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Saturday, August 20, 2011

"La sinistra ha abbandonato la gente" - Intervista a Per Petterson



Dopo lo straordinario “Fuori a rubar cavalli” (ed. Guanda), con il quale ha vinto l’Impac Prize 2007, sbaragliando Foer, McCarthy, Rushdie e Coetzee, lo scrittore norvegese Per Petterson ritorna nelle librerie italiane con il romanzo “I luoghi più lontani” (Guanda, 236 pp., euro 16,50). Un’opera di caratura e scrittura sopraffina, come Petterson ha già abituato i suoi lettori, seppur a tratti lentissima, straniante. Come in “Fuori a rubar cavalli”, anche qui l’azione si svolge in una glaciale, tragica famiglia nordica. Protagonista una bimba senza nome che sogna di andare a vivere in Siberia e che diventerà, tra peripezie, delusioni e abbaglianti flashback, una donna forte, indipendente. Ma anche cinica, fredda, a tratti imperscrutabile, gelidamente misteriosa.

Signor Petterson, quanta autobiografia c’è in “I luoghi più lontani”?

Non lo definirei un libro autobiografico. “I luoghi più lontani” è vagamente ispirato alla vita di mia madre, ma lei raramente mi parlava della sua gioventù. Perciò direi che “I luoghi più lontani” è un reinvenzione della vita di mia madre e, dunque, pura finzione.

Il personaggio principale non ha un nome, i suoi sogni vengono presto infranti, rimane incinta ma suo figlio non ha un padre. Perché? La “Zeit” l’ha definita un’eroina. Ma non è anche una vittima del mondo in cui vive?

Io credo sia un’eroina, senza dubbio. Dimostra di essere sempre se stessa, una donna indipendente, anche se non ha un nome, perché sinceramente non sono riuscito a darglielo. Ma certo, è anche una vittima della storia. Ma chi non lo è? All’epoca la condizione sociale delle donne non era certo delle migliori. Ma questo non vuol dire sia una vittima, perché altrimenti sarebbe come privarla della sua immensa dignità.

Quanto è difficile per uno scrittore scrivere da un punto di vista femminile?

In un certo senso, non mi è stato per nulla difficile. Certo, all’inizio ero un po’ nervoso e ho pensato di studiare i comportamenti delle mie figlie prima di mettermi a scrivere. Ma così non mi sentivo a mio agio. Allora mi son detto: “Sii un donna!”, con il seno e tutte le sue forme. Ci ho messo tre anni a scrivere questo libro e, in gran parte di quel periodo, mi sono sentito androgino.

In questo libro, ma anche in “Fuori a rubar cavalli”, lei è stato paragonato a Coetzee. È d’accordo?

Coetzee mi piace un sacco, ho letto tutto di lui e mi ha insegnato una massima che applico sempre per scrivere, ossia: “Pensa sempre a soffrire!”. Ma, almeno per “I luoghi più lontani” non c’è la sua influenza, né quella di altri scrittori. Lo sento solo mio.

In “I luoghi più lontani”, la Norvegia a un certo punto viene definita un paese “pieno di comunisti”. Lei è uno scrittore norvegese notoriamente di sinistra. Come giudica l’ascesa dei partiti di ultradestra in Norvegia e in Europa? Perché la sinistra arranca?

Sono convintamente di sinistra, mi definisco uno scrittore della working class, è da lì che provengo. Ma certo i partiti di destra hanno guadagnato terreno perché la socialdemocrazia europea non ascolta più i bisogni reali della gente, né condivide le sue gioie e paure. Al contrario, prende sempre più le distanze dal popolo.

Lei spesso ha scritto dell’invasione nazista nel Nord Europa, in “Fuori a rubar cavalli” e ora anche in “I luoghi più lontani”, stavolta comparando le allora reazioni antihitleriane di Norvegia e Danimarca. Perché?

A me non piace scrivere di guerra. È solo che, uno della mia generazione (sono nato nel 1952) è cresciuto con genitori segnati dalla guerra, quindi per forza di cose è un tema che ritorna costantemente nei figli. I norvegesi hanno provato a resistere per qualche tempo contro i nazisti. Invece, i danesi, almeno inizialmente, si piegarono subito all’aggressore. In Norvegia dobbiamo ringraziare re Haakon VII, figura fondamentale durante la guerra: resistette fino alla fine a fianco al suo popolo. Non a caso, è stato l’unico re “eletto” nella storia d’Europa nel 1905.

Lei è un uomo di sinistra. È però anche un grande ammiratore di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, ma anche rinomato filonazista. Lei come fa ad ammirarlo, nonostante tutto?

Hamsun donò la sua medaglia del Nobel a Goebbels, scrisse il necrologio di Hitler, è stato una vergogna per tutti noi. Ma, allo stesso modo, non c’è dubbio che sia stato il più grande scrittore del mio paese. Che fare quindi? È un problema tutto norvegese che non possiamo risolvere e che, in fin dei conti, non dovremmo sforzarci di risolvere.

Secondo lei, le recenti stragi di Oslo e dell’isola di Utøya sono semplicemente opera di un folle come Anders Breivik o la colpa è anche di quei partiti ultrapopulisti che per anni hanno inculcato nelle persone una politica evidentemente intollerante?

Breivik non è un folle. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto lucidamente. Ma sarebbe ingiusto dire che c’è un filo diretto tra le sue azioni e l’ideologia di certi partiti, anche quelli norvegesi. Tuttavia, la melma ideologica in cui ha sguazzato Breivik è stata sicuramente preparata dalla demagogia di questi partiti.

Lei crede nel multiculturalismo in Norvegia? Qualche settimana fa, un articolo del New York Times diceva che a Oslo non c’è integrazione e cioè che gli immigrati nel suo paese “rappresentano una ‘sfida’ all’omogeneità culturale e religiosa norvegesi”.

Certo che si tratta di una sfida, come per ogni stato europeo. Ma credo che l’omogeneità culturale sia un concetto fuori moda. Multiculturalismo? Che significa? Se con questo si intende una nazione formata da tanti piccoli staterelli a seconda delle diverse culture, allora mi sembra una brutta idea. C’è uno stato norvegese, una lingua norvegese, una classe politica norvegese, un codice penale norvegese, punto. Con questo non voglio dire che gli immigrati non possano conservare le proprie tradizioni, lingua, religione, eccetera. Ma devono rispettare le nostre leggi.

Dopo la strage di Breivik, il premier norvegese Stoltenberg ha dichiarato che la Norvegia supererà la tragedia con ancora più democrazia e libertà. Quanto è cambiato il suo paese dopo quel tragico 22 luglio 2011?

La Norvegia è sicuramente cambiata, ma non so di quanto. Di certo, non tornerà sui suoi passi. Certo, il terrorismo può e deve essere combattuto con più democrazia. Mentre il mondo ora ci vuole più restrittivi e meno liberali. Ma il nostro futuro lo decideremo noi.

Crede che 21 anni di galera, il massimo della pena secondo il codice penale norvegese, siano sufficienti per un terrorista come Breivik?

Non spetta a me dirlo. Noi crediamo in un sistema liberale. E sicuramente, a questo proposito, ora non prenderei decisioni avventate, se fossi un politico. Ma, per fortuna, sono solo uno scrittore.

Da Il Riformista, 17/08/2011

Sunday, August 14, 2011

La rivoluzione dei tamarri


UK RIOTS. I giornali non ne parlano, ma blogger e commenti agli articoli accusano: "Sono stati i chavs a devastare le nostre comunità". Storia di coatti oltremanica, in una terra da sempre chioccia di "giovani arrabbiati".

Era il 2009 quando un sondaggio della società Lactofree impilò in una classifica le cento cose che più irritano i britannici. Superando “pestare una cacca di cane”, “connessione Internet lenta” e “addetti stranieri ai call center”, sul podio arrivarono: “le persone che puzzano”, i “tailgater”, e cioè coloro che ti tamponano perché non rispettano la distanza di sicurezza e, medaglia d’oro, i “chav”. Lactofree sentenziò a caldo: “Questo sondaggio mostra la nazione intollerante che siamo”.

Il 4 agosto 2011, dopo l’uccisione del 29enne Mark Duggan nel distretto di Tottenham a Londra, è esplosa in Gran Bretagna, abbagliata dai sanguinosi flashback di Brixton (e, in parte, di Oldham e Bradford), una rivolta giovanile e ultranichilista, all’inizio perpetrata principalmente dalla comunità nera solidale con Duggan - lo dimostrano i primi video e foto segnaletiche diffuse dalla polizia. Poi però, giorno dopo giorno, si sono visti tra i “riots” sempre più ragazzini bianchi. Tutti erano vestiti allo stesso modo: tuta, scarpe da ginnastica e “hoodie” (le felpe con cappuccio). Tutti dilaniavano negozi e sgraffignavano scarpe, vestiti, stereo, bottiglie di vodka e vino bianco. I quotidiani, pure i tabloid più beceri, si sono sforzati nel non dare ai vandali appellativi politicamente scorretti. Sui blog e negli stessi commenti online agli articoli, invece, quei teppisti sono stati subito denominati “chav”: subito si sono moltiplicate scritte come “rieccoli”, “Chavapocalypse”, “Primavera chav”, “Rivolta chav” e più aspri “basta con la feccia chav”, “i chav fanno schifo”.

I “chav” sono innanzitutto i “tamarri” del Regno Unito. Vestono immancabili tute di marca (spesso taroccate), scarpe da ginnastica bianche, hoodie. E poi, dipende dai gusti, bracciali, catenine, catenone, cappelli da baseball o, addirittura, indumenti stile “tartar” o “Burberry” - che negli anni Zero ha fatto carte false per dissociare il proprio nome dai suoi numerosissimi clienti chavs. Di norma, ascoltano rap e hip-hop. In tv, guardano reality show e Grande fratello.

Per il resto, i chav in Inghilterra sono considerati i figli minori degli hooligan e della working class più disagiata. Hanno vari nomi a seconda delle città (“scallie”, “schemie”, “townie” e via dicendo) e repliche simili in Irlanda (“skanger”), Scozia (i terribili “N.e.d”, ossia “non educated delinquents”), Irlanda del Nord (“spide”), Russia (“gopnik”), Polonia (“dres”). Oltremanica, sono minorenni notoriamente villani. O, nel peggiore dei casi, violenti, alcolizzati, drogati. Insomma, inquietanti paladini dei “comportamenti antisociali” e/o della delinquenza minorile, piaga delle periferie industriali britanniche da tempi immemori, dai romanzi di Charles Dickens ai drughi violent-chic di “Arancia Meccanica”, dall’underground frantumato di “Niente per bocca” di Gary Oldman alle ultime, folli estati inglesi, insanguinate da accoltellamenti tra giovanissimi. I chav/ned/scallie vengono spesso identificati come ragazzini problematici, rissosi, prevalentemente di carnagione chiara. Da ostici ventriloqui quali spesso sono, parlano uno slang criptico, così maciullato da essere incomprensibile al di fuori dell’eventuale gang a cui appartengono. Per fermarli, Tony Blair nel 1998 si inventò gli “Antisocial behaviour orders” (Asbo) contro furtarelli, schiamazzi, atti vandalici e violenze varie sul suolo brit.

