Londonderry

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Wednesday, January 4, 2012

Don't miss this piece, 04/01/2012


I migliori sette pezzi + 1 di oggi. Not necessarily in that order, though...

1) “L'Olanda 'spia' i confini” di Marco Zatterin sulla Stampa. Dopo il recente strappo della Danimarca, poi rientrato, Amsterdam utilizza telecamere per controllare le targhe degli stranieri, a causa delle pressioni del leader populista e xenofobo Geert Wilders, fondamentale per la tenuta dell’attuale governo. Malumori a Bruxelles: mette a rischio Schengen.

2) “Europa, migliora l'economia reale. E i mercati vedono primi spiragli”. Nonostante le parole di Juncker di qualche minuto fa che parla di recessione generalizzata in Europa, Federico Sarcina sul Corriere analizza la situazione economica del vecchio continente. In salita l'indice manifatturiero, in Germania occupazione record. “Questa fotografia sembra confermare il divaricamento tra le ‘due Europe’”, dice. A questo proposito, leggere oggi l’ottima analisi Martin Wolf sul Sole 24 Ore: “Troppo rigore uccide la crescita”. Inoltre, da segnalare "Il patto salva-euro a termine. Avrà una scadenza di 5 anni", ancora Marco Zatterin, sulla Stampa. Il documento riservato di Barroso ai 26 Stati Ue: difendiamo lo spirito comunitario. L’Europa vuole imporre una scadenza al “fiscal compact”, come lo yogurt.

3) “Perché il caso siriano è diverso da quello libico”. Sergio Romano sul Corriere della Sera cerca di rispondere a chi dice che “della Siria non ce ne frega niente perché non c’è il petrolio”.

4) “Bali, l'Islam conquista l'isola paradiso - L'ombra della sharia sul paradiso dei turisti” di Raimondo Bultrini su Repubblica. Nazionalisti in allarme nell'enclave hindu dell'Indonesia: l'immigrazione sta cambiando volto e tradizioni dell'isola. 1200 nuove moschee a ridosso dei resort e una penetrazione capillare di capitali wahabiti nelle imprese locali. "Appena diventeranno forti abbastanza tenteranno di imporre loro leggi", dicono dall'isola.

5) Nella caterva di pezzi sull’Ungheria, sorvolando sulla cronaca, da leggere Bruno Ventavoli su La Stampa: “Il morbo antico che avvelena l’Ungheria”, pezzo apparentemente laterale ma di valore.

6) “Sahel, dramma annunciato”, ma di cui si parla pochissimo. Quasi 7 milioni di persone stanno affrontando una gravissima crisi alimentare. Le Ong: si intervenga al più presto o sarà una catastrofe. La regione è sull’orlo della tragedia. Alti prezzi, malnutrizione e malattie un mix micidiale. Il Niger sarà il primo Paese colpito. Matteo Fraschini Koffi su Avvenire.

Buona lettura.

Sunday, January 9, 2011

La coda di "Mr Paglia" Jack Straw: "Certi pachistani se ne approfittano della carne bianca delle nostre ragazzine"


