto a sapere della mia vittoria? La mattina del 12 aprile mi sveglio e controllo su Internet i nomi dei vincitori. “Pulitzer Prize for Fiction: Paul Harding”. Mi son detto: “Oh, my God”. È stato uno shock. Un’ora dopo avevo una lezione all’Università dell'Iowa e i miei studenti hanno portato lo champagne per festeggiare».

Certo è che Harding ingrassa il filotto dei romanzi ambientati nel Nord-Est americano che da qualche anno domina il Pulitzer: ora il New England di Tinkers, prima il Maine di Olive Kitteridge (Elizabeth Strout, 2009) e il New Jersey di La breve favolosa vita di Oscar Wao (Díaz Junot, 2008). Perché questo lembo di terra a stelle e strisce è così ispiratore? «Penso siano coincidenze», riflette Harding. «Però è anche vero che nel Nord-Est, questa terra dalla natura meravigliosa, il pensiero e la letteratura commerciale americana sono cresciuti enormemente. È una zona di “kindred spirits”, ricorda Thoreau o la stessa Emily Dickinson?». Anche in Tinker c’è tanta poesia, nascosta tra le sbarre della prosa. Ma la narrazione rimane incredibilmente scorrevole per la sua densità empatica, aneddotica e figurativa. C’è qualcosa di musicalmente speciale nella scrittura di Harding. Il motivo si rintraccia nella sua impolverata carriera musicale: «Da ex batterista, scrivo a ritmo di musica», ammette lo scrittore. «La classica ha influenzato tanto la mia letteratura. Le frasi dei miei romanzi sono fraseggi musicali, i capoversi variazioni, i capitoli movimenti, i romanzi sinfonie. Nello scrivere cerco sempre la tonalità giusta, in chiavi diverse».

Poi la domanda da un milione di dollari: le piace Obama? Da confesso fan del partito democratico, Harding risponde: «Moltissimo, è bravo, carismatico, nulla a che vedere con l’ancien régime di quello prima di lui (Bush, ndr). Sono così sollevato dall’avere un presidente finalmente intelligente». Eppure tanti intellettuali e artisti sono già rimasti delusi da lui, ultimo Paul Auster: «Certo, magari fosse più progressista di quello che attualmente è. Ma è molto difficile trovare un equilibrio tra sogni e realtà, soprattutto ora che i repubblicani si stanno spostando sempre più a destra». L’America della paura però non sembra cambiata neanche con l’effetto Barack: «Con la crisi c’è molta più fame e aggressività, i Tea Party nascono anche da queste piaghe».

Un altro lato interessante di Paul Harding è il suo viscerale interesse per la religione, riscoperta molto avanti con gli anni: «Sono nato e cresciuto in una famiglia atea», ricorda l’autore, «a differenza dei non credenti di oggi per i quali è una libera scelta non avere una fede. Ma piano piano mi sono accorto che gli intellettuali che adoravo erano quasi tutti pensatori religiosi come Calvino, Barth e via dicendo. Ho capito che la religione non è quell’ammasso di superstizione e nonsense. Ho letto la Bibbia e non è assolutamente violenta o intollerante come si dice. È un’opera di enorme bellezza estetica e narrativa. C’è tanta cultura alla quale non sarei mai arrivato se avessi avuto pregiudizi nei confronti della fede». Oggi vede la religione in pericolo? «Il problema è l’uso ideologico che se ne fa, come con la scienza. Ad esempio negli Stati Uniti da anni vige un pensiero pseudoscientifico al punto che, per molti, ogni tradizione sta diventando un’attività disprezzabile». Ma lei crede nell’evoluzione, Mr. Harding? «Ma certo che sì, è una cosa talmente ovvia. Che mi ha preso, per un fondamentalista?».

Da Il Riformista

Monday, August 2, 2010

Il «demonio» che vogliono morto - C'è del Saviano in Danimarca


KURT WESTERGAARD. A 5 anni dal caso delle vignette danesi, parla l'artista “condannato” dagli estremisti islamici: «La rabbia è la mia unica resistenza».