Ciononostante, la Gran Bretagna, più che di indignati, è stata sempre chioccia di giovani arrabbiati, vedi lo straordinario movimento letterario degli “Angry Young Men”, scatenato negli anni Cinquanta da Alan Sillitoe, Kingsley Amis e dal primo Harold Pinter, che esecrava ogni autoritarismo e convenzione sociale per non morire in una nazione “drogata di tè e aspirine”. È la patria del punk e dei Sex Pistols, lontani parenti anarco-nichilisti degli attuali riot, che qualcuno ha addirittura paragonato alla rivolta dei contadini dell’Essex del 1381 e che altri avevano in un certo senso già profetizzato: il sito www.chavtowns.co.uk, per esempio, include da tempo un’analisi semiseria delle dieci comunità britanniche più “infestate da chav”. Sarà un caso, ma in sette di queste dieci località sono scoppiati, in questi giorni, disordini: Hull, Bradford, Croyford, Hackney, Salford, “Barking-Dagenham” e, ovviamente, Tottenham.

Tuttavia, nonostante parte della società britannica ora li accusi di aver devastato interi quartieri, il termine “chav” (la cui etimologia più veritiera lo fa risalire al romani “chavi”, “bambino”, simile allo spagnolo “chaval”) ha da tempo innescato una feroce diatriba socioculturale. “Chav”, infatti, ha anche un significato più ampio, ossia “poveraccio” o “figlio della working class” ed è stato spesso usato dai tabloid brit per ex ragazzacci diventati vip come Wayne Rooney. Ma per i più intransigenti, vedi la Fabian society, il suo uso è considerato “snob e decisamente offensivo nei confronti delle classi lavoratrici”. A questo proposito, solo qualche mese fa aveva fatto scalpore in Gran Bretagna l’uscita del libro Chavs: the Demonization of the Working-Class (ed. Verso) di Owen Jones, che sottolinea come la società britannica sia diventata negli anni sempre più classista e ghettizzata. A fare le spese di questa ruggine sociale “made in Thatcher”, secondo Jones, è stata la working-class, mai così vituperata e disprezzata come oggi.

Eppure, già nel 2009, uno studio dell’Associazione degli insegnanti evidenziava come la società britannica covasse un “massiccio numero di überchavs”, ossia schiere di nullafacenti, indifferenti a ogni stimolo educazionale o professionale. Insomma, una minaccia sociale. La storia oggi si ripete ma si corona di violenze inaudite e va oltre ogni rivendicazione/giustificazione ideologica. Certo, persiste un sostrato di questione etnica. Ma i problemi dei violenti e dei chav più efferati, sono principalmente due: un consumismo vissuto in maniera sfrenata e allucinata, come in questi giorni ha giustamente sottolineato Zygmunt Bauman e che, come rimarcava molti anni fa Jean Baudrillard, tramite la pubblicità impone un mondo fittizio e dunque una pericolosa disconnessione del mondo reale. E poi la debolezza dei genitori e dell’educazione familiare, vedi l’acuto editoriale di Paolo di Stefano sul “Corriere della Sera” di venerdì scorso.

Ma questo non significa giustificarli. I colpevoli sono indubbiamente “teppisti”, come ha detto Cameron, clamorosamente paragonato giovedì scorso dal “Fatto quotidiano” a Mubarak e Gheddafi proprio per questo suo appellativo. Ma gli oppositori di Mubarak e Gheddafi lottano per la libertà. I vandali e i chav più violenti, invece, per il nichilismo e “l’anarchia nel Regno Unito”, come già cantavano i Sex Pistols nel 1976: “Non so cosa voglio, ma so come prendermelo, voglio distruggere il passante”, per poi profetizzare: “Il tuo sogno futuro sarà quello di fare la spesa”. Una spesa più anarchica che proletaria e che ha risparmiato le librerie, gli unici negozi rimasti intatti al passaggio degli ultimi “riot” d’Inghilterra. Il motto “Education, education, education” di Tony Blair è rimasto miseramente inascoltato.

Sunday, January 30, 2011

La Histoire di Barack "O", un ex sognatore nel 2012


A PRESIDENTIAL NOVEL. Un romanzo anonimo sul presidente degli Stati Uniti comincia a scaldare le prossime elezioni. È stanco, irritabile, vuole solo giocare a golf, si sente «castrato», sa che la retorica stavolta potrebbe non bastare. Fiction o triste realtà di un (ex) prodigio della politica? L’America spettegola. L’autore, «molto vicino a Obama», sarebbe un insospettabile: il ghost writer di John McCain.

di Antonello Guerrera

Chi sarà mai lo scrittore misterioso di O – A Presidential Novel, che ufficialmente fa di nome “Anonymous”? Se lo stanno chiedendo da giorni i principali commentatori e giornalisti americani che si sono visti recapitare a casa questo romanzo pseudodistopico sulle elezioni presidenziali del 2012 e sul lato oscuro della luna (calante) di Obama. Romanzo che dunque ha fatto scalpore prima della pubblicazione stessa da parte di Simon & Schuster (368 pp., $ 25,99), annunciato da una manciata di mail interlocutorie sul conto dell’opera e, ovviamente, dell’autore. Del tipo: «Non chiedete ulteriori informazioni a impiegati o collaboratori della S&S, è inutile». Oppure: «Chi conosce l’autore non risponda ad alcuna domanda di qualsivoglia giornalista». O ancora, l’unico, succulento indizio diffuso dalla casa editrice: «L’autore è stato legato allo staff della comunicazione del presidente Obama». Quindi una spia? Un epurato? Un ribelle?

Piccoli ma pesanti (e furbeschi) sassolini sufficienti ad agitare lo stagno politico-letterario d’America, già avvezzo, tuttavia, a scherzi del genere. Così, il primo indiziato contro il quale è stato puntato il dito dei giornalisti-scommettitori è stato l’editorialista americano Joe Klein, che già nel 1996 – ed era sempre gennaio – aveva pubblicato True Colours. Un romanzo a chiave - come ci diceva la maestra a scuola - sulla campagna presidenziale del 1992 e tutte le marachelle dell’ex inquilino democratico alla Casa Bianca Bill Clinton. Un'opera tra fiction e realtà, figlio del New Journalism (stavolta l’eliotiano New Criticism c’entra poco), che tuttavia aveva già avuto un illustrissimo precedente, seppur non anonimo. E cioè quel Tutti gli uomini del re del pluripremio Pulitzer Robert Penn Warren, pubblicato in patria nel 1946 con protagonista il populista “di sinistra” del profondo Sud Willie Stark, profondamente ispirato al demagogo governatore della Louisiana Huey Long, assassinato nel 1935.

Ma Klein ha subito respinto le illazioni. E sinceramente perseverare sarebbe stato, se non diabolico, quantomeno ridicolo. Allora i bookmaker si sono scatenati prima su alcuni vicinissimi a Obama come Rahm Emanuel e David Plouffe, poi sui giornalisti Richard Wolffe (ex Newsweek), Lawrence O’Donnell (Msnbc) o addirittura un certo James Bruno per via dell’omonimia di un “aide” sfigatello di nome Walter Lafontaine, personaggio presente e nel suo Permanent Interests del 2006 e in O dell’Anonimo, come vedremo in seguito.

L’ultima indiscrezione (è dell’altroieri), che però Time considera ormai provata dalle sue talpe che avrebbero fatto breccia nel muro omertoso di Simon & Schuster, è quella di Mark Salter. Un collaboratore di John McCain di lunga data, anche alle elezioni del 2008: cinquantacinque anni, vive con la famiglia ad Alexandria (Virginia) nei mesi freddi, nel Maine in estate. Si guadagna da vivere facendo il ghost writer per i repubblicani, ma non solo. I motivi del suo accostamento al misterioso demiurgo di O sono vari. Dopo il lancio di Time, il pungente sito d’informazione Politico – che pure con Salter aveva avuto più di qualche incomprensione in precedenza – ha individuato la «prova» nello stile di O, dopo averlo ovviamente comparato con le pubblicazioni precedenti del senatore dell'Arizona scritte a quattro mani con Salter, tra cui il bestseller autobiografico Faith Of My Fathers.

Non solo. Lo stesso Salter, dopo le elezioni perdute da John McCain, aveva dichiarato a mezzo stampa che avrebbe sprecato meno energie per il ghostwriting, dedicandosi così alla fiction. Il risultato dei suoi sforzi romanzeschi, tuttavia, non è mai venuto alla luce, almeno ufficialmente. Anzi, Salter tempo fa ha pubblicamente ammesso la sua sconfitta. Ma c’è chi giura che quell’annuncio fosse un semplice depistaggio per allontanare i più curiosi. Lui, contattato dai media americani nicchia e si trincea dietro un «no comment», spesso condito da un più inacidito «pensate ad altro invece che a me».

Del resto, qualora fosse Salter il vero autore di O, svelare adesso l'arcano non sarebbe stato certamente furbo, né conveniente, visto il “buzz” e il passaparola che l’intelligente trappola commerciale di Simon & Schuster ha scatenato. Trappola nella quale sono caduti molti critici, tra cui la tremenda e temutissima nippo-americana del New York Times Michiko Kakutani (colei che Norman Mailer gentilmente ribattezzò «kamikaze» dopo una stroncatura), che ne ha scritto prima di tutti – distruggendolo a gogò, ovviamente. Il libro, c’è da dire, non ha ancora fatto breccia tra i lettori – sino a ieri era a trecentesimo posto inoltrato secondo le estemporanee classifiche di Amazon. Ma ha coinvolto molto, per alcuni troppo, gli addetti ai lavori. Perché?

O – A Presidential Novel, innanzitutto, è il primo vero “romanzo politico” dell’era Obama, con un occhio ciclopico sulle prossime elezioni del 2012, che i risultati del midterm hanno reso uno spauracchio per l'attuale Amministrazione. Il libro prova a tracciare – seppur con una certa cautela - gli scenari futuri che attendono la sfida tra asinello ed elefantino. Ma soprattutto, dipinge un ritratto del primo presidente afroamericano della storia Usa ben diverso dall’eccelso predicatore di sogni che sinora abbiamo conosciuto. Ecco perché, l’unico sagace indizio di Simon & Schuster è stato quello di annunciare l’autore come un insider vicinissimo a Obama. La conferma di Salter, in questo senso, ne inficerebbe, e non poco, le premesse-bomba.