Per alcuni pachistani del nostro paese le ragazze bianche rappresentano “carne facile”». A parlare politicamente scorrettissimo non è il leader del British National Party Nick Griffin - che comunque ha subito colto l’occasione per sbuffare «Visto che avevo ragione?». Né il più conservatore del partito del premier David Cameron. Ma, incredibile a dirsi, “Mr. Paglia”, ovvero Jack Straw. Oggi parlamentare da Blackburn, ieri ministro dell’Interno e degli Esteri di Blair, nonché ministro della Giustizia con Gordon Brown. Insomma, una sontuosa colonna laburista che l’altro ieri sera, al programma Nightnews della Bbc, ha clamorosamente ammesso che ci sono «pachistani» che stuprano serialmente le ragazzine britanniche, «bianche e vulnerabili», perché, secondo loro, di facili costumi. Ne è seguita una bufera mediatica e politica, ovviamente.
Un semplice raptus di follia per Straw? Non proprio. L’ex ministro laburista si è lasciato andare in diretta nazionale dopo che in Gran Bretagna è ufficialmente (ri)esplosa la fobia delle gang di stupratori stranieri, vittime le minorenni bianche adescate con alcol e droga. La prima miccia l’ha accesa il Times, a inizio settimana, per aver rivelato dati shock sulle violenze sessuali del Regno, mai rivelati prima dalle istituzioni perché «socialmente pericolosi», in nome della multiculturale «congiura del silenzio». In sintesi: dal 1997 a oggi, su 17 casi di stupro di gruppo nei confronti di ragazzine di età tra gli 11 e i 16 anni, sono state condannate 56 persone. Di queste solo tre sono bianche “brit”. Le restanti 53 di origine asiatica: cinquanta di fede musulmana, la maggioranza dalla comunità pachistana. Diventata così, checché ne dica Frears in My Beautiful Laundrette, la culla degli stupratori del terzo millennio britannico, dopo gli indiani degli anni Sessanta e le gang afro-caraibiche dei Novanta.
Ma la seconda e decisiva miccia per lo sfogo di Straw è stata la condanna, poche ore prima del suo intervento alla Bbc, di due stupratori seriali (non ancora 30enni) di minorenni bianche, anch’essi di origine pachistana e, a loro dire, «musulmani devoti». Straw non ha resistito a mettere il dito in una piaga, quella delle “sex gang” straniere, troppo bollente dopo l’articolo del Times. Reportage che ha riacceso i fantasmi del “razzismo al contrario”, nei confronti delle mi- norenni britanniche bianche. L’ex ministro, dopo aver ammesso tra le righe il tragico fallimento del multiculturalismo Labour, diventerà forse un novello Sarrazin, ma certo i dati del Times sono incontrovertibili. Persino il sito della Bbc, ieri, aveva creato un forum paritario pro e contro Straw. Segno che qualcosa è cambiato. C’è chi si chiede perché Straw abbia parlato solo ieri e non quando era ministro, visto che il fenomeno ha radici nella fine del secondo millennio. Probabilmente, per la classica coda di “Mr.” Paglia.

Da Il Riformista, 09/01/10

Saturday, November 27, 2010

«Le mie critiche all'islam? Sono sempre della stessa idea»


IAN MCEWAN. A Roma la prima italiana del suo esordio operistico “For You” con Michael Berkeley e l'incontro con gli studenti della Sapienza in subbuglio: «Supporto la vostra lotta, ma la cultura non deve dipendere dalla politica. L'era della Thatcher insegna».