di Antonello Guerrera
Sono passati quasi cinque anni da quel maledetto 30 settembre 2005, quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò 12 vignette satiriche sul profeta Maometto. Quelle vignette vennero a loro volta riprodotte sui giornali di altri 50 paesi e si scatenò l’inferno: i tumulti, gli scontri e le proteste in tutto il mondo islamico, offeso da quelle «vignette blasfeme», causarono quasi cento morti, nonché l’incendio delle bandiere e delle ambasciate danesi in Libano, Siria e Iran, per non parlare dei boicottaggi contro i prodotti made in Copenaghen. L’allora primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen (il nordico «più bello di Cacciari», Silvio Berlusconi dixit), oggi segretario generale della Nato, definì la controversia delle 12 vignette come «la peggiore crisi internazionale capitata alla Danimarca dopo la Seconda Guerra mondiale».
Una di quelle dodici, satiriche vignette ha offeso più di tutte. È l’immagine di Maometto con un turbante-bomba a miccia accesa, pronto a fargli esplodere la testa. L’autore è il 75enne disegnatore danese Kurt Westergaard, del quale gli estremisti islamici di tutto il mondo, come per Salman Rushdie, Ayaan Hirsi Ali e via dicendo, hanno chiesto la testa. Westergaard, assunto due decenni fa allo Jyllands-Posten con il semplice comandamento «fai quello che vuoi, ma non toccare Dio, Reagan o il porno», era un uomo libero prima di quella piccolissima vignetta di cinque anni fa. Oggi, per quelli che esecrano la libertà d’espressione e di satira, è un demonio apostata e blasfemo che deve essere punito con la morte.
In merito, dice la sua anche Google. Basta andare sulla versione inglese del motore di ricerca più famoso del mondo (www.google.co.uk, cliccando poi su “English” in basso) e cominciare a digitare “Kurt Westergaard”. Arrivati a “Kurt Wes”, Google comincerà a dare i suoi usuali suggerimenti. Che saranno incredibilmente macabri e inquietanti. Nell’ordine “Kurt Westergaard dead (ossia, morto)”, “Kurt Westergaard died (morì)”. E poi “died fire” (morì fuoco), “dead fire” (morto fuoco), “dead in fire” (morto nel fuoco), “death” (morte), addirittura “burnt” (bruciato). Considerando che Google mostra i suggerimenti in base alle richieste più numerose degli utenti, è facile pensare come le persone che bramano di vedere Westergaard in una tomba siano molte di più di quanto si possa immaginare.
Dopo che nel 2008 le forze dell’ordine di Copenhagen hanno scoperto i piani di due terroristi tunisini e uno marocchino (ma tutti con cittadinanza danese) per ucciderlo, Kurt Westergaard vive da quasi tre anni sotto costante controllo della polizia, in un appartamento bunker ad Aarhus, la città più grande della Danimarca dopo la capitale Copenaghen. Una città che sotto la sua scorza placida e bonaria nasconde viscere di morte. Solo il 2 gennaio scorso, un musulmano somalo gli è entrato in casa con un’accetta per compiere la sua fatwa, la condanna a morte islamica, mentre urlava: «La vendetta è arrivata! Sangue!». Fortunatamente Westergaard è riuscito ad azionare il pulsante di emergenza, chiamare le forze dell’ordine e rifugiarsi nella stanza antipanico. Da allora, il vignettista vive sotto lo strettissimo controllo dei suoi angeli custodi, gli agenti del Politiets Efterretningstjeneste, o Pet, o più semplicemente l’intelligence danese.
«Sono gentiluomini che mi seguono dappertutto, quando vado a fare la spesa, quando mangio, quando vado in bagno», dice Westergaard al Riformista, che lo ha raggiunto telefonicamente nel suo bunker di Aarhus. «Oramai mi sono rassegnato. Sarà questa la mia vita sino alla fine. Per fortuna non sono nudista, se no sai che pena per gli agenti starmi dietro?», scherza. Westergaard, dalla voce stanca e provata, ha annunciato il ritiro dalla professione lo scorso giugno. Poco prima del suo 75esimo compleanno («festeggiato cenando con moglie, figli, nipotini e le guardie, ovviamente») e poco dopo esser stato messo in congedo, più o meno forzato, dallo stesso Jyllands-Posten, quando si è venuto a sapere che anche in America stavano progettando di giustiziare Westergaard.
Neanche la pensione lo ha messo al riparo dagli estremisti islamici: «Ricevo continuamente minacce di morte, soprattutto tramite il giornale per il quale ho lavorato sino a poco tempo fa», dice Westergaard. Cosa fa adesso? «Disegno, dipingo quando mi va, ma soprattutto per me stesso. Forse è questa la cosa più importante adesso». Gli chiediamo, allora, se ha altri mezzi per esorcizzare la morte. Uno è la rabbia. «Ne sento tanta dentro di me», ci confessa. Ma precisa: «Non la rabbia violenta, quella appartiene a qualcun altro, io non sono xenofobo, né razzista. Intendo la rabbia positiva, quella che ti fa capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E che è un’ottima difesa quando sei sotto minaccia». Gli chiediamo se conosce Saviano, che vive una situazione molto simile alla sua. Risponde candidamente di no, ma dice di sentirsi spesso con Lars Vilks, altro disegnatore, anch'egli nordico (svedese) e anch'egli finito nell’occhio del ciclone degli estremisti per aver paragonato Maometto a un cane.
In passato, Westergaard ha dichiarato che i musulmani moderati non avrebbero fatto abbastanza per contrapporsi ai più scalmanati. Oggi, rimane più o meno della stessa idea. «Però personalmente non ho problemi con i musulmani danesi. Anche se so che molti di loro mi odiano. Sono fiero del nostro welfare state. Agli immigrati in Danimarca abbiamo dato tutto, soldi, case, libera istruzione per i figli, libertà di culto, le migliori prospettive di vita. In cambio chiediamo solo che vengano rispettati i nostri principi democratici». Ecco, li rispettano? «Da un punto di vista materialistico ci rispettano», precisa. «Ma da quello spirituale odiano la nostra cultura». Non sarà morto il sogno multiculturale dell’Occidente? «Non credo», risponde Westergaard. «Per fortuna nella nostra società sta guadagnando sempre più terreno il materialismo, la secolarizzazione. Ma se, per esempio, vai nelle più arretrate campagne danesi, dove ci sono tanti cristiani fondamentalisti, respiri l’odio nell’aria».
Se Saviano si è pentito di Gomorra, Westergaard non rimpiange nulla di quello che ha disegnato: «Era in gioco la libertà d’espressione. Le vignette volevano solo mettere in discussione un aspetto dell’islam. Fosse successo niente, sarebbe comunque accaduta una situazione simile in futuro. Mi dispiace per i morti nelle proteste, ma non è colpa mia. Sono gli estremisti che hanno giocato sulla frustrazione della popolazione». Qualcuno però, tra cui anche qualche collega, lo ha incolpato di irresponsabilità: «Si sbagliano di grosso. Certi intellettuali, quelli della mia classe, sono spaventati dalle minacce e non si rendono conto che si stanno autocensurando, che stanno rinnegando il loro stesso lavoro». Un complesso di inferiorità, questo, anche di una parte della sinistra? «Senza dubbio, la sinistra vuole sempre proteggere i più deboli, le minoranze. Ma non capiscono che gli estremisti islamici, pur essendo una minoranza, sono una minoranza molto forte, potente e sicura di sé per via della religione. A volte la sinistra è cieca di fronte a simili fenomeni». Così come, secondo il vignettista, i politici sono ciechi di fronte alla guerra in Afghanistan: «È stata inutile, un gravissimo errore. L’Occidente è lì da anni, ma oramai è chiaro che la popolazione locale non vuole accettare i nostri valori, non li comprendono, non hanno alcuna voglia di convertirsi ai diritti umani».
Westergaard si è congedato il primo luglio dai suoi lettori con un'immagine a tutta pagina sul Jyllands Posten: ritrae Don Chisciotte a cavallo, armato di carta e penna. Dietro non Sancho Panza, ma un asino che porta un'incudine con scritto «libertà di espressione» e sopra una bomba che sta per esplodere. Sullo sfondo la mezzaluna. Metafora di un'Europa spesso minacciata, censurata, travolta dalle sue stesse debolezze. Non a caso, spesso Westergaard cita due pungenti esempi storici. Uno è quello del vignettista connazionale Hans Bendix, che faceva satira sui nazisti e che fu messo a tacere dall’allora governo danese per non provocare la Germania. L’altro quello di Pablo Picasso che incontra un ufficiale tedesco nel sud della Francia. Quando questi capisce con chi sta parlando, gli chiede: «Ah, dunque sei tu ad aver realizzato la Guernica?». La risposta di Picasso: «Non sono stato io, ma tu».