Il titolo, inoltre, non poteva essere una scelta migliore. Sebbene in chimica sia elemento di ampio respiro, la “O”, nella letteratura mondiale, ha spesso rappresentato un enigma, un aspirante samizdat, spesso erotico, e comunque misterioso. Senza scomodare Ornella Vanoni o O come Otello di Tim Blake Nelson, La marchesa di O. di Heinrich Von Kleist potrebbe essere un buon esempio a tal proposito. Ma ancora più calzante è il romanzo erotico Histoire d’O pubblicato nel 1954 dalla francese Pauline Réage, misterioso pseudonimo di Dominique Aury, a sua volta pseudonimo di Anne Desclos. Tra l'altro, “The O.” è stato anche un movimento politico (e violento) maoista nell’America degli anni Settanta. Giusto per dare l'immancabile eco alle cassandre socialiste e comuniste che i nemici di Barack Obama fanno spesso risuonare.

Ad ogni modo, Obama in O è un personaggio più che insipido, egocentrico, a tratti inaffidabile, anche se mascherato dietro l’(in)utile pseudonimo di “O”, appunto. Ma è una schermatura sottilissima, trasparente. Perché O, nonostante si legga dall’introduzione che «il riferimento a fatti e persone sia da ritenersi puramente casuale», è palesemente Barack Obama: trattasi di un presidente nero, con una moglie avvenente e due figlie, accusato di essere “musulmano” e così via. “O” però, dopo le elezioni di mid term, è stanco, terribilmente esausto. Sa che il suo “change” non ha cambiato più di tanto l’America, sa che i sondaggi, anche se li nega persino con i suoi advisor, sono tutt'altro che favorevoli, sa che la fortuna è una ruota e che «le più grandi sconfitte arrivano quando ci si crede fortunati». Così O pensa solo a giocare a golf: «Cristo, cosa avrebbe dato per avere qualche ora senza scocciature per fare qualche colpo. (…)», si legge. «I Ceo possono giocare a golf. I generali possono giocare a golf. I membri del Congresso possono giocare a golf ogni cavolo di weekend. Ma se il Presidente si fa una partita nel fine settimana (…), la stampa lo dipinge come un pazzo in un servizio trasmesso subito dopo uno sull'Afghanistan», si lamenta.

È un Obama “O” decisamente in dirittura di arrivo quello che l’Anonimo, tra molta fiction e chissà quanta realtà, descrive. Svogliato e irritabile, minacciato anche da un paio di scandali poco nobili (uno, più laterale, è di stampo sessuale) con sempre meno fiducia nei suoi collaboratori – tanto che alla vigilia delle elezioni del 2012 si scriverà i discorsi da solo. O sbotta anche per le critiche mediatiche di una storica (e vera) foto del 2009 che lo vede rapito dal lato B di una fanciulla: «Gesù mio, cosa volete, che questo cazzo di lavoro mi castri pure?», si lagna. Battuta tra l’altro neanche nuovissima, in quanto già riferita, ma questo successe nella vita reale, da un altro Presidente, ossia quel Grover Cleveland che nel 1884 rispose più o meno per le stesse rime ai repubblicani che gli rinfacciavano un figlio fuori dal matrimonio: «Cosa preferivate, un eunuco?», sbraitò l'ex Presidente.

Tuttavia, O non è neanche il vero protagonista del romanzo, posto occupato invece dallo staff della comunicazione del Presidente, alle prese con una rielezione tutt'altro che facile. Un altro interessante aspetto dell'opera per i non addetti ai lavori. Ma certo gli occhi del lettore si spostano sul fantomatico (o meno, chi lo sa?) Obama. Che nel 2012 dovrà sfidare il temibilissimo repubblicano Tom Morrison. Un politico in ascesa, che ricorda un po’ McCain per il record militare, un po’ Romney per la moralità, ma anche, e forse soprattutto, l’emergente Marco Rubio. La Palin, che qui si chiama “Barracuda”, nonostante sia un idolo dei Tea Party, non la spunta e O se ne dispiace perché sa che sarebbe stato un avversario molto più debole.

E invece, gli tocca Morrison. E così O capisce che la retorica non è tutto in politica, che dalle finestre della Casa Bianca non è riuscito a capire cosa stesse succedendo all’America e che, oramai, è sempre più solo. Tra le righe, il vero simbolo del divorzio tra Obama e l’America, seppur la narrazione si fermi alla vigilia delle elezioni 2012, è il rapporto con un vecchio, ma giovane, collaboratore abbandonato. Quel Walter Lafontaine che O aveva scaricato nella sua scalata verso il potere e che ora, nonostante il presidente lo rivoglia nel suo staff, declina gentilmente tutte le sue offerte. Simbolo di un matrimonio oramai incartapecorito tra Barack e gli Stati Uniti, almeno stando all'Anonimo. Non a caso il libro si chiude con due parole sintomatiche: “discontented dreamers”, “sognatori delusi”. Nel 2012 i bambini americani, e pure i più grandicelli, non fanno più “O”.

Da Il Riformista, 30/01/11

Sunday, January 9, 2011

La coda di "Mr Paglia" Jack Straw: "Certi pachistani se ne approfittano della carne bianca delle nostre ragazzine"


Per alcuni pachistani del nostro paese le ragazze bianche rappresentano “carne facile”». A parlare politicamente scorrettissimo non è il leader del British National Party Nick Griffin - che comunque ha subito colto l’occasione per sbuffare «Visto che avevo ragione?». Né il più conservatore del partito del premier David Cameron. Ma, incredibile a dirsi, “Mr. Paglia”, ovvero Jack Straw. Oggi parlamentare da Blackburn, ieri ministro dell’Interno e degli Esteri di Blair, nonché ministro della Giustizia con Gordon Brown. Insomma, una sontuosa colonna laburista che l’altro ieri sera, al programma Nightnews della Bbc, ha clamorosamente ammesso che ci sono «pachistani» che stuprano serialmente le ragazzine britanniche, «bianche e vulnerabili», perché, secondo loro, di facili costumi. Ne è seguita una bufera mediatica e politica, ovviamente.
Un semplice raptus di follia per Straw? Non proprio. L’ex ministro laburista si è lasciato andare in diretta nazionale dopo che in Gran Bretagna è ufficialmente (ri)esplosa la fobia delle gang di stupratori stranieri, vittime le minorenni bianche adescate con alcol e droga. La prima miccia l’ha accesa il Times, a inizio settimana, per aver rivelato dati shock sulle violenze sessuali del Regno, mai rivelati prima dalle istituzioni perché «socialmente pericolosi», in nome della multiculturale «congiura del silenzio». In sintesi: dal 1997 a oggi, su 17 casi di stupro di gruppo nei confronti di ragazzine di età tra gli 11 e i 16 anni, sono state condannate 56 persone. Di queste solo tre sono bianche “brit”. Le restanti 53 di origine asiatica: cinquanta di fede musulmana, la maggioranza dalla comunità pachistana. Diventata così, checché ne dica Frears in My Beautiful Laundrette, la culla degli stupratori del terzo millennio britannico, dopo gli indiani degli anni Sessanta e le gang afro-caraibiche dei Novanta.
Ma la seconda e decisiva miccia per lo sfogo di Straw è stata la condanna, poche ore prima del suo intervento alla Bbc, di due stupratori seriali (non ancora 30enni) di minorenni bianche, anch’essi di origine pachistana e, a loro dire, «musulmani devoti». Straw non ha resistito a mettere il dito in una piaga, quella delle “sex gang” straniere, troppo bollente dopo l’articolo del Times. Reportage che ha riacceso i fantasmi del “razzismo al contrario”, nei confronti delle mi- norenni britanniche bianche. L’ex ministro, dopo aver ammesso tra le righe il tragico fallimento del multiculturalismo Labour, diventerà forse un novello Sarrazin, ma certo i dati del Times sono incontrovertibili. Persino il sito della Bbc, ieri, aveva creato un forum paritario pro e contro Straw. Segno che qualcosa è cambiato. C’è chi si chiede perché Straw abbia parlato solo ieri e non quando era ministro, visto che il fenomeno ha radici nella fine del secondo millennio. Probabilmente, per la classica coda di “Mr.” Paglia.

Da Il Riformista, 09/01/10

Tuesday, December 21, 2010

Come vivere con 36mila dollari l'anno? I tormenti economici (e letterari) di Fsf


di Antonello Guerrera
Correva il giorno ventun dicembre 1940 quando il cuore di Francis Scott Key Fitzgerald ne ebbe abbastanza di battere. A settant’anni esatti dalla sua morte, avvenuta pochi anni prima della sua inseparabile e controversa “Southern belle” Zelda Sayre, Mattioli 1885 ha appena pubblicato Vivere con 36mila dollari all’anno. Una fulminea manciata di racconti e una riflessione critica - scorpacciabili in un pendolare viaggio di andata - pubblicati su Saturday Evening Post e The Bookman tra il 1920 e il 1926, nel pieno degli anni ruggenti poi falcidiati dalla Grande Depressione del ‘29.
Sono scritti molto interessanti perché mettono a fuoco il primo Fitzgerald, quello del trasparente autobiografismo, quello che con il successo con Di qua dal paradiso (pubblicato comunque non senza difficoltà) era subito asceso tra i giovani scrittori più travolgenti. Per poi essere considerato, in morte, una promessa bruciata. Anzi, «un dissipatore di grande talento», come lo definirà Dos Passos.
Un successo iniziale che incarnerà l’ossimoro dell’opera e della vita di Fitzgerald, «il più stupefacente, il più geniale e autodistruttivo dei ragazzi perduti» (Alfred Kazin dixit). Ovvero la bella maschera dell’America sopra i fantasmi di declino economico, sociale e morale che covano nelle viscere. Nei racconti, un po' farseschi, Come vivere con 36.000 dollari l’anno e Come vivere praticamente con niente di questo agile libretto lo scrittore, grazie ai suoi primi scritti, è diventato ricco e con la fresca moglie (Zelda) comincia a sguazzare nell'Età del Jazz, tra alcol, vizi, lussi e lazzi, dalle piscine giornaliere ai «giardini azzurri» e alle «voci piene di soldi» del Grande Gatsby che irromperà di lì a poco. Peccato però che i soldi comincino a essere pochi per le follie mondane della coppia. Ma del resto “perder tempo” ad accumulare denaro ha molti lati negativi, ci dirà sempre Gatsby. E così i due decidono prima di trasferirsi nel vertiginoso paradiso borghese dell'East Coast. Poi, visto che i piani di contenimento delle spese fanno acqua da tutte le parti, i Fitzgerald partono per la Riviera francese, famosa per il risibile costo della vita e già oasi di piacente atarassia per Dickens, Caterina de’ Medici e Wilde.
Ma le cose non vanno come previsto. In Vivere con 36mila dollari all’anno, l’involontaria ma lucida metafora della famiglia Fitzgerald e dell’America intera - come in tutta la bibliografia dello scrittore di St.Paul - comincia a baluginare nei flashback della figlia che vuole prendere la barca e tornare in America. Come le crisi economiche del terzo millennio hanno suggerito, i soldi sono un’illusione, la bancarotta è ineludibile e così Francis Scott comincia a scrivere a raffica per cercare di rimanere a galla e pagare i debiti. Ma il fondale è sempre più vicino. E la corrente è sempre contraria – ci dirà il decadente sipario del Grande Gatsby. Di sfondo una Francia pastello, altra metafora (seppur parziale) di quella Generazione perduta, esiliata e coniata nel garage di casa di Gertrude Stein - come cita Hemingway in Fiesta.
Vivere con 36mila dollari all’anno si chiude con altri due brevi scritti. Uno è Who Is Who, dove il già famoso Fitzgerald racconta la sua battaglia «tra l’impellente bisogno di scrivere e l’insieme delle circostanze che da sempre» hanno tentato di impedirgli di pubblicare Di qua dal paradiso. Infine, Come sprecare il materiale: una nota sulla mia generazione reca un affondo alla critica letteraria del tempo, cui ampi stralci potrebbero essere facilmente applicati a quella attuale. C’è una stucchevole «febbre letteraria» nell’America dei Venti, dove si rincorrono improbabili giovani talenti («mocciosi irrequieti», li chiama), il cui destino non è altro che sciogliersi nell’oblio: «Una letteratura già morta, quasi non fosse mai stata scritta», scrive Fitzgerald. Il tutto a scapito della ricerca della vera opera immortale. Si salva, in questo salatissimo calderone, il giovane Ernest Hemingway dei racconti di in our time, che incarna, secondo la profezia dell'autore di Tenera è la notte, una vera svolta per la letteratura americana. Fu proprio lui a lanciare e raccomandare lo scrittore de Il vecchio e il mare al suo editore e quindi alla storia della letteratura. Ma Hemingway non gliene fu molto grato, vedi Gli ultimi fuochi da lui bollati come «pancetta affumicata». Hemingway, nonostante tutto l'aiuto ricevuto, non sopportava quell’eccentrico alcolizzato dalla scrittura divina. Una volta, Fitzgerald lo costrinse addirittura alla misura comparata dei propri organi genitali, dopo che la moglie Zelda ne criticava costantemente le performance sessuali, accusandolo di latente omosessualità. Troppo per Ernest.