di Antonello Guerrera - Il Riformista 27/11/10

Roma. Sarà colpa del freddo e dell'ora mangereccia, ma la città universitaria della Sapienza di Roma non sembra in bollente subbuglio. La sempre vivace facoltà di Lettere e Filosofia si mostra poco appariscente nella protesta contro il ddl Gelmini. Qualche ritaglio di giornale a tema affisso alla vetrata dell’ingresso e poco altro. Nell’ampia e quasi colma Aula I, invece, l'atmosfera è più calda, il popolo c’è, si vede e si sente. Studenti imbottiti e matricole pseudorasta, professori di passaggio e curiosi di ogni età. Alle 12 e 36, sei minuti dopo la tabella di marcia, arriva il Godot agognato. Si materializza Ian McEwan. Scrosciano gli applausi.
Completo scuro, camicia chiara, pelle lucida, i soliti gioviali, liscissimi capelli bianchi. McEwan è alla Sapienza per presentare la prima italiana di For You, l'esordio operistico in combutta con il compositore britannico Michael Berkeley, classe 1948. Una dark comedy dal finale sorprendente che non tralascia temi cari a McEwan come il potere e il sesso e che si inscrive nella tradizione novecentesca di Literaturoper, Maeterlinck, Auden e Cocteau. La presentano così i padroni di casa Isabella Imperiali e Franco Piperno, sul palco con McEwan e Berkeley. For You è un'opera da camera in due atti di cui l’autore dell’ultimo Solar (Einaudi) ha scritto il libretto: «Berkeley mi ha tormentato 25 anni per questa collaborazione. L’ho composta sul modello classico 10x10 (ossia dieci minuti per ognuna delle dieci scene, ndr) ma non mi sarei fidato di nessun altro al di fuori di Michael. Quando scrivo romanzi mi sento un dio perché scrivo quello che mi pare, come librettista mi sento un angelo perché l’opera è di proprietà del compositore».
Giusto il tempo di ricordare che For You, la cui premiere si è svolta giovedì al Teatro Olimpico di Roma, replicherà stasera, sempre sullo stesso palco, alle ore 17,30, ed ecco che Piperno ammette di essersi dimenticato l’accorato appello di una studentessa dell’università, che inciterà i suoi colleghi a non mollare nella lotta contro «la classe dirigente di 60enni/70enni». Terminato il minisermone, McEwan si associa allo scoramento generale e dichiara di comprendere la resistenza degli universitari italiani di fronte all’austerity «autodistruttiva»: «Checché se ne dica la cultura è fondamentale per la vita intellettuale, ma anche economica di un Paese».
Iniziano a scoppiettare le domande degli astanti a McEwan, mentre il povero Berkeley viene ignorato, all’ombra di una colonna della letteratura mondiale troppo alta per lui. McEwan è compiaciuto delle domande semplici ma genuine a cui viene sottoposto. Una studentessa gli chiede se i suoi personaggi negativi sono un tentativo di esorcizzare il futuro, nell'apotropaica speranza di non diventare mai come loro. Vedi il professor Beard di Solar che, invece di concentrarsi sulla ricerca, pensa solo ai rinfreschi della lobby ambientalista. «Spero di no, perché Beard ha avuto cinque mogli e io