Da Il Riformista, 01/08/10

Tuesday, June 22, 2010

"Il futuro mi mette angoscia" - Intervista a Jonathan Coe


di Antonello Guerrera

Sedici anni dopo La famiglia Winshaw e la critica all’Inghilterra thatcheriana, era lecito aspettarsi da Jonathan Coe un affondo ai rampanti (e rampolli) conservatori. Del resto, gli appigli (i tagli, il change, il parallelo Lady di Ferro-Cameron) c’erano tutti. Invece, no. Dopo l’ultimo La pioggia prima che cada, forse il libro più apolitico dello scrittore di Birmingham, Jonathan Coe torna domani nelle librerie italiane con l’atteso I terribili segreti di Maxwell Sim (Feltrinelli, 368 pp., 18 €). Dove la politica pura dei Winshaw, della Banda dei brocchi o del sequel Circolo Chiuso è oramai latitante.

«Tuttavia, credo che Maxwell Sim abbia comunque una dimensione politica», ribatte Coe al Riformista. Questo perché il protagonista Maxwell, un inglese di età e prospettive medie, è nel bel mezzo dell'ultima apocalisse finanziaria. In un mondo dove i deboli sono quelli che di economia, come Max, non capiscono un tubo. «La crisi finanziaria è decisiva nel libro. Ma è anche vero che, rispetto ai romanzi precedenti, sono meno politico, mi focalizzo di più sulla coscienza individuale: memoria, immaginazione, sessualità». In fuga dalla realtà (e dalla crisi), Max andrà a vendere spazzolini ecologici in Scozia, odissea-metafora della tragica leggenda del navigatore Donald Crowhurst.