Da Il Riformista, 21/12/10

Wednesday, December 15, 2010

Cuba lancia la sua "strana" Wikipedia

di Antonello Guerrera
È stato un grande wiki-giorno ieri. Cauzione (con appello svedese) per Assange. L'annuncio del Wikileaks europeo (www.Brusselsleaks.com), che promette di svelare i segreti dell’Ue. E, dulcis in fundo, Cuba ha lanciato la sua wikipedia, EcuRed.cu. Un buon tentativo per riscrivere la storia, sogno agognatissimo. Del resto, non c’era momento migliore per lanciare la rivoluzionaria iniziativa. A Cuba meno del 3 per cento della popolazione ha accesso a Internet. Un'oculata costruzione del brand può essere un buon viatico per il futuro. Quindi largo alle prime 20mila voci, sino a ieri ancora a singhiozzo, di questa nuova “voce libera” di Cuba dal motto «la conoscenza con tutti e per tutti». EcuRed.cu è un’enciclopedia semiufficiosa, se così si può definire. Non è tuttora chiaro chi la sostiene, ma il suo approccio al sapere è decisamente “governativo”. Basta guardare le fonti delle varie voci per rendersi conto dell’eccentrica oggettività di Wiki-Cuba: il giornale di partito Granma su tutti; seguono a ruota Cubadebate, siti come Cuba vs Bloqueo o piattaforme esterne, ma sempre di sinistra rosso fuoco, come Voltaire Network, nonché Noam Chomsky - sempre utile alla causa. Il resto è, ovviamente, propaganda infiocchettata da enciclopedia. Nella pagina di Fidel Castro, il Líder máximo viene quasi insignito di una «benedizione divina», si loda il suo impegno per «il socialismo», «l’educazione», «la salute», «lo sport», il suo ritorno post malattia viene definito «glorioso», bla bla. Sobrie, invece, le paginate su Italia e Vaticano, (ancora) non esistono quelle di Berlusconi, Ahmadinejad o lo stesso Obama. Ma l’America meno recente, sempre assetata di Cuba - si legge -, c’è tutta. George Bush senior, ad esempio, è un acerrimo nemico della libertà. Ma è sul figlio “Dabliu” che l’enciclopedia dà il meglio di sé: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle», recita l'intro, «Bush ha deciso di combattere il terrorismo con un terrorismo su scala globale», applicando «tutti i metodi della guerra sporca». Chissà quali sono i comandamenti dei “moderatori” di EcuRed.

Da Il Riformista, 15/12/10

Friday, December 3, 2010

Solgenitsin & Burns - L'ultima “wiki-intervista”


INEDITO. Spunta un colloquio privato del 2008 tra l'ex ambasciatore Usa e il Nobel 4 mesi prima della sua morte.

Tra gli oltre 250mila file di Wikileaks, il fuggitivo Julian Assange potrebbe averci regalato l’ultima conversazione ufficiosa di Aleksandr Solgenitsin. In Occidente, le sue ultime confessioni erano arrivate grazie a Christian Neef e Matthias Schepp dello Spiegel nel 2007. Un’intervista da molti dichiarata “finale”, dove l’autore di Arcipelago Gulag annunciava il suo ritiro dalla letteratura attiva, dichiarava di non aver paura della (imminente) morte, dipingeva croce e delizie della Russia di Putin. Presidente che ha imparato ad amare col tempo, dopo alcune frizioni iniziali. Alle 7 e 07 di ieri, però, è spuntato il cable “confidential” 08Moscow932. Il file porta la data del 4 aprile 2008, la firma dell’allora ambasciatore americano a Mosca William J. Burns (posizione ricoperta fino al 12 maggio 2008, per poi diventare sottosegretario di Stato in patria) e allega anche un altro suo incontro privato con il patriarca ortodosso Kirill.
Non sappiamo la data esatta dell’incontro tra Solgenitsin e Burns. L’unico riferimento temporale è «di recente», quindi a ridosso del 4 aprile. L’ambasciatore dice di essersi recato a casa del premio Nobel nella sua casa fuori Mosca, dove morirà solo quattro mesi dopo, il 3 agosto 2008. Burns descrive Solgenitsin in cattivo stato di salute («braccio sinistro paralizzato, mano contorta»), ma intellettualmente attivo e lucidissimo («sveglio, dalla parlata chiara, sempre al lavoro negli archivi e aggiornato sugli eventi esterni»), seppur spesso ripreso dalla sempre attentissima e accorta moglie Natalia.
Solgenitsin conferma a Burns quanto dichiarato allo Spiegel l’anno prima su Putin. L’ex presidente, e futuro premier, è una benedizione rispetto a Gorbaciov e Ieltsin per riparare i danni di 70 anni di storia sovietica, nonostante problemi mai risolti - come il gap tra ricchi e poveri. E, aggiunge nel colloquio con l’ambasciatore, la gestione dei casi secessionisti. Alla luce della strage di Beslan, il Nobel critica «l’errore» di Putin di scegliere autonomamente i governatori locali e non farli eleggere dal popolo. Altro tema, quello della Cecenia, per il quale Solgenitsin è stato molto criticato - per aver prima invocato l’autonomia della regione e poi la pena di morte per i «terroristi» locali.
Quale governo ideale allora? Lo scrittore ribadisce il sogno di autogoverno delle masse e pone come esempio supremo di politica «le assemblee locali del Vermont (dove si era trasferito dopo l’esilio, ndr)», «l’essenza della democrazia». Ma lo sapeva anche lui che questa era solo utopia. E perciò Burns passa a chiedergli del neopresidente Medvedev. Un «bel giovane» anche se mai incontrato prima, dice Solgenitsin, ma sicuramente pronto a «riparare», anche lui, «i danni sovietici». E qui viene la parte più succosa. Perché Solgenitsin, nel citare i «crimini» dell’Urss contro la sua gente, vi include anche l’Holodomor, il famelico genocidio ucraino del ’32-33 la cui ricorrenza è caduta sabato scorso. Curioso, perché il 2 aprile, e quindi subito prima (o subito dopo) la conversazione con Burns, Solgenitsin, in un suo controverso articolo sul quotidiano Izvestia, ripudierà l’etichetta “genocidio” al massacro, scatenando un putiferio. Incredibile, ma anche lui verrà accusato di nazionalismo oscurantista.
Nella sesta e ultima parte del cable, Solgenitsin, che in passato aveva paragonato la Nato ad Hitler per la guerra dell’ex Jugoslavia, si scaglia contro l’indipendenza del Kosovo («perché i serbi dovrebbero pagare i peccati di Milosevic?»), nonché contro l’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato («senza però approfondire la questione», scrive Burns). Insomma, grande madre Russia merita rispetto, sempre. Soprattutto quando Putin aveva offerto tutto il suo supporto all’America dopo la tragedia dell’11 settembre: «Quel suo gesto spontaneo dovrebbe essere pienamente ripagato» dagli Usa, sentenzia Solgenitsin.

di Antonello Guerrera
Il Riformista - 03/12/10

Thursday, December 2, 2010

Era solo un suicidio e non un manifesto


«Rispettare la sua volontà». Basterebbero le quattro sagge parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano alla camera ardente di Mario Monicelli, per abortire questo articolo. E invece siamo costretti a parlare della bagarre che si è ieri consumata tra i seggi di un’altra Camera, quella degli “onorevoli” deputati. Dove si è usurpato il mitologico ricordo di Monicelli per parlare pubblicamente di “dolce morte”. La miccia l’ha accesa Umberto Veronesi al Mattino di ieri: «Con l’eutanasia avrebbe fatto una fine più dignitosa». A ruota sono seguite le dichiarazioni di Rita Bernardini (Radicali) e Paola Binetti (Udc). La prima invocava una riflessione sulla dolce morte di cui il Maestro suicida non avrebbe potuto godere. La seconda ha spiegato l’estremo gesto col fatto che «era stato lasciato solo dai familiari». Si sbagliavano, e non di poco, entrambe.
Monicelli non era stato abbandonato dai suoi cari. Monicelli voleva semplicemente stare da solo: «La solitudine è importante, serve a ragionare, a non stare in superficie», dichiarava. Sebbene in passato si sia mostrato sensibile al tema dell’eutanasia, non voleva certo invocarla pubblicamente con quel salto nel vuoto. Né lo ha lasciato intendere: nessun biglietto, nessun appello precedente, niente. Ma purtroppo di questi tempi si strumentalizza anche la morte, e si può perfino confondere l’eutanasia con il suicidio. La “avanzatissima” Olanda, dove il numero di suicidi è più alto di quello italiano pur avendo l'eutanasia, ce lo conferma. No, se Mario Monicelli ha scelto di saltare, non è stato per lanciare una proposta di legge, per farsi latore di un messaggio o per candidarsi a leggere il prossimo elenco pro-eutanasia in un programma di Fazio. Monicelli si è ucciso perché stanco della vita. Punto e basta. Senza chiedere il placet a nessuno, senza iscriversi a nessun partito, senza bisogno di una legge. Il padre della commedia all’italiana non merita davvero di diventare la mascotte di questa farsa all'italiana.