preferirei non andare oltre due matrimoni. Ma da Omero in poi, la letteratura mondiale ha sempre preferito i cattivi. Semplicemente perché sono più interessanti dei buoni. Penso che l’unica eccezione di successo in questo senso sia stato Tolstoj». Allora McEwan si chiede da solo: possiamo perdonare l’amoralità nella vita di un artista? «Questo è un credo che ha avuto molta fortuna nell’era romantica, ma io non sono d’accordo. Come ho fatto intendere in Amsterdam, a un artista non deve essere concesso di comportarsi male. Forse nel corso di un secolo possiamo fare uno strappo alla regola: Beethoven sì, Dylan Thomas no. Ma l’arte migliore è proprio quella che viene espressa nell’ambito delle regole e dei principi della società».
Un’altra studentessa chiede a McEwan il suo rapporto con la musica e dei temi ricorrenti tra For You e Chesil Beach: «Bah», rimugina McEwan, «sono stato sempre un grande appassionato di musica, da ragazzo suonavo il flauto ma poi ho lasciato perdere. Ascoltavo rock 'n' roll, jazz, ma la mia vera passione è senza dubbio la classica. E Bach il mio primo grande amore». Immancabile il capitolo sesso, altro elemento che gli ha fatto guadagnare il famoso soprannome “Ian Macabre”. Basti pensare all'ultima, cruenta disavventura genitale che accenna nella prima parte di Solar: «Sarà stata colpa degli insegnamenti di Freud, ma davvero negli anni Sessanta pensavo che tutti i rapporti personali, nel futuro, si sarebbero basati sul sesso. E invece, mi sbagliavo». Si vede che le apparenze ingannano i comuni lettori, in particolar modo quelli italiani.
Appurato che gnocca & Co. tirano meno di quanto si pensi, offriamo a Ian McEwan due domande al prezzo di una. First: come giudica il futuro della cultura nella sua Inghilterra, martoriata dai tagli del duo Cameron-Osborne? Second: ha cambiato giudizio sull’islam dopo che nel 2008 lanciò a mezzo Corriere della Sera dure critiche ai suoi precetti? Rimpalla McEwan: «Non sono tempi facili per la cultura britannica oggi, Blair e Brown avevano addirittura raddoppiato i fondi alle arti. Ma è anche vero che c’è gente che soffre tagli più drammatici di noi. Tra l’altro, credo che la creatività sia stimolata nei periodi di crisi e la rabbia generi arte. Non a caso, in un altro periodo di tagli radicali, quello della Thatcher, è esploso il teatro inglese. La cultura deve imparare a non dipendere totalmente dai politici». Cala un mite gelo in sala, visti i tempi che corrono. «E poi», insiste lo scrittore, «una cosa sono i tagli a un genere complicato come l’Opera, altro caso è quello della letteratura: a uno scrittore serve carta, penna, mica altro». La platea appare interdetta. Anche noi, perché McEwan ha scapolato sulla domanda religiosa. Gli chiediamo se il suo dribbling in stile blairiano (direbbe Rankin) sta per un fantasioso no comment. Stizzito, risponde: «Non sono un uomo di fede, ma non ho cambiato posizione su questo argomento. Che sia l’islam o il cristianesimo, per me le religioni sono tutte uguali».