Un altro tema fondamentale dei Terribili segreti di Maxwell Sim sono le conseguenze della tecnologia odierna. Ovvero come, nonostante le mail, i blackberry e Facebook, uomini come Maxwell vengano incatenati dalla solitudine. «Il mio romanzo prova proprio a chiedersi se il valore delle relazioni virtuali sia lo stesso di quelle “reali”». La risposta è straniante: Maxwell ha 70 amici su Facebook, ma nessuno di questi scrive mai sulla sua bacheca. La sua casella mail è travolta da spam sessuale. L’ex moglie si confessa agli sconosciuti su Internet - tra cui lo stesso Max “mascherato”. E il navigatore satellitare è l'unico compagno di viaggio. «Se penso al futuro, provo timore», confessa Coe, «ma cerco di non essere pessimista. Le mie figlie amano tutte le nuove tecnologie: Facebook, Skype, i videogiochi. Ma quando cominceranno a capire il mondo e la società corrotta che erediteranno, spero sapranno rimediare ai nostri errori».

Quanto influisce la tecnologia su uno scrittore di oggi? Anni fa, Coe diceva di sedersi e vagabondare in Internet in attesa dell’ispirazione. Oggi, ha cambiato idea: «La Rete può rivelarsi una grande distrazione e un’incredibile perdita di tempo. Al contrario, da sempre, l’ispirazione viene dalle interazioni tra esseri umani. Su Internet non puoi trovare nulla che sia più utile di trascorrere cinque minuti in un caffè ad ascoltare le persone intorno».

Il rovescio della medaglia della tecnologia, oltre alla solitudine, è ovviamente la privacy. Parola che appare anche nel titolo originale del libro (The Terrible Privacy of Maxwell Sim). Azzardo a chiedere a Coe cosa ne pensa della “legge bavaglio”, di cui parla anche la Bbc: «Difficile dirlo. Ma…» Ma? «Naturalmente credo nell’assoluta libertà di stampa, ma i giornalisti dovrebbero usarla responsabilmente. Le abitudini sessuali dei politici, per esempio, non sono una materia di interesse pubblico, a meno che non siano legate ad attività criminose».

Allora chiedo a Coe, di vecchie simpatie laburiste, chi abbia votato alle ultime elezioni: no comment. Però fa capire di non aver votato Cameron: «Sa parlare, ma dobbiamo giudicare le persone dai fatti. In questi giorni i conservatori stanno annunciando i tagli alla spesa pubblica. Ora cominceremo a scoprire che razza di governo è questo. Temo un futuro nero per i britannici, specialmente per quelli più poveri». Meglio i laburisti ancora senza un leader? «Credo che, in generale, la maggior parte dei politici britannici sia di livello davvero mediocre, se confrontati a quelli, per esempio, di venti anni fa. Le persone di sani principi non sono più interessate alla politica. Che oggi», dichiara Coe, «è governata dalle banche e dalle corporation. I leader di partito non contano più». E il suo vecchio “amore” Blair? «Quando sento la sua voce in radio mi vengono i brividi. Ora è ossessionato dalla religione e dall'inquietante certezza morale di esser sulla Terra per realizzare il volere di Dio».

A questo proposito, domando all’ateo Coe se sia possibile il mondo senza religioni sbandierato dai connazionali Dawkins, Pullman eccetera. «Certo, che è possibile», risponde lo scrittore. «Però la gente è così superstiziosa che non si verificherà per centinaia di anni. E in quel momento forse l’umanità sarà stata sterminata da una guerra religiosa». C’è un problema “islam” oltremanica, come recentemente dichiarato dal Nobel Soyinka («la Gran Bretagna è la fogna dell’estremismo islamico»)? «No», risponde deciso, «la grande maggioranza dei musulmani è moderata e pacifica. Non mi riconosco nelle bizzarre descrizioni di Soyinka, però è vero che la Gran Bretagna si sta sovrappopolando. Sarebbe una buona idea iniziare a restringere i flussi migratori».

Ad ogni modo, Coe avrà perso la fede in Dio, ma non in Capello. Ammette «il gioco orribile di una squadra senza speranza come l’Inghilterra» e «la vergogna di tutta una nazione, oramai sempre più depressa e stanca di vedere i Mondiali». Ma non getta la croce addosso al tecnico friulano: «La colpa è dei giocatori, che prendono stipendi enormi, che fanno bisboccia, ma che non hanno il carattere per giocare a livello internazionale». Chissà, magari la squadra di Capello è solo una metafora dell'attuale state of the nation. Cosa significa essere britannici nel terzo millennio? «Scrivo romanzi proprio per riuscire a capire cosa sia la Gran Bretagna oggi. Ma, dopo nove libri, sono ancora molto lontano dalla soluzione di questo mistero...».