Antonello Guerrera
Il Riformista, 02/12/10

Sunday, November 21, 2010

James Blunt, il milite noto che la musica snob odia



YOU'RE BEAUTIFUL. Cossiga lo amava, la stampa inglese lo detesta. Storia di una star ex soldato che "evitò la terza guerra mondiale" e che canterà a Natale in Afghanistan contro i talebani.


di Antonello Guerrera

Era l’agosto 2009, quando il presidente emerito Francesco Cossiga divenne “Deejay K” nella fortunata trasmissione di RadioDue Un giorno da pecora condotta da Giorgio Lauro e Claudio Sabelli Fioretti. Pioniere della radio online e di iTunes, il picconatore lanciò i suoi cantanti preferiti: Laura Pausini, Michael Bublè e il cantante inglese James Blunt: «Mi piace molto», confermò poi al Giornale. Come «capitano dell’esercito inglese fu tra i primi a entrare a Pristina ai tempi della guerra in Kosovo. Lì scrisse il suo bellissimo brano Carry Me Home, che vuol dire portami a casa». E che Cossiga dedicò a Pier Ferdinando Casini: «Pensavo al ritorno nella Dc», confermò. «Lo sa che Blunt fu anche uno degli ufficiali che trasportò il feretro della Regina Madre? Poi forse ha capito che facendo il cantante avrebbe guadagnato più denari. E in effetti You’re beautiful, che ha composto per la sua prima fidanzata, è una canzone molto commovente».

Chissà come avrebbe reagito “Kossiga” alla notizia che proprio il suo James Blunt (alle anagrafe Blount, cognome «troppo ostico» per le masse) avrebbe sventato la terza guerra mondiale, stando al suo racconto a Bbc Radio 5 di lunedì scorso. È il 1999. Blunt non è ancora una popstar mondiale, bensì ufficiale di cavalleria britannico nel contingente Nato in Kosovo. Duecento russi hanno occupato, prima delle forze alleate, il campo d’aviazione di Pristina. Al che, il generale americano e poi aspirante presidente democrat Wesley Clark ordina di aprire il fuoco al 25enne Blunt, a capo di 30mila soldati. James dice di no e così evita una carneficina dalle conseguenze nefaste. I russi poi desisteranno. Blunt rischia la corte marziale, ma per sua fortuna il generale britannico Mike Jackson lo difende.

Dopo sei anni di mimetica (in cambio di studi gratis in ingegneria aerospaziale alla Bristol University), James Blunt appende le armi al chiodo il primo ottobre 2002 per dedicarsi completamente alla musica. Una scelta che fa storcere il naso alla famiglia, soprattutto al padre Charles, anch’egli militare in carriera, poco avvezzo ai pentagrammi («so suonare solo le campane») e penultimo anello di una interminabile catena familiare devota all’esercito britannico: i Blount vantano un militare, ininterrottamente, da mille incredibili anni, da quando i loro antenati del X secolo arrivarono in Inghilterra dall’attuale Danimarca.

Ma James non ha rimorsi. Infatuato dalla chitarra sin dal liceo a Harrow, Blunt, oggi 36enne, ha continuato a suonare soprattutto nell’esercito. Dove compone la toccante No Bravery, successiva hit mondiale, sulla tragedia dell’ex Jugoslavia. La canzone sarà l’ultima lacrima dell’uragano d’esordio Back to Bedlam (2004), che sarà il disco più venduto in Uk degli anni Zero (12 milioni di copie, più del leggendario Back To Black di Amy Winehouse) grazie a hit memorabili per molti, insopportabili per pochi, come High e You’re beautiful. Che a un certo punto, forse per eccessiva melensaggine, diventa in un sondaggio inglese del 2005 la canzone più odiata della storia della musica.

Plebiscito sintomatico di un atteggiamento spesso pregiudizievole nei confronti di Blunt da parte di una buona fetta di Gran Bretagna, la cui crema portante è la stampa musicale. Quando uscì Back to Bedlam, nessuna testata di grido pensò di recensirlo. Il secondo album All The Lost Souls (2007) è stato subito etichettato come la scia di una meteora già all’orizzonte. L’ultimo Some Kind Of Trouble (appena uscito in Italia per Warner), seppur sia un disco discreto con buoni picchi melensi-melodici (da Best Laid Plans a No Tears) e abbia subito raggiunto il secondo posto della classifica europea dietro il Greatest Hits dei Bon Jovi, ha dovuto aspettare solo qualche ora per essere stroncato dai critici oltremanica. Uno per tutti, Simon Price de l’Independent: «La cosa migliore che possiamo sperare è che questa volta Blunt possa guadagnare abbastanza per comprarsi un’intera isola nel Pacifico (allusione al fatto che Blunt dal 2009 vive a Ibiza, ndr), così non ci scoccerà più».

James Blunt, ex milite noto, faccia da angelo e fucile in braccio, fan di Elton John e ugola in bilico tra Cat Stevens e un eunuco, vita fatta di una chitarra, tre accordi e un ritornello, è antipatico alla stampa per: la vaga riservatezza sulle sue relazioni amorose; il suo accento e fare “posh”, da fighetto, che secondo alcuni non avrebbe mai raggiunto la middle class inglese; e, ovviamente, il suo passato da soldato. Una parentesi bellica, secondo i molti osservatori imbevuti di Jefferson Airplane, fiori nei cannoni e l’oppio de “il mio nome è mai più”, troppo scabrosa per una star della musica. Va peggio, se Blunt si espone su temi tipo: «Ha fatto bene il principino Harry a entrare nell’esercito». Oppure, «il governo non fa abbastanza per le nostre truppe».

Eppure James Blunt non fa apologia della guerra. Per la precisione, la esecra. Epperò, a differenza di altre star della musica, non riesce a voltare lo sguardo di fronte alla tragedia dei suoi ex compagni soldati al fronte, quelli che lo chiamavano “weener” perché era piccolino di stazza e che si stupivano per la freddezza, la briosità e la diplomazia che mostrava nelle operazioni di peace-keeping. Blunt non ha mai approvato le guerre di Tony Blair, né ne canta i valori in quelle poche occasioni che i suoi dischi non parlano di amorucci sfilacciati, affezioni werteriane e angeli sopra Albione. Ma un mese fa è andato a trovare i militari britannici in Afghanistan. Dove tornerà a Natale per esibirsi un concerto storico: «Le voglio cantare ai talebani», ha annunciato.

«James Blunt è un soldato, un gentiluomo e una rockstar», ha dichiarato l’attrice di Guerre Stellari e sua vecchia amica Carrie Fisher. Non solo. È stato anche un campione di sci, supporta Medici Senza Frontiere, è un ecologista (mostra ai concerti il trailer di Una scomoda verità, pianta un albero per ogni biglietto venduto dal proprio sito ad hoc e possiede un prototipo di macchina elettrica della Nasa), ha messo persino in vendita la sorella su eBay, facendole così conoscere il suo attuale fidanzato. Ma senza la guerra non sarebbe mai stato quel «di tutto un po’» che lo rende speciale, e bizzarro, di fronte ai colleghi, dei quali non condivide lo star system e la vita sfrenata: «Amo la purezza del lavoro di un soldato, perché hai a che fare con due cose, semplici ma fondamentali», ha dichiarato in una meravigliosa conversazione con Neil McCormick del Telegraph. «Una è la vita, l’altra è la morte. Nell’industria musicale, invece, hai a che fare con il successo e l’immagine. È solo distrazione». Tuttavia, continua, «riesco a ritrovare quella purezza quando sono in tour. Guardo la gente negli occhi. Cerco solo di raggiungere un altro essere umano mentre canto. Tutto il resto sono sciocchezze». Chapeau.


Da Il Riformista, 21/11/10

Thursday, November 11, 2010

Asia Bibi, una "Sakineh" dimenticata

Asia Bibi, 38 anni, cristiana, madre di due figli, è stata condannata a morte martedì in Pakistan per “blasfemia”. Asia è stata ritenuta colpevole di aver oltraggiato, nel 2009, il profeta Maometto e, salvo ripensamenti in appello, sarà la prima donna a subire la pena capitale pachistana per aver offeso l’islam. Una notizia tremenda che purtroppo ha sconvolto meno di altri scabrosi casi come quello dell'iraniana Sakineh e che si incastra in un inquietante trend di terrore perpetrato dagli estremisti islamici pachistani, soprattutto nella regione del Punjab. La minoranza cristiana in Pakistan, circa 2 milioni secondo l’ultimo censimento del 1998, ne soffre le maggiori conseguenze.
Asia Bibi viveva a Ittanwali, villaggio di 1.500 anime nel Punjab dove la sua è una delle tre famiglie di fede cristiana. Il 19 giugno 2009 si trovava al lavoro con altre braccianti quando, all’ennesimo tentativo di quest’ultime di convertirla all’islam, ne è scaturita una furiosa lite. Durante la quale, secondo l’accusa, Asia avrebbe pronunciato le fatali frasi: «Cristo è morto sulla croce, cosa ha fatto per voi Maometto?». E poi: «Il nostro Cristo è il vero profeta, il vostro è fasullo».
Apriti inferno. Prima di essere arrestata e portata nel carcere di Sheikhupura, Asia e i suoi bambini sono stati picchiati dai concittadini. Dalle moschee, intanto, si levava l'umiliazione di dipingerle il volto di nero e scarrozzarla su un asino per il paese. Subito sono partite le petizioni di varie associazioni cristiane in Pakistan, che purtroppo non hanno avuto una risonanza simile a quella di altre tragedie ben più famose. Anche perché le donne, sino a l’altro ieri, erano sempre state risparmiate dal boia. Ma adesso, oltre ad Asia, anche un’altra ragazza, Martha Bibi, è sotto processo per la stessa accusa. Perché la “blasfemia” non è solo un fine da punire, ma anche un mezzo da sfruttare per gli estremisti pachistani affinché si eliminino i “nemici”.
Nella crescente ondata anticristiana che attraversa le viscere del Pakistan da decenni, difatti, questo reato-“legge di stato” è la cartina tornasole delle violenze che gli “apostati” musulmani e le minoranze religiose subiscono. L'“arma del delitto” si chiama 295, ovvero l’articolo del codice penale pachistano, introdotto nel 1985 durante l’era ultraislamizzante dell’ex presidente Zia-ul Haq, che punisce la blasfemia contro l’islam e il Profeta con la pena capitale. Proprio da tali accuse, in Pakistan sono esplose, dagli anni Novanta a oggi, le più sanguinose cacce al cristiano, alcune indelebili, come il tentato pogrom dei 30mila musulmani che nel 1997 rasero al suolo case e chiese cristiane di Shantinagar o le orde di fanatici del primo agosto 2009 che misero a ferro e fuoco la comunità cristiana di Gojra, bruciando vivi due uomini, tre donne e due bambini. Tutti episodi occorsi nel rovente Punjab.
Il 2010 non è stato meno violento: un cristiano arso vivo a Rawalpindi nel marzo scorso perché nolente alla conversione dell’islam (e la moglie stuprata dai poliziotti). Un altro, Qamar David, lo scorso febbraio è stato condannato all’ergastolo a Karachi per «espressioni blasfeme» su Maometto e il Corano (mentre il co-imputato musulmano è stato assolto). Stessa atroce sorte per il 26enne Imran Masih, condannato nel gennaio 2010 dopo esser caduto nel tranello di un vicino che gli ha fatto bruciare, a sua insaputa, una copia del Corano. Altri due Masih, Tasawar giovane cristiano di Sargodha e Zahid di Model Town (Lahore), sono dovuti scappare con le famiglie per la stessa accusa. Il 73enne Rehmat Masih, invece, della diocesi di Faisalabad, è ancora in carcere per aver «insultato Maometto». E solo un mese fa è stato trucidato ad Haripur “l’avvocato dei cristiani” Edwin Paul.
Parte di queste azioni contro i cristiani sono orchestrate da gruppi vicini ad al Qaeda come i terroristi del Lashkar-e-Jhangvi. Ma spesso il grilletto scatta anche per ragioni economiche o strumentali, per la “terra” o semplicemente per cacciare i non-musulmani. Un duro allarme di fuga cristiana dal Pakistan l’aveva già lanciato lo scorso agosto l’arcivescovo di Lahore, nonché presidente della Conferenza episcopale pakistana, monsignor Lawrence Saldanha. Ma per tutti i martiri invisibili del Pakistan le autorità internazionali fanno fatica a mobilitarsi, anche perché Islamabad è uno snodo cruciale per la lotta al terrorismo. Neanche il clamoroso suicidio del vescovo cattolico di Faisalabad John Joseph, che si sparò alla testa il 27 aprile del 1998 davanti al tribunale in cui un suo fedele, Ayub Mashi, era stato condannato a morte per aver infranto l’articolo 295, ha sollevato l'indignazione del mondo.