For You
di M. Berkeley e I. McEwan
Teatro Olimpico, Roma
Oggi, ore 17,30

Monday, August 2, 2010

Il «demonio» che vogliono morto - C'è del Saviano in Danimarca


KURT WESTERGAARD. A 5 anni dal caso delle vignette danesi, parla l'artista “condannato” dagli estremisti islamici: «La rabbia è la mia unica resistenza».

di Antonello Guerrera
Sono passati quasi cinque anni da quel maledetto 30 settembre 2005, quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò 12 vignette satiriche sul profeta Maometto. Quelle vignette vennero a loro volta riprodotte sui giornali di altri 50 paesi e si scatenò l’inferno: i tumulti, gli scontri e le proteste in tutto il mondo islamico, offeso da quelle «vignette blasfeme», causarono quasi cento morti, nonché l’incendio delle bandiere e delle ambasciate danesi in Libano, Siria e Iran, per non parlare dei boicottaggi contro i prodotti made in Copenaghen. L’allora primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen (il nordico «più bello di Cacciari», Silvio Berlusconi dixit), oggi segretario generale della Nato, definì la controversia delle 12 vignette come «la peggiore crisi internazionale capitata alla Danimarca dopo la Seconda Guerra mondiale».
Una di quelle dodici, satiriche vignette ha offeso più di tutte. È l’immagine di Maometto con un turbante-bomba a miccia accesa, pronto a fargli esplodere la testa. L’autore è il 75enne disegnatore danese Kurt Westergaard, del quale gli estremisti islamici di tutto il mondo, come per Salman Rushdie, Ayaan Hirsi Ali e via dicendo, hanno chiesto la testa. Westergaard, assunto due decenni fa allo Jyllands-Posten con il semplice comandamento «fai quello che vuoi, ma non toccare Dio, Reagan o il porno», era un uomo libero prima di quella piccolissima vignetta di cinque anni fa. Oggi, per quelli che esecrano la libertà d’espressione e di satira, è un demonio apostata e blasfemo che deve essere punito con la morte.
In merito, dice la sua anche Google. Basta andare sulla versione inglese del motore di ricerca più famoso del mondo (www.google.co.uk, cliccando poi su “English” in basso) e cominciare a digitare “Kurt Westergaard”. Arrivati a “Kurt Wes”, Google comincerà a dare i suoi usuali suggerimenti. Che saranno incredibilmente macabri e inquietanti. Nell’ordine “Kurt Westergaard dead (ossia, morto)”, “Kurt Westergaard died (morì)”. E poi “died fire” (morì fuoco), “dead fire” (morto fuoco), “dead in fire” (morto nel fuoco), “death” (morte), addirittura “burnt” (bruciato). Considerando che Google mostra i suggerimenti in base alle richieste più numerose degli utenti, è facile pensare come le persone che bramano di vedere Westergaard in una tomba siano molte di più di quanto si possa immaginare.
Dopo che nel 2008 le forze dell’ordine di Copenhagen hanno scoperto i piani di due terroristi tunisini e uno marocchino (ma tutti con cittadinanza danese) per ucciderlo, Kurt Westergaard vive da quasi tre anni sotto costante controllo della polizia, in un appartamento bunker ad Aarhus, la città più grande della Danimarca dopo la capitale Copenaghen. Una città che sotto la sua scorza placida e bonaria nasconde viscere di morte. Solo il 2 gennaio scorso, un musulmano somalo gli è entrato in casa con un’accetta per compiere la sua fatwa, la condanna a morte islamica, mentre urlava: «La vendetta è arrivata! Sangue!». Fortunatamente Westergaard è riuscito ad azionare il pulsante di emergenza, chiamare le forze dell’ordine e rifugiarsi nella stanza antipanico. Da allora, il vignettista vive sotto lo strettissimo controllo dei suoi angeli custodi, gli agenti del Politiets Efterretningstjeneste, o Pet, o più semplicemente l’intelligence danese.
«Sono gentiluomini che mi seguono dappertutto, quando vado a fare la spesa, quando mangio, quando vado in bagno», dice Westergaard al Riformista, che lo ha raggiunto telefonicamente nel suo bunker di Aarhus. «Oramai mi sono rassegnato. Sarà questa la mia vita sino alla fine. Per fortuna non sono nudista, se no sai che pena per gli agenti starmi dietro?», scherza. Westergaard, dalla voce stanca e provata, ha annunciato il ritiro dalla professione lo scorso giugno. Poco prima del suo 75esimo compleanno («festeggiato cenando con moglie, figli, nipotini e le guardie, ovviamente») e poco dopo esser stato messo in congedo, più o meno forzato, dallo stesso Jyllands-Posten, quando si è venuto a sapere che anche in America stavano progettando di giustiziare Westergaard.