Da il Riformista, 22/06/10

Monday, November 2, 2009

Marie NDiaye. Scrittrice nera dalle banlieue al Goncourt



INTERVISTA. Dopo il Nobel dell'afroamericana Toni Morrison nel 1993, si è infranto un altro tabù: una scrittrice di colore vincitrice del più prestigioso premio di Francia. Figlia di padre senegalese e madre francese, l'autrice di “Una stretta al cuore”, appena tradotto da Giunti, ama l'Italia. Ma è rimasta «scioccata» dall'immagine delle donne nel nostro Paese: «È peggio di 20 anni fa».

Poco meno di due decenni fa, fu Toni Morrison ad infrangere i tabù della lattiginosa Svezia. Era il 1993 quando la scrittrice americana, già vincitrice del Pulitzer cinque anni prima, ottenne il riconoscimento più alto, il premio Nobel per la letteratura, che mai, sino a quel momento, era stato assegnato ad una scrittrice di colore. Oggi, anche la multiculturale Francia potrebbe rinnegare la cabala del più importante riconoscimento di casa, il Goncourt, che sinora ha premiato solo scrittrici di carnagione bianca. Forse perché «la stragrande maggioranza degli autori francesi proviene da quello scenario chiuso della borghesia educata». È questo il motivo, postulato pochi giorni fa all’Agence France-Presse, per Marie NDiaye, scrittrice franco-senegalese cresciuta nelle banlieue e prima donna di colore che potrebbe interrompere il trend “ariano” del Goncourt lunedì 2 novembre, quando verrà annunciato il vincitore dell’edizione 2009.
Il suo ultimo Trois Femmes Puissantes (tradotto «Tre donne potenti»), sbarcato nelle librerie francesi lo scorso settembre, è subito salito in testa alle classifiche di vendita e ha strabiliato la critica, che ha accolto l’opera come «vertiginosa», «magistrale». Lo stesso quotidiano transalpino Le Monde ha definito la sua voce «assolutamente originale, che si eleva dal chiacchiericcio generale». Trois Femmes Puissantes, che verrà tradotto in italiano da Giunti nel 2010, è la storia dei calvari e delle umiliazioni di tre donne che fanno la spola, al confine di sogno e realtà, tra la Francia e il Senegal. Anche nel suo ultimo romanzo, Marie conferma il suo stile, inaugurato sin dall’esordio all’età di diciassette anni con Quant au riche avenir: ambientazioni oniriche, irreali, colme di simbolismo e depressione. Elementi che si ritrovano anche nell’ultimo romanzo tradotto in italiano (sempre da Giunti) Una stretta al cuore, dove Bordeaux è città da incubo, deformante nel corpo e nella mente. Scenario kafkiano di una coppia di insegnanti francesi, maledetti da Dio e dagli umani non si sa per quale immondo peccato, il cui istinto vitale affoga improvvisamente in un labirinto comatoso. A pochi giorni dall’annuncio del premio Goncourt, Marie NDiaye, che ora vive a Berlino, si è raccontata al Riformista.

Marie, nel suo ultimo libro ritornano gli scenari depressi, tenebrosi, annebbianti. I suoi romanzi presentano costantemente tali ambientazioni per via della sua infanzia trascorsa in una banlieue francese?
Non proprio. Ho vissuto in una banlieue, ma decisamente diversa da quelle ritratte in televisione durante le rivolte. La mia era una banlieue residenziale, piuttosto tranquilla, abitata da gente semplice, in un'epoca in cui la disoccupazione praticamente non esisteva. Niente a che vedere con i problemi attuali delle banlieue. Oggi la società moderna, con la solitudine che spesso genera, produce una forma di paranoia “ordinaria”. Da questo punto di vista, quello che mi interessa è far precipitare il lettore nell'incertezza: il personaggio è veramente vittima di un'aggressione (come capita ad Ange di Una stretta al cuore, ndr) o non è altro che una sua costruzione mentale? Ne Una stretta al cuore, la città di Bordeaux diventa minacciosa nella misura in cui Nadia sente montare dentro di sé un vecchio senso di colpa. Più lei prova a respingere quest'angoscia, più la città si fa oppressiva.
Lei potrebbe essere la prima donna di colore a vincere il prestigioso Goncourt. Perché, secondo lei, “Trois Femmes Puissantes” meriterebbe un riconoscimento così alto? E cosa ha di diverso rispetto ai romanzi precedenti?
Trois femmes puissantes traccia il ritratto di tre personalità femminili molto differenti l'una dall'altra: queste donne non hanno le stesse chance nella vita, non provengono dallo stesso ambiente e non proprio dalla stessa cultura. Tuttavia, ciò che le unisce è la medesima forza interiore, il modo di non mettere mai in dubbio la propria identità, di rendersi inaccessibili a qualunque sentimento di umiliazione. Sinceramente, non saprei dire cosa piaccia di più in questo libro rispetto ai precedenti. Probabilmente, la presenza dell'Africa e di donne africane ha fatto la differenza.