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 11/11/10

Friday, October 22, 2010

«Il negazionismo? Squallido Ma non si batte con una legge»



HOWARD JACOBSON. A colloquio con lo scrittore britannico, fresco vincitore del Booker con “The Finkler Question”. «Certa sinistra demonizza Israele. Ma gli ebrei vogliono solo la pace».


Howard Jacobson doveva essere a Roma la settimana scorsa per il Festival della letteratura ebraica. Poi però la seriosa giuria del Booker Prize ha deciso di premiare, a sorpresa, il rigoglioso humour del suo ultimo The Finkler Question e così ha dovuto rinunciare al suo italienische Reise. In un Paese che, ha brevissimamente dichiarato lo stesso Jacobson a caldo al Corriere della Sera, «gli ha portato fortuna. Cargo (l’editore italiano, ndr) è stato il mio talismano: proprio l'Italia è stato il primo Paese straniero che ha comprato i diritti di Kalooki Nights (altro suo romanzo, ndr)».
Poco male, a dicembre arriverà finalmente in Italia. Ma prima, lo scrittore britannico di origine ebraica, nonché editorialista dell’Independent, si è concesso con più calma al Riformista. In Italia è da pochi giorni in libreria il suo ultimo romanzo tradotto Un amore perfetto. Opera che, dopo l’irresistibile e Imbattibile Walzer (tutti targati Cargo), «racconta in maniera formidabile il tormento sessuale» (nobel Harold Pinter dixit) di uno stimato ma lussurioso libraio. Invece, nel più glorioso The Finkler Question (Bloomsbury, 307 pp., £ 18,99, arriverà in Italia nel luglio 2011), i protagonisti sono tre amici: Julian Treslove, ex produttore Bbc, un romantico fallito su cui ruota la narrazione; e poi Sam Finkler e Libor Sevcik, entrambi ebrei e vedovi, ma su posizioni contundenti su cosa significhi essere ebrei oggi alla luce delle politiche di Israele. Treslove, da insipido “gentile”, aspira a essere ebreo e partecipa allo spigoloso ma frizzante dibattito degli altri due, in una travolgente burrasca di humour a tinte inquiete.
«Difatti, The Finkler Question, nonostante molti dicano sia un romanzo comico, è anche un libro molto triste, una black comedy», puntualizza Jacobson. Eppure, gli scrittori britannici di origine ebraica una volta si nascondevano, «si travestivano da inglesi», disse lo scrittore tempo fa. Oggi non è più così. Una nuova alba, per scomodare Eli Wiesel, sta nascendo. Anthony Julius (l’avvocato del divorzio di Lady Diana) aveva già lanciato nei mesi scorsi il velenoso sassolone del suo Trials Of The Diaspora che indaga l’antisemitismo strisciante nella Gran Bretagna di oggi. «Verissimo, ma non è il solo», sostiene Jacobson. «Sta finalmente emergendo una nuova generazione di scrittori ebraici, vedi Linda Grant e Andrew Miller, meno introversa e più orgogliosa. E The Finkler Question aiuterà sicuramente questa emancipazione». Cosa è cambiato negli ultimi mesi? «Nel 2009 la comunità ebraica, dopo i fatti di Gaza e la demonizzazione di Israele propagata dai media britannici, aveva molta più paura di esprimersi. Ma una cosa è il sacrosanto diritto di critica, un’altra è mistificare le notizie e affibbiare così a Israele un’immagine falsa. Adesso, però, ci siamo stufati e, grazie alla meno rovente situazione in Medio Oriente, stiamo uscendo dal guscio».
Sugli attacchi mediatici anti Israele, Jacobson - nato in una famiglia molto left (il padre era un acceso sindacalista) ma curioso di vedere cosa farà Cameron («anche se alcuni aspetti della sua Big Society sono crudeli») -, ha le idee molto chiare: «Tutte queste mistificazioni vengono propagate dai media britannici liberal e da certe cerchie intellettuali. Qui purtroppo la sinistra, dopo la caduta del Muro e del comunismo, ha sempre avuto il complesso di Israele in quanto nuova valvola di sfogo politico. Ma, checché se ne dica», prosegue Jacobson, «la stragrande maggioranza degli ebrei d’Inghilterra, nonostante gli attacchi, è moderata. Sa che l'antisionismo non corrisponde all'antisemitismo, ma sa anche che dal primo può nascere il secondo».
Jacobson si è definito in passato “sionista liberale” e favorevole a due stati in Medio Oriente. Oggi, a processo di pace innescato dall’amministrazione Obama, non trasuda ottimismo («sappiamo come è andata a finire le scorse volte»). Ma sa che Israele ha una sola via d’uscita: «Tutti gli israeliani vogliono la pace. E credono, anche i più rigorosi, che l’unica soluzione sia rinunciare alla politica degli insediamenti in Cisgiordania, alla quale sono personalmente contrario, e aprire alle concessioni. Anche il premier Netanyahu ne è convinto, ma per andare avanti nel processo di pace dovrà concedere qualcosa all’estrema destra, anche solo simbolicamente». In questi spasmi di dialogo, le pratiche di autoboicottaggio degli stessi ebrei per Jacobson sono assolutamente inutili, «soprattutto quelle degli intellettuali e dei giovani inglesi che non sanno nulla di storia».
Ecco, la storia. Per evitare di farla riscrivere in peggio, il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici con una lettera a Repubblica ha innescato il dibattito politico su una potenziale legge antinegazionista. Che non trova d’accordo l’ebreo Jacobson: «Sarebbe assolutamente controproducente in una società libera e darebbe il fianco a chi si scaglia contro gli “ebrei cospiratori”. I negazionisti bisogna ridicolizzarli, sconfessarli con i fatti, ma non si può negar loro la parola». Così come non si possono negare le barzellette sugli ebrei, recitate anche dal premier Berlusconi: «Guardi, per noi è fondamentale scherzare sulle nostre tragedie, soprattutto quelle più crudeli. Ma le barzellette di Berlusconi non sono così spiritose. Le nostre sono molto meglio. Berlusconi dovrebbe assumermi se vuole davvero far ridere la gente».

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 22/10/10

Wednesday, September 15, 2010

Il fotografo-spia di Martin Luther King

E. C. WITHERS. L'autore degli indimenticabili scatti del movimento afro-americano e amico del reverendo era anche un agente dei “nemici” dell'Fbi. Una terribile macchia di una leggenda nera.

di Antonello Guerrera
Ernest “Ernie” C. Withers è un nome che, ai più, dice poco o nulla. Eppure fu uno storico fotografo del movimento antisegregazionista negli Stati Uniti, il dio dell'obiettivo afroamericano che ha consegnato alla storia la lotta guidata dall'“amico” Martin Luther King. Non a caso, le indimenticabili foto di quest’ultimo su un autobus finalmente per bianchi e neri a Montgomery, o in “Marcia contro la paura”, o quelle del suo funerale furono tutte scattate da Withers. Che immortalò King persino nella sua stanza d’albergo. A dimostrazione del ruolo così intimo che aveva all’interno del movimento negli anni 50 e 60.
Del resto, la sua fama era germogliata proprio dopo aver immortalato uno storico processo per il movimento di liberazione afroamericano, quello dell’omicidio di Emmett Till, un quattordicenne di colore che il 27 agosto 1955 si era permesso di fischiare a una ragazza bianca per poi essere dilaniato di botte dal marito e dal fratellastro della donna. Ma Withers, prima di darsi alla fotografia freelance per la causa nera (diventando un riferimento anche per i divi del baseball e del blues, da B.B. King alla Franklin), era stato, per tre anni, anche uno dei primi nove poliziotti neri della storia di Memphis.
Un valoroso pioniere afroamericano, insomma, la cui immagine però è stata violentemente lacerata lunedì in un articolo del Commercial Appeal di Memphis che ha pubblicato un’inchiesta scottante durata due anni: Withers, detto anche “The Original Civil Rights Photographer”, avrebbe smerciato all'Fbi, mentre immortalava la storia antisegregazionista, ogni tipo di informazione sugli attivisti afroamericani. Dalle loro abitudini agli appuntamenti, dai particolari biografici alle fotografie di incontri e marce di protesta sino ai numeri di targa delle loro macchine. Come nei migliori film di spionaggio, il fotografo più amato dai neri del Sud faceva semplicemente il doppio gioco tra il movimento afroamericano e due agenti della polizia americana. Questo per almeno tre anni, dal 1968 al 1970.
Ma perché un nero coinvolto e apprezzato come lui avrebbe gabbato così spietatamente i suoi “fratelli”? Qui la vicenda si complica, perché l'Fbi non ha concesso l’apertura del fascicolo su Withers. Eppure i file di quella cartella potrebbero chiarire molte cose: ovvero per quanto tempo il fotografo ha lavorato per l’Fbi, come venne reclutato dall’intelligence e soprattutto a quanto ammontasse il suo salario. Che poi è il punto centrale del suo tradimento, perché, come ha scritto il Commercial Appeal, Withers aveva otto figli ma forse non il denaro a sufficienza per crescerli. Proprio una sua figlia, Rosalind, ha risposto al quotidiano americano: «È la prima volta che sento una cosa del genere. Queste sono accuse pesantissime».
Paradossalmente, il caso è saltato fuori per un errore marchiano. Negli atti pubblici divulgati dall’Fbi, qualcuno si è dimenticato, più volte, di oscurare Withers e il suo nome in codice “Me 338-R”. L’Fbi ha fatto sapere di non conoscere tuttora le cause di questa grave mancanza, assicurando però che indagherà internamente sulla vicenda. Distrazione o altro? Chissà. Quello che è certo è che oramai la frittata era fatta. Il nome di Withers già campeggiava nei blog come «traditore». E la macchia sulla sua leggenda era così vistosa ieri da occupare le prime online di New York Times e Cbs.