Neanche la pensione lo ha messo al riparo dagli estremisti islamici: «Ricevo continuamente minacce di morte, soprattutto tramite il giornale per il quale ho lavorato sino a poco tempo fa», dice Westergaard. Cosa fa adesso? «Disegno, dipingo quando mi va, ma soprattutto per me stesso. Forse è questa la cosa più importante adesso». Gli chiediamo, allora, se ha altri mezzi per esorcizzare la morte. Uno è la rabbia. «Ne sento tanta dentro di me», ci confessa. Ma precisa: «Non la rabbia violenta, quella appartiene a qualcun altro, io non sono xenofobo, né razzista. Intendo la rabbia positiva, quella che ti fa capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E che è un’ottima difesa quando sei sotto minaccia». Gli chiediamo se conosce Saviano, che vive una situazione molto simile alla sua. Risponde candidamente di no, ma dice di sentirsi spesso con Lars Vilks, altro disegnatore, anch'egli nordico (svedese) e anch'egli finito nell’occhio del ciclone degli estremisti per aver paragonato Maometto a un cane.
In passato, Westergaard ha dichiarato che i musulmani moderati non avrebbero fatto abbastanza per contrapporsi ai più scalmanati. Oggi, rimane più o meno della stessa idea. «Però personalmente non ho problemi con i musulmani danesi. Anche se so che molti di loro mi odiano. Sono fiero del nostro welfare state. Agli immigrati in Danimarca abbiamo dato tutto, soldi, case, libera istruzione per i figli, libertà di culto, le migliori prospettive di vita. In cambio chiediamo solo che vengano rispettati i nostri principi democratici». Ecco, li rispettano? «Da un punto di vista materialistico ci rispettano», precisa. «Ma da quello spirituale odiano la nostra cultura». Non sarà morto il sogno multiculturale dell’Occidente? «Non credo», risponde Westergaard. «Per fortuna nella nostra società sta guadagnando sempre più terreno il materialismo, la secolarizzazione. Ma se, per esempio, vai nelle più arretrate campagne danesi, dove ci sono tanti cristiani fondamentalisti, respiri l’odio nell’aria».
Se Saviano si è pentito di Gomorra, Westergaard non rimpiange nulla di quello che ha disegnato: «Era in gioco la libertà d’espressione. Le vignette volevano solo mettere in discussione un aspetto dell’islam. Fosse successo niente, sarebbe comunque accaduta una situazione simile in futuro. Mi dispiace per i morti nelle proteste, ma non è colpa mia. Sono gli estremisti che hanno giocato sulla frustrazione della popolazione». Qualcuno però, tra cui anche qualche collega, lo ha incolpato di irresponsabilità: «Si sbagliano di grosso. Certi intellettuali, quelli della mia classe, sono spaventati dalle minacce e non si rendono conto che si stanno autocensurando, che stanno rinnegando il loro stesso lavoro». Un complesso di inferiorità, questo, anche di una parte della sinistra? «Senza dubbio, la sinistra vuole sempre proteggere i più deboli, le minoranze. Ma non capiscono che gli estremisti islamici, pur essendo una minoranza, sono una minoranza molto forte, potente e sicura di sé per via della religione. A volte la sinistra è cieca di fronte a simili fenomeni». Così come, secondo il vignettista, i politici sono ciechi di fronte alla guerra in Afghanistan: «È stata inutile, un gravissimo errore. L’Occidente è lì da anni, ma oramai è chiaro che la popolazione locale non vuole accettare i nostri valori, non li comprendono, non hanno alcuna voglia di convertirsi ai diritti umani».
Westergaard si è congedato il primo luglio dai suoi lettori con un'immagine a tutta pagina sul Jyllands Posten: ritrae Don Chisciotte a cavallo, armato di carta e penna. Dietro non Sancho Panza, ma un asino che porta un'incudine con scritto «libertà di espressione» e sopra una bomba che sta per esplodere. Sullo sfondo la mezzaluna. Metafora di un'Europa spesso minacciata, censurata, travolta dalle sue stesse debolezze. Non a caso, spesso Westergaard cita due pungenti esempi storici. Uno è quello del vignettista connazionale Hans Bendix, che faceva satira sui nazisti e che fu messo a tacere dall’allora governo danese per non provocare la Germania. L’altro quello di Pablo Picasso che incontra un ufficiale tedesco nel sud della Francia. Quando questi capisce con chi sta parlando, gli chiede: «Ah, dunque sei tu ad aver realizzato la Guernica?». La risposta di Picasso: «Non sono stato io, ma tu».