A questo proposito, cosa pensa della condizione delle donne nel mondo di oggi? Proprio in Francia, ci sono state roventi polemiche per il divieto del velo musulmano nelle scuole, da alcuni visto come un’offesa all’universo femminile. Qual è il suo pensiero, anche alla luce del suo background multiculturale (padre senegalese, madre francese)?
È vero, mio padre è senegalese, ma io non ho mai vissuto con lui e sono stata solo una volta in Senegal. Quindi, anche se può sembrare strano, non ho una doppia cultura, non mi sento rappresentante di un background multiculturale. Ad ogni modo, ritengo sia decisamente meglio essere una donna oggi rispetto a 50 anni fa, abbiamo conseguito molti progressi da questo punto di vista. Il problema non è tanto il velo in sé per sé, ma il simbolo di appartenenza religiosa che esso rappresenta in un contesto come la scuola, come molti altri oggetti di altri culti, vedi la kippah ebraica, le croci appese al collo dei cattolici e via dicendo. Per questo motivo, in linea di principio sono contraria a tutti i simboli di appartenenza religiosa tra le mura scolastiche.

Lei che ha vissuto per due anni a Roma negli anni Ottanta, cosa pensa della condizione delle donne italiane, dopo le ultime polemiche scatenate dalla vita privata del premier Berlusconi e dell’immagine femminile propagata dalle sue televisioni?
Amo l'arte di vivere in Italia, la leggerezza colma di grazia, l'arte della seduzione... Amo molto l'opera di Alberto Moravia, Primo Levi, Rosetta Loy, Anna Maria Ortese, Cesare Pavese, tra gli altri. Ma, per quanto concerne l’immagine delle donne veicolata dalle tv italiane… devo dire che ne sono rimasta scioccata. È incredibile, ma mi sembra che la situazione per le donne di oggi sia addirittura peggiorata rispetto al mio soggiorno italiano di venti anni fa. In Germania, invece, dove vivo adesso, è tutto diverso. In quanto donna, mi sento molto meglio qui.

Ha pubblicato il suo primo libro a 17 anni, ha vinto il Premio Femina con il romanzo “Rosie Carpe” a 21, oggi, a 42 anni, la sua bibliografia conta quasi venti titoli, tra cui piece teatrali ben accolte dalla critica. Da dove attinge questa costante e rigogliosa ispirazione?
Traggo ispirazione da tutto ciò che mi circonda: le vite altrui, i fatti più diversi, le storie ascoltate in televisione... Tutto ciò che è umano suscita il mio interesse. Ho iniziato a scrivere molto giovane perché sono sempre stata una lettrice assidua e ho desiderato creare da me quello che mi procurava così tanto piacere: i libri. Le mie letture fondamentali si possono riassumere in tre nomi: Marcel Proust, William Faulkner, Malcolm Lowry. Certo, non sono così presuntuosa da dire di saper scrivere come loro. Molto spesso tra la stesura di un libro e l'altro passa molto tempo, un anno o anche di più, senza scrivere niente. Allora leggo, e prendo appunti. E quando arriva il momento giusto, imbocco la penna e mi metto a scrivere. È il mio mestiere da così tanto tempo. E, sinceramente, non saprei fare altro.

Sunday, June 14, 2009

Mino Raiola, l'ex pizzaiolo mangia calcio

DA NOCERA A MONACO. La sua agenzia di compra-vendita ha sfornato operazioni d’oro per i suoi assistiti Nedved, Ibrahimovic, Maxwell e tutti gli altri campioni o meteore. Parla sei lingue, «l’italiano peggio». Ma, grazie a metodi di scuola Moggi, quando c’è da trattare lo capiscono tutti. E spesso obbediscono.