Da Il Riformista
15/09/10

Monday, August 16, 2010

Il cantico delle periferie perdute che ha conquistato il mondo

ARCADE FIRE. Sono in sette, hanno esordito con un album ispirato da una serie di incredibili lutti, con l'ultimo “The Suburbs” hanno scalzato Eminem dalla vetta delle classifiche di tutto il mondo. Genesi della band canadese di Win Butler e della moglie Régine che urlano i malesseri di una generazione fallita.

di Antonello Guerrera
La stragrande maggioranza degli italiani non se n’è accorta, ma la musica degli Arcade Fire entra ogni sera, sottilmente, nelle loro case. La sigla del programma di approfondimento politico Otto e mezzo di La7, guarda caso, è un estratto di Rebellion (Lies), canzone di questa giovane e geniale band canadese, che proprio in settimana ha definitivamente scalzato Eminem dalla vetta delle classifiche di vendita di tutto il mondo grazie all’ultimo album The Suburbs. Uno struggente cantico delle “periferie”, inebriante e irresistibile, carbonico e brioso, levigato di intelligente piattume. Senza dubbio tra i migliori dischi dell’anno. Ma è anche vero che The Suburbs è un album di complessità ed emozioni inferiori rispetto ai due precedenti Neon Bible (2007, titolo dai predicatori religiosi estremisti della tv) e soprattutto Funeral del 2004, capolavoro assoluto degli anni Zero. Paradossalmente, però, proprio il loro album peggiore ha elevato nel definitivo olimpo della musica gli Arcade Fire, già definiti da Chris Martin «la migliore band del mondo», e da Bono degli U2 un gruppo «con le palle».
Verissimo, se solo si pensa che gli Arcade Fire sono un’orchestra rock di Montreal composta da ben sette membri fissi, più eventuali aggiunte durante i live. Tutti i componenti della band suonano una moltitudine di strumenti - dalla batteria allo xilofono, dal violoncello all’arpa, dalle chitarre al sintetizzatore - tanto che durante i concerti si scambiano i ruoli senza ritegno. Il frontman fa di nome Win Butler, un mistico werther americano (ma presto trapiantato in Canada) che pare uscito dal remake della Famiglia Addams, cresciuto a iniezioni di solitudine e credo mormonico nella periferia di Houston, prima di trasferirsi definitivamente a Montreal, dove ora il gruppo risiede.
L’altro protagonista degli Arcade Fire è l'unica donna della band Régine Chassagne. Che, ovviamente, oltre a saper cantare, sa anche suonare la batteria, il piano, la fisarmonica, lo xilofono, la ghironda, eccetera. E che, altro particolare non trascurabile, è divenuta la moglie del frontman Butler nel 2003, subito dopo la fondazione del gruppo. Entrambi guidano non solo una famiglia, ma anche una band. Da adepti del Québec, parlano e cantano in inglese e francese, anche se le famiglia di Régine non viene dal Canada, ma dalla disastrata Haiti. Da dove, poco prima che lei nascesse, i genitori sono sfuggiti alla dittatura di Jean-Claude Duvalier. Uomo nero che la Chassagne sciabola proprio nella canzone Haiti, tratta dell’album d’esordio Funeral: «I miei cugini mai nati perseguiteranno per sempre le notti di Duvalier».
Insieme agli altri componenti - tra cui William Butler, fratello di Win, e un percussionista matto shakespeariano che nei concerti rischia la vita arrampicandosi sulle impalcature -, Win e Régine hanno costruito, insieme agli Strokes, la più grande realtà della musica indie del terzo millennio. Dalla loro nascita, gli Arcade Fire, che nel 2006 hanno acquistato una chiesa sconsacrata a Farnham (vicino Montreal) per farne il loro studio di registrazione privato, hanno costretto tante giovani band a emulare il loro unico e irripetibile sound, che spazia dall’elettronica al barocco, da una lucida new wave alla classica più commestibile, dall’anthem rock al pop visionario, dalla critica alla Vonnegut all’elogio di Blake. Ma soprattutto, gli Arcade Fire sono i cantori della società postmoderna, di quelle “generazioni y” che aspettano, da «uomini moderni», qualcosa che non arriverà mai perché bruciate, stritolate tra la morte delle ideologie novecentesche e la violenza, materiale e spirituale, dei giovanissimi, imperscrutabili teenager. Intorno, tra palazzoni, inquietanti centri commerciali e guerre tra band under 15, c’è il vuoto assoluto, una società alla morfina, in attesa di una sfocata apocalisse che si nasconde in ogni piaga sociale - anche se, da ultraobamiani quali sono, un minimo di speranza negli Arcade Fire ci dovrà pur essere.
Il racconto di questa turpe realtà contemporanea è il succoso nocciolo dell’ultimo The Suburbs. Album che, per la materia trattata, è meno coinvolgente dei precedenti, ma più fresco e soprattutto più pop. Forse non rimarrà nella storia della musica, ma è il passepartout ideale per conquistare il pubblico mondiale e veicolare le autentiche opere d’arte precedenti, in primis Funeral: disco di sconvolgente e tragica bellezza - il titolo non a caso viene dalla caterva di lutti familiari che ha colpito la band durante la sua registrazione -, un mondo parallelo di lucida paranoia metropolitana. Perciò ci sono quattro canzoni/capitoli del loro etereo romanzo che si chiamano Neighborhood, ovvero “quartiere”, che viaggiano tra un'adolescenza amorfa e la caccia a un sospiro vitale tra le periferie di Houston.
The Suburbs, album che Butler ha definito figlio dei Depeche Mode e di Jeff Buckley e che parte con l'omonimo pezzo che pare il remake drogato del Ragazzo della via Gluck, è lo sbocco naturale, disilluso e anestetizzato di Funeral, soprattutto se si pensa al gioco di luci tanto caro agli Arcade Fire. Se nel 2004 le ombre e abbagli delle loro canzoni si susseguivano schizofrenici su di un palco tormentato, incapaci di allietare le anime afflitte dei sobborghi delle metropoli (da «i vicini possono ora ballare nelle luci da discoteca della polizia» a «le luci delle strade sono tutte bruciate, une année sans lumiere»), in The Suburbs si passa, come nella bifronte Half Light, da «nella luce a metà saremo liberi» a «ho bisogno delle tenebre, qualcuno distrugga le luci». Il tutto perché la realtà “illuminata” e sporcata dalla crisi economica non può essere più vissuta come prima.
In questo senso, è emblematica la copertina pastello dell’album, una macchina vuota e ferma in modalità drive-in. Ma davanti non c’è né un grande, né un piccolo schermo (la tv è un incubo dichiarato degli Arcade Fire), bensì una casa, «dalle finestre insufficienti per ascoltare le voci umane, si sente solo un'eco» (Half Light I). Eco che si insinua anche nei testi, forgiati da un inglese a tratti anche troppo semplice, dove alcune parti sono copia-incollate tra le diverse canzoni. Eco che risuona straziante in Rococo, dove i bambini moderni cantano canzoni orrende e incomprensibili e dove si percepisce una tortuosa malinconia dell'azzima giovinezza. Eco che si insinua nell’asfalto sempre più vischioso delle periferie, dove il grigio cemento armato domina a differenza del precedente universo di Neon Bible, album registrato sulle rive del fiume Hudson, già luogo di morte in Kerouac e Burroughs (And The Hippos Were Boiled in Their Tanks).
Gli Arcade Fire saranno in Italia per l'unica data live il 2 settembre, nello scenario ribelle dell’Independent Day di Bologna. Luogo forse poco consono alla loro intimità esistenzialista, per un tour che tuttavia è stato inaugurato la notte dello scorso 5 agosto nella bolgia del Madison Square Garden di New York. Un concerto che YouTube ha trasmesso in diretta con la regia dell'ex Monty Python Terry Gilliam. Il battesimo più scintillante per una band che ha già riscritto la storia della musica.

Da Il Riformista, 15/08/10

Sunday, August 8, 2010

Il Pulitzer che l'America non voleva pubblicare



di Antonello Guerrera

«Non me lo sarei aspettato nemmeno tra un milione di anni». Paul Harding, nonostante il fresco (e clamoroso) Pulitzer per la letteratura vinto solo due mesi fa, tiene i piedi ancorati a terra. Del resto, sino all’aprile 2010 era un (quasi) sconosciuto. Tanto che il New York Times, subito dopo l’annuncio dei vincitori del prestigioso premio americano, si è prontamente scusato con i lettori per non aver precedentemente recensito quello che sarebbe diventato l’erede di Faulkner, Roth, Updike, Bellow, Harper Lee, McCarthy, eccetera. Harding, padre di due figli, nato e cresciuto a Wenham, borgo di 4mila anime nel Massachusetts, è l’ex batterista dei Cold Water Flat, band americana dei primi anni Novanta che ha avuto quel (poco) successo che ancora oggi fa girare un paio di video su YouTube. «Oh mio Dio, non mi dica!», implora Harding nel colloquio in esclusiva con Il Riformista. Obiezione respinta. Perché ammirare su Internet un futuro Pulitzer sbarbatello, tra camicie “grunge” e musica di dubbio gusto, è un altro lato nascosto di questo outsider della letteratura americana.

Ma outsider, nonostante la sua modestia, è una parola che sta oramai stretta ad Harding. Il suo romanzo d’esordio Tinkers, vincitore del Pulitzer per la narrativa 2010 e prossimamente pubblicato in Italia da Neri Pozza, è un’opera meravigliosa e terribile, un'onda visionaria, quasi mistica, di un vecchio in punto di morte che, al ritmo di incessanti orologi, ricorda la giovinezza e il suo rapporto con il padre, venditore ambulante (“tinker”, appunto), epilettico e di bassissimo profilo. «Non è una storia autobiografica», sottolinea Harding, «anche se ho preso spunti dai racconti di mio nonno». Il romanzo è stato pubblicato dalla minuscola Bellevue Literary Press, casa editrice no-profit collegata alla facoltà di medicina dell’Università di New York.