Da Il Riformista, 01/08/10

Friday, June 4, 2010

Comedy Central, debole con l'islam, spietata con Cristo?


di Antonello Guerrera
Deboli con i musulmani, “forti” con i cristiani? Il dubbio è lecito, dopo che Comedy Central, canale americano del gruppo Viacom e in Italia su Sky grazie a Mtv Italia (Telecom) e Mtv Europe, ha annunciato il possibile lancio negli Usa di JC, ovvero Jesus Christ, ovvero Gesù Cristo: serie televisiva animata, e per una buona fetta di credenti blasfema, tutta dedicata al profeta cristiano, in veste ultraumana. La notizia del canale che trasmette anche l’irriverente South Park (che contro Gesù e il cristianesimo vanta un lungo curriculum di offensive, per non parlare degli ebrei) era già arrivato in maggio, facendo storcere il naso a molti. Ma ora diversi leader e organizzazioni religiose hanno unito le forze e invieranno a Comedy Central e Viacom una vera e propria petizione per bloccare la messa in onda di JC. Il cui stato di produzione, detto per inciso, è ancora sconosciuto agli spettatori, nonché alle stesse autorità «oltraggiate».
Si sa soltanto che Cristo verrà ritratto, alla stregua di una sciroccata di Sex and the City qualsiasi, come un ragazzo sempliciotto, alle prese con una nuova vita a New York, che cerca di emanciparsi dal padre Dio. Un genitore potente ma apatico, che passa le ore a giocare ai videogiochi, fregandosene palesemente delle problematiche del figlio. Pochi ma fulminanti revisionismi, già precorsi più violentemente, almeno a parole, dall’americano James Frey (il controverso scrittore di In un milione di piccoli pezzi e dell’ultimo, sorprendente Buongiorno Los Angeles, Tea Libri) e ultimo da Philip Pullman e che hanno infiammato le proteste della Coalition Against Religious Bigotry (Carb). Un'organizzazione che include esponenti del Media Research Center, del Parents Television Council (una sorta del nostro Moige, Movimento Italiano Genitori), della Lega Cristiana e dell’Alleanza Ebreo-Cristiana. Tutti contro Comedy Central al motto di «bloccate quel cartone». Si legge nella petizione: «È chiaro che l’intento dello show è quello di denigrare ancora una volta la religione praticata dall’ottanta per cento degli americani».
La protesta è ancora più pepata perché JC arriva proprio poche settimane dopo che Comedy Central, a seguito delle inquietanti minacce fondamentaliste ricevute su Internet, ha censurato la scena di Maometto travestito da orso in una recente puntata di South Park. South Park che non si pone, al contrario, scrupolo alcuno per bastonare la figura di Cristo. Se si è alla ricerca di un valido abstract, basta guardare il video con alcuni estratti dalla serie animata americana caricato proprio sul sito della Carb che vede, ad esempio, Kyle (uno dei quattro ragazzini protagonisti di South Park) uccidere Gesù con una coltellata alla gola. Oppure lo stesso Gesù, in versione ninja, attentare alla vita del Papa. «La doppia faccia che Comedy Central mostra prima all’islam e poi al cristianesimo è roba da fanatismo», si legge ancora nella petizione della Carb.
Oggi la Carb terrà la prima conferenza stampa sulla questione e di certo proverà a sfilacciare l’impalcatura di JC, che è prodotto dalla casa Reveille (quella di Ugly Betty, The Office e I Tudors). Comedy Central per il momento non parla e non ha fatto sapere a che punto è la produzione. Le quotazioni per il lancio di JC sono sicuramente scese dopo le polemiche delle ultime ore (e soprattutto dopo il riverbero del caso “Maometto-South Park”). Ma viste le premesse, forse Comedy Central non rinuncerà al suo nuovo programma, seppur in forma più blanda. Del resto, vuoi mettere l’impatto di una pacifica petizione in confronto a delle minacce di morte su Internet?