Stadio Olimpico di Torino, 31 maggio 2009. In campo ci sono la Juventus dell'ex traghettatore - poi allenatore full-time - Ciro Ferrara e la Lazio del sempre più ex mister Delio Rossi per l'ultima giornata di Serie A. La posta in palio del match è vacua. I biancocelesti, freschi bardati di Coppa Italia, sono in Uefa e tranquilli a metà classifica. La Vecchia Signora si è guadagnata la qualificazione diretta in Champions League sette giorni prima. La partita finisce 2-0 per la Juve grazie a una doppietta del sempre più decisivo Iaquinta.
In verità, Juve-Lazio vale più di quel che sembra. È l'ultima del campione ceco Pavel Nedved su un campo di calcio. Tanto che, a fine partita, l'ex Pallone d'Oro biondo platino di Cheb viene osannato dai paganti e dai compagni di squadra per il suo addio al calcio. Lacrime, abbracci e assordanti fanfare di «grazie» tingono di cupa tristezza il cielo di Torino - nell'attesa che il neoacquisto Diego possa schiarirlo.
Ma la festa, un po' come accaduto la settimana prima a Paolo Maldini, viene rovinata. Mino Raiola, il procuratore di Nedved, dichiara alla stampa pochi minuti dopo il commiato del popolo juventino al ceco: «Fra dieci giorni comincerà a stufarsi e vorrà riprendere a correre. Fino al primo settembre cercherò di piazzarlo nelle migliori squadre del mondo». Un fulmine a cielo già rabbuiato per i tifosi bianconeri, che stentano a credere alle rivelazioni del procuratore.
Pavel non ha mai smaltito la delusione di aver mancato la sua unica finale di Champions League. Quella del 2003 all'Old Trafford di Manchester contro il Milan, sfuggitagli per un inutile fallo sull'inglese McManaman nella semifinale di ritorno contro il Real Madrid, a risultato già acquisito. Un costante rimorso che, probabilmente, lo spingerebbe a sgobbare per un'altra stagione, pur di prendersi la rivincita. Ciononostante, non è la prima volta che Nedved, ma forse sarebbe meglio dire Raiola, punta i piedi alla Juve. Qualche anno fa lo bramava intensamente l'Inter di Mancini. Nella circostanza, a contratto del ceco in scadenza, Raiola strappò alla neodirigenza Juve la modica cifra di 3,8 milioni di euro l'anno per il rinnovo dell'ala trentacinquenne.
Un grande colpo per Carmine "Mino" Raiola, 41enne di Nocera Inferiore, fedelissimo della precedente Juve di Luciano Moggi. Ma arrivare a tali vette calcistiche non è stato un gioco da ragazzi. Appena nato, Mino si trasferisce con la famiglia dalla Campania ad Haarlem. Haarlem non il quartiere afro-black di New York (che comunque sfoggia una "a" in meno), bensì la piccola cittadina olandese a 20 km ad ovest di Amsterdam. Dove fa il pizzaiolo nel ristorante di famiglia. Un business redditizio, visto che i Raiola, dopo poco tempo, aprono un'altra decina di locali. Gli olandesi chiamano Mino «mangia-spaghetti», lui ribatte con «mangia-patate». Capiranno presto che il mangia-spaghetti di Nocera non s'intende solo di cucina italiana.
Raiola, infatti, entra nella dirigenza della squadra dell'Haarlem a 18 anni. Di lì comincia a frequentare i locali di Amsterdam colmi di giovani calciatori da assistere. Che questo sia il mestiere del futuro, Raiola lo capisce subito. La legge Bosman del 1995, che liberalizza la circolazione dei calciatori, ne sarà la conferma.
Il primo contatto con la Serie A è con il Napoli del corregionale Ferlaino. Raiola ha sotto mano una giovane promessa olandese, un certo Dennis Bergkamp. Per due miliardi di lire l'affare si può fare e il presidente partenopeo ha la parola del pizzaiolo olandese. Ma Raiola fiuta un affare migliore e si rimangia tutto. Bergkamp finisce all'Inter per 20 miliardi. L'amore tra Mino e Napoli sfiorisce prima del nascere.
Raiola, però, sa bene che nell'Italia anni 90, con la Serie A molto più appetibile di oggi, ci sono le uova d'oro. Oltre a Bergkamp, i primi contatti si materializzano con l'Udinese per il trio Genaux-Walem-Amoroso e con il Foggia per l'olandese Roy. Presto però, tramite l'allenatore dei pugliesi Zdenek Zeman, Raiola mette le mani su un giovanissimo Pavel Nedved. La svolta, coronata dal passaggio del ceco alla Juve nel 2001, è arrivata. L'attico a Montecarlo - dove tuttora risiede e gestisce la sua agenzia di gestione calciatori Sportman - pure.
Nel consueto ritrovo dei lancieri dell'Ajax, il Palladium Bar di Amsterdam, il poliglotta Mino - padroneggia sei lingue, l'italiano è quella, per sua ammissione, «che parla peggio» - accoglie sotto la sua chioccia la sua futura fortuna. Lo juventino Grygera, la meteora romanista Mido, il terzino dell'Inter Maxwell e, soprattutto, quel geniaccio di Zlatan Ibrahimovic. Che in Olanda, a suon di gol e numeri di alta scuola, viene presto paragonato a Van Basten ed accostato ai top team europei.