Ora Harding è ovviamente passato all’imponente Random House che pubblicherà il seguito Enon nel 2012: «Loro hanno subito creduto in me. Ho firmato il contratto a dicembre, prima di ricevere il premio», precisa lo scrittore. Eppure - il favoloso mondo dell’editoria non finisce mai di stupire - il Pulitzer Tinkers era stato rifiutato da diverse case editrici americane prima di passare alla storia. «Anche molto grandi», dice Harding. Qualche nome? «Preferisco non farne, altrimenti verrei discriminato (ride, ndr). E poi, sono stato fortunato, non porto rancore. Far piacere un libro a editori e lettori è sempre un grande sforzo. Ma la situazione è peggiorata negli ultimi anni. Oggi è difficile far pubblicare qualcosa che non abbia sesso o violenza. È stato frustrante aspettare diversi anni per trovare un editore». Quindi il Pulitzer è stata anche una vendetta nei confronti dell’editoria, diciamolo: «No, no (ride ancora, ndr). È stata sicuramente una soddisfazione, ma oggi è incredibilmente difficile gestire una casa editrice. Ogni anno in America vengono pubblicati migliaia e migliaia di romanzi. Ci sono così tanti scrittori oggigiorno che scegliere, e bene, per le case editrici è estremamente complicato».

Sarà anche per questo mondo letterario “troppo democratico” che il Pulitzer Harding ci confida che la letteratura contemporanea («a parte mostri sacri come Toni Morrison e Cormac McCarthy») non lo ha conquistato affatto: «Le nuove uscite sono troppe, mi ci perdo, non ce la faccio a tenere il passo. Preferisco leggere i maestri del diciannovesimo secolo e primo ventesimo. Il tempo sa filtrare i migliori, lascio il compito a lui». Qualche esempio? «Ho gusti ampissimi ed eclettici. Amo gli americani Emerson, Theorau, Cheever… Ma sono stato profondamente influenzato anche dagli europei Thomas Mann, Proust, Cechov, Tolstoj, Maupassant e soprattutto Italo Calvino». Però la contemporanea Marilynne Robinson, Pulitzer nel 2005 con Gilead (Einaudi) e sua ex maestra letteraria in un vecchio workshop dell’Iowa, l’avrà sicuramente letta. «Ma non è riuscita a tramandarmi il segreto di come si vince un Pulitzer», precisa Harding. «Non c’è una strategia, si tratta solo di fatica e tanta fortuna. Sa come sono venuto a sapere della mia vittoria? La mattina del 12 aprile mi sveglio e controllo su Internet i nomi dei vincitori. “Pulitzer Prize for Fiction: Paul Harding”. Mi son detto: “Oh, my God”. È stato uno shock. Un’ora dopo avevo una lezione all’Università dell'Iowa e i miei studenti hanno portato lo champagne per festeggiare».

Certo è che Harding ingrassa il filotto dei romanzi ambientati nel Nord-Est americano che da qualche anno domina il Pulitzer: ora il New England di Tinkers, prima il Maine di Olive Kitteridge (Elizabeth Strout, 2009) e il New Jersey di La breve favolosa vita di Oscar Wao (Díaz Junot, 2008). Perché questo lembo di terra a stelle e strisce è così ispiratore? «Penso siano coincidenze», riflette Harding. «Però è anche vero che nel Nord-Est, questa terra dalla natura meravigliosa, il pensiero e la letteratura commerciale americana sono cresciuti enormemente. È una zona di “kindred spirits”, ricorda Thoreau o la stessa Emily Dickinson?». Anche in Tinker c’è tanta poesia, nascosta tra le sbarre della prosa. Ma la narrazione rimane incredibilmente scorrevole per la sua densità empatica, aneddotica e figurativa. C’è qualcosa di musicalmente speciale nella scrittura di Harding. Il motivo si rintraccia nella sua impolverata carriera musicale: «Da ex batterista, scrivo a ritmo di musica», ammette lo scrittore. «La classica ha influenzato tanto la mia letteratura. Le frasi dei miei romanzi sono fraseggi musicali, i capoversi variazioni, i capitoli movimenti, i romanzi sinfonie. Nello scrivere cerco sempre la tonalità giusta, in chiavi diverse».

Poi la domanda da un milione di dollari: le piace Obama? Da confesso fan del partito democratico, Harding risponde: «Moltissimo, è bravo, carismatico, nulla a che vedere con l’ancien régime di quello prima di lui (Bush, ndr). Sono così sollevato dall’avere un presidente finalmente intelligente». Eppure tanti intellettuali e artisti sono già rimasti delusi da lui, ultimo Paul Auster: «Certo, magari fosse più progressista di quello che attualmente è. Ma è molto difficile trovare un equilibrio tra sogni e realtà, soprattutto ora che i repubblicani si stanno spostando sempre più a destra». L’America della paura però non sembra cambiata neanche con l’effetto Barack: «Con la crisi c’è molta più fame e aggressività, i Tea Party nascono anche da queste piaghe».

Un altro lato interessante di Paul Harding è il suo viscerale interesse per la religione, riscoperta molto avanti con gli anni: «Sono nato e cresciuto in una famiglia atea», ricorda l’autore, «a differenza dei non credenti di oggi per i quali è una libera scelta non avere una fede. Ma piano piano mi sono accorto che gli intellettuali che adoravo erano quasi tutti pensatori religiosi come Calvino, Barth e via dicendo. Ho capito che la religione non è quell’ammasso di superstizione e nonsense. Ho letto la Bibbia e non è assolutamente violenta o intollerante come si dice. È un’opera di enorme bellezza estetica e narrativa. C’è tanta cultura alla quale non sarei mai arrivato se avessi avuto pregiudizi nei confronti della fede». Oggi vede la religione in pericolo? «Il problema è l’uso ideologico che se ne fa, come con la scienza. Ad esempio negli Stati Uniti da anni vige un pensiero pseudoscientifico al punto che, per molti, ogni tradizione sta diventando un’attività disprezzabile». Ma lei crede nell’evoluzione, Mr. Harding? «Ma certo che sì, è una cosa talmente ovvia. Che mi ha preso, per un fondamentalista?».

Da Il Riformista

Wednesday, August 4, 2010

Sicilia vuol dire Sellerio, da ex impiegata trasformò la periferia in centro editoriale


di Antonello Guerrera
Dei personali comandamenti di Elvira Giorgianni in Sellerio, scomparsa ieri all’età di 74 anni nella sua Palermo, uno era: «Quando lavoro, penso a persone più colte di me, i lettori. È un mestiere che va fatto con umiltà e spirito di servizio. La mia unica ambizione è di cambiare l’immagine della Sicilia». Non a caso, nella gestazione della Sellerio, fondamentale è stato il primo, umile e reverenziale incontro di Elvira con Leonardo Sciascia, delizia portante dell’editore palermitano ma anche croce quando lo stesso scrittore di Racalmuto passa all'ultimo ad Adelphi e i suoi eredi fanno causa a Sellerio nel 2003 per una diatriba di diritti: «Fu mio marito a portarlo a casa nostra», ricordava Elvira a Repubblica molti anni fa. Un luogo, «casa loro», che Sciascia definiva «una farmacia di paese, un posto in cui ci si parla», ovviamente a bassa voce, come si addiceva ai buoni salotti siciliani. «Provavo una certa soggezione per un uomo della sua levatura intellettuale», continuava la Sellerio. «Ricordo che per colpirlo gli dissi che stavo leggendo il Dottor Zivago. Mi guardò, non disse nulla. Ma da quel momento cominciò a darmi consigli preziosi».
In realtà, Elvira Sellerio era anche una donna risolutissima, «umorale e di brutto carattere» (come si autodefiniva), con un brutto rapporto con gli uomini – tanto che la sua casa editrice ha sempre avuto una vastissima maggioranza di impiegati donne. Forse una personale reprimenda per quel lungo sodalizio sentimentale con il più maturo Enzo Sellerio, laceratosi negli anni Settanta. Dopo aver abbandonato una sicura carriera impiegatizia all’ente per la riforma agraria in Sicilia Eras, ecco la scommessa della casa editrice nel 1969, fondata sui 12 milioni di liquidazione ottenuti dal vecchio lavoro. Un ultimo disperato tentativo anche per non staccare la spina a un rapporto vissuto da Enzo in maniera sempre più stanca. Tutto inutile, perché il matrimonio si scinde definitivamente nel 1979 e così anche l’azienda: Enzo cura la sezione dei libri illustrati, mentre la Giorgianni si occupa di narrativa e saggistica.
Ma Elvira Sellerio era una donna forte. E così, nonostante tante difficoltà (ultime il buco finanziario alla fine degli anni Novanta colmato dal boom di Montalbano) ha dato alla luce un autentico miracolo editoriale, superando la “periferia” editoriale degli inizi. Ma Elvira aveva capito che la periferia poteva essere centro, che la letteratura siciliana aveva tanto da dare al resto d’Italia. E così, mentre il Paese si ingorga sempre di più nelle ideologie, Sellerio punta sulla «cultura amena» (come l’avrebbe definita Sciascia) leggera, elegante, ma non vacua. In questo credo si incastra la storica collana “blu Sellerio” della Memoria, “formato tabloid”, segnata da quella storica “S”, che ancora oggi rimane uno storico publishing symbol dopo il primo Il procuratore di Giudea di Anatole France.
Tuttavia, nonostante le premesse “dandy”, la svolta della Sellerio arriverà con un titolo più che politico, ovvero la pubblicazione nel 1978 de L’affaire Moro di Sciascia. L’investitura finale sarà con l’ex sconosciuto professor Bufalino e la sua Diceria dell'untore, esempio magno della filosofia editoriale di Elvira, che leggeva uno a uno i manoscritti che arrivavano, come facevano gli editori veri.
Poi sono arrivati i Tabucchi, gli Adorno, i Carofiglio, la lotta per Adriano Sofri e soprattutto il giallo all’italiana di Lucarelli e Camilleri che hanno riportato in auge un genere che prima si vendeva solo in edicola. Non sono mancati i momenti neri, come le polemiche con l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando sull’utilizzo di fondi pubblici. Tutto superato, sigaretta dopo sigaretta, dalla Sellerio, che tra il ’92 e il ’93 ha ricoperto anche il ruolo di consigliere di amministrazione Rai. Un’esperienza che le ha lasciato un'eredità per l'editoria tutta: «Il potere enorme di un certo tipo di comunicazione, ma anche la superiorità del libro come strumento di diffusione di idee».

Da Il Riformista, 04/08/10