Da Il Riformista, 03/06/10

Friday, July 17, 2009

Superman, Flash e i 99 eroi islamici Unione possibile?




TEAM-UP. La Dc e la kuwaitiana Teshkeel progettano una miniserie a fumetti che vedrà i giustizieri “infedeli” combattere al fianco di quelli arabi. Tutti uniti contro il male. Ma il sodalizio tra la vamp Wonder Woman e l’eroina col burka Batina instilla dubbi tra i musulmani. Mentre dagli americani partono accuse contro l’editore Usa: «Avete già dimenticato l’11/9».

La parola team-up, nel mondo dei fumetti, ricorre più o meno frequentemente. Nella fattispecie, il team-up è l'incontro-scontro tra due o più supereroi di obiettivi ed estrazione (spesso) differenti. Che siano di editori ed universi a sé - come Zorro e Dracula - o combacianti - vedi l'Uomo Ragno e i Fantastici Quattro della Marvel) - conta poco. Ma dopo qualche scaramuccia/scazzottata i due supereroi capiscono che l'unione fa la forza e sodalizzano contro il male. L'idea di fondo dell'ultima trovata dell'americana Dc Comics e della Teshkeel Comics con sede in Kuwait - ma pregna di autori occidentali - va oltre. Ossia unire in un'edizione speciale i principali personaggi creati dalle vignette della Dc - tra i quali Superman, l'uomo pipistrello Batman, l'avvenente Wonder Woman e la freccia Flash - ai "99" supereroi islamici della Teshkeel, di grande fama nel mondo arabo. Un team-up interreligioso dove però tutti, nonostante i credi differenti, saranno buoni e uniti. La pubblicazione di questa miniserie dovrebbe avvenire nel giro di un anno. E Paul Levitz, presidente ed editor della Dc, ha già sottilineato il momento storico per il mondo dei fumetti: «Si tratta di un progetto multiculturale mai sperimentato prima, abbiamo una lunga tradizione di supereroi che sono stati importati nei paesi arabi, assumendo nel passaggio tratti del paese di arrivo, ma qui siamo un passo più avanti».
I 99 eroi musulmani che andranno a fare squadra con i più famosi Superman e compagni (che una volta formava la "lega della giustizia") sono nati fumettisticamente nel maggio 2006 in Medio Oriente e sono sbarcati in America un anno dopo. Oggi vendono circa un milione di copie l'anno nel mondo arabo, ne verrà ricavato un film (la Endemol l'ha già prenotato) e a marzo è stato aperto il primo dei cinque parchi giochi a tema, progettati in Kuwait. I protagonisti dei 99 non sono affatto estremisti, neanche kamikaze, ma si appellano esplicitamente a valori tipici del mondo islamico. 99 è una cifra potenziale, visto che sinora ne sono stati svelati 23. Seppur creati con l'obiettivo di intrattenere un pubblico multireligioso, pregano e leggono il Corano. E i loro nomi si rifanno proprio ai 99 nomi di Dio citati nel libro sacro dei musulmani. Ma, siccome non possono paragonarsi ad Allah, sono mortali, con tutti i relativi pregi e difetti. E i loro nomi sacri sono senza il prefisso "Al", esclusiva del Dio musulmano: così si presentano come Jabbar ("Colui che costringe al Suo volere"), Raqib ("Colui che veglia") e via dicendo. Non indossano maschere, non hanno identità segrete: si tratta di supereroi normalissimi che però acquistano poteri straordinari dopo aver toccato alcune gemme di potenza e saggezza.
Ma anche nei 99 c'è l'eccezione mascherata. Ossia l'eroina Batina (dall'arabo "batin", invisibile), che indossa un burka nerissimo, ricamato d'oro. E qui, dopo l'ipotesi team-up, sorge un dubbio. Come potrà mai combattere Batina al fianco di una vamp come Wonder Woman? E quest'ultima, quale reazione potrebbe suscitare tra i lettori musulmani? In attesa di notizie livorose dall'Asia e dintorni, alcuni fan americani, poco compiacenti verso il mondo islamico, già si sono scagliati contro la Dc (sul suo sito), in pieno rigurgito 11/9. Uno su tutti: «Grazie Time Warner (il gruppo multimediale cui fa capo la Dc, ndr) per mostrare a tutti da che parte state. A questo punto posso anche aggiungervi nella lista delle compagnie codarde che hanno dimenticato l'Undici Settembre».
Trovare un flebile punto d'incontro tra i supereroi occidentali e islamici non sarà sicuramente facile. La sfida pare più ardua di quella degli anni Settanta, quando la Marvel creò diversi super-eroi pro minoranze (etniche e sessuali): dal nero del ghetto Luke Cage al sovrano africano, monarca ma democratico, Pantera Nera, dal cinese-newyorkese Shang-Chi, il maestro del Kung Fu, a Spider-Woman, per dare anche al mondo dell'uomo ragno la sua quota rosa. Perfino il rilancio degli X-Men, a firma di Chris Claremont, passò per una nuova e tormentata formazione del gruppo più politically correct che contava un indiano, un russo (poi gay, si è scoperto), un sofferente tedesco, un'africana e un canadese. Ma Naif Al-Mutawa, presidente della kuwaitiana Teshkeel, getta acqua sul fuoco per mezzo del Guardian: «Dal primo giorno lavoriamo insieme (alla Dc, ndr). Il nemico non siamo noi, il nemico è la paura. Magari potremmo aprire la serie con i supereroi, di ambedue le parti, che assistono al discorso di Barack Obama al Cairo, con le loro reazioni differenti. Ci sono molte possibilità». Tante quante le responsabilità che, da parte islamica, peseranno sulle spalle dei creatori dei 99, tra cui Fabian Nicieza, Stuart Moore, June Brigman, Dan Panosian e Monica Kubina. I loro curricula culturalmente meticci, tutti con esperienze pregresse in Marvel e Dc Comics, infondono fiducia nel complesso progetto fumettistico. Ma lo stesso Mutawa la dice lunga sull'impresa che attende editori e disegnatori: «È difficile avere una cultura fumettistica nel mondo arabo, perché qui un sacco di roba non arriva o viene censurata. Trattare alcuni temi, vedi la magia, non è proprio permesso».


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 07/07/2009