Proprio tramite lo svedese, Raiola comincia a tessere l'arazzo che lo legherà a Luciano Moggi, conosciuto, si dice, proprio in uno dei ristoranti di famiglia. Leggendarie le trattative per portare Ibra a Torino, rivelate dalle intercettazioni dell'inchiesta Calciopoli. Zlatan vuole andar via dall'Ajax. La Juve è interessata, ma ci sono anche Roma, Lione e Monaco. «Se entro una settimana questo non è alla Juventus sono c... tuoi» dice Moggi a Raiola a metà 2004, «tu e Ibra continuate a fare la guerra, non mandarlo ad allenarsi. Il Lione e il Monaco offrono 20 milioni? Ibrahimovic viene alla Juve per 12 milioni, a questo ci devi pensare tu». Risponde Raiola: «Domani tengo il giocatore a casa tutto il giorno, all'allenamento non si presenta. Io, poi, ho un appuntamento con i dirigenti dell'Ajax a mezzogiorno, ma mi presento alle due». Dopo poche settimane, Zlatan andrà alla Juve per poco meno di venti milioni, con gli olandesi che ne chiedevano trenta. Complice uno strano litigio tra lo svedese e il condottiero dei lancieri Van Der Vaart (oggi espatriato al Real). Si dice che l'attaccante avesse preteso la sua fascia di capitano per rimanere.
All'arrivo di Ibra a Torino nell'agosto 2004, ci si chiede quale potrà essere la convivenza tra il nuovo acquisto e i totem Del Piero e Trezeguet (che, tramite lo stesso Raiola, Moggi aveva tentato di svendere a prezzi ragguardevoli al Real di Florentino Pérez). Il procuratore è laconico: « Se Zlatan è venuto in Italia, lo ha fatto per giocare». Punto.
E sarà così. Ibrahimovic gioca sempre, a scapito del capitano juventino, segna, sazia le folle di funambolismi improbabili per un sarchiapone della sua stazza. Ma il matrimonio con la Vecchia Signora si rompe presto. Addirittura 5 mesi prima di Calciopoli, come ha rivelato successivamente lo stesso procuratore. Gennaio 2006, Ibra vuole andare via. Moggi chiede a Raiola di procurarsi da qualche club la stessa cifra della vendita di Zidane (140 miliardi di lire) per sbarazzarsi dello svedese. Non ci sarà tempo. Scoppia lo scandalo, Ibra e Raiola puntano i piedi, la nuova società bianconera di Cobolli, Secco e Blanc fa di tutto per trattenere il fuoriclasse, ma non può nulla. Zlatan fugge all'Inter per una ventina di milioni di euro. Meglio di niente. Perché, come rivelato sempre da Mino, con Calciopoli, se avesse voluto, «Ibra avrebbe rescisso il contratto e sarebbe andato al Real Madrid a parametro zero». Oggi la storia si ripete all'Inter e le recenti dichiarazioni dello svedese - «So già dove andrò a giocare» - e del suo procuratore - «se Zlatan decide di andar via, andrà via di sicuro. Nei suoi precedenti trasferimenti è stato il giocatore a imporre la sua volontà» - sono conferme lapalissiane.
Ma lo svedese, che secondo il suo procuratore «vale più di Kakà e Cristiano Ronaldo messi insieme», non è il solo scossone del terromoto Raiola. Il terzino Maxwell, finito nel dimenticatoio di Mourinho dopo l'esplosione del «predestinato» (Lippi dixit) Santon, è un'altra spina nel fianco per i nerazzurri. E per un suo giocatore Raiola non si ferma davanti a nulla, neanche davanti a Zlatan: «Se non ti chiami Ibra, all'Inter con Mourinho sei finito» ha detto per difendere Maxwell. Tanto che avrebbe già offerto il brasiliano ai cugini del Milan, per raggelare ancora di più i rapporti tra le due squadre milanesi, già molto freddi dal caso Vieri e da quando lo stesso Ibrahimovic e Raiola scelsero il trasferimento all'Inter nel 2006, nonostante l'accordo con i rossoneri fosse praticamente concluso. Ciliegina sulla torta le frasi sul milanista Gattuso in occasione della vittoria del Pallone d'Oro di Pavel Nedved: «Lo dedichiamo a lui, che lo non vincerebbe nemmeno con tutti gli sponsor del mondo. Al massimo, gli daranno il pallone di piombo come peggiore calciatore italiano».
Tutto questo è Raiola. Mai (o quasi) fidarsi del "domatore di leoni" di Haarlem (come si definisce lui stesso). Parlare in maniera obliqua - vedi Ibra che «rimane al 99,9% all'Inter, come Mourinho» -, sedersi ad un tavolo e risucchiare quanto più denaro e diritti d'immagine alle società è il suo mestiere. Ama da matti il rischio nel gioco al rialzo economico e nella sfrontatezza nei confronti dei datori di lavoro del suo assistito. Altrimenti Ibra difficilmente godrebbe dell'ingaggio calcistico più alto del pianeta (circa 12 milioni di euro all'anno, due in più del neomadridista Kakà), nonostante la sua costante irrequietezza nerazzurra. Senza contare le incursioni in trattative non propriamente sue. Tra alti - l'ammutinamento romanista di Emerson per farlo firmare con la Juve - e bassi - il mancato convincimento dell'altro giallorosso Mancini a trasferirsi a Torino. Perché nel calcio di oggi comandano i procuratori come Raiola, Bronzetti, Morabito. Nel calcio di oggi ambasciator porta pena. Tanta pena.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 14/06/2009