Londonderry
Tuesday, April 2, 2013
Rassegna internazionale (cose di esteri) 02/04/13
Sette pezzi di cose estere oggi che dovreste leggere.
1) "La maledizione dei Navy Seals, decimata la squadra dei killer di Osama" su La Repubblica. Vittorio Zucconi racconta le continue morti, accidentali e per alcuni misteriose, dei componenti del corpo speciale americano che uccise Bin laden in Pakistan.
2) "Hamas nomina il nuovo capo nel mezzo di una guerra contro l'Egitto" su Il Foglio. Daniele Raineri spiega le elezioni interne segrete del gruppo palestinese per eleggere il nuovo capo, ossia nuovamente Khaled Meshaal (come Raineri riesce ad anticipare, perché la conferma ufficiale è arrivata solo a tarda notte) e i rapporti ancora difficili con l'Egitto di Morsi e dei Fratelli Musulmani, nonostante premesse (e speranze) di ben altro tipo.
3) "Cambiano molte cose nel Regno Unito" su Il Post. Lunedì sono entrate in vigore riforme che modificano radicalmente il welfare: si spenderà meno e meglio, dicono i conservatori al governo. I laburisti invece sono molto critici (anche se recentemente hanno lanciato pure loro proposte in tal senso, soprattutto nei confronti dei lavoratori stranieri).
4) "Gli errori pericolosi di Cina e Stati Uniti" su Il Sole 24 Ore. Pezzo di Alberto Negri sulla crisi coreana, in questi ultimi giorni sempre più tesa. Scrive Negri che la Corea del Nord è sì imprevedibile e pericolosa, ma la Cina non riesce più a controllarla. Mentre gli Stati Uniti e la Corea del Sud non hanno saputo parlare a Pyongyang (su questo non sono d'accordo, ma va beh).
5) "Gaza: la didattica di Hamas: sessi separati nelle scuole" su Il Corriere della Sera. Elisabetta Rosaspina racconta la nuova proposta di Hamas a Gaza, ossia far chiudere le ultime scuole "miste" rimaste, anche quelle non musulmane.
6) "Teheran, voglia di normalità" su La Stampa. Roberto Toscano introduce le prossime elezioni presidenziali iraniane, previste il 14 giugno prossimo e fa il punto sugli scenari, politici ed economici, del dopo Ahmadinejad.
7) E, sempre su Teheran, "Il compromesso necessario con l'Iran" su Il Sole 24 Ore. Perché, secondo Gary Sick, l'Occidente dovrebbe accettare il nucleare civile di Teheran in cambio di ispezioni e vincoli sull'uranio.
Farewell.
Sunday, August 14, 2011
La rivoluzione dei tamarri
UK RIOTS. I giornali non ne parlano, ma blogger e commenti agli articoli accusano: "Sono stati i chavs a devastare le nostre comunità". Storia di coatti oltremanica, in una terra da sempre chioccia di "giovani arrabbiati".
Era il 2009 quando un sondaggio della società Lactofree impilò in una classifica le cento cose che più irritano i britannici. Superando “pestare una cacca di cane”, “connessione Internet lenta” e “addetti stranieri ai call center”, sul podio arrivarono: “le persone che puzzano”, i “tailgater”, e cioè coloro che ti tamponano perché non rispettano la distanza di sicurezza e, medaglia d’oro, i “chav”. Lactofree sentenziò a caldo: “Questo sondaggio mostra la nazione intollerante che siamo”.
Il 4 agosto 2011, dopo l’uccisione del 29enne Mark Duggan nel distretto di Tottenham a Londra, è esplosa in Gran Bretagna, abbagliata dai sanguinosi flashback di Brixton (e, in parte, di Oldham e Bradford), una rivolta giovanile e ultranichilista, all’inizio perpetrata principalmente dalla comunità nera solidale con Duggan - lo dimostrano i primi video e foto segnaletiche diffuse dalla polizia. Poi però, giorno dopo giorno, si sono visti tra i “riots” sempre più ragazzini bianchi. Tutti erano vestiti allo stesso modo: tuta, scarpe da ginnastica e “hoodie” (le felpe con cappuccio). Tutti dilaniavano negozi e sgraffignavano scarpe, vestiti, stereo, bottiglie di vodka e vino bianco. I quotidiani, pure i tabloid più beceri, si sono sforzati nel non dare ai vandali appellativi politicamente scorretti. Sui blog e negli stessi commenti online agli articoli, invece, quei teppisti sono stati subito denominati “chav”: subito si sono moltiplicate scritte come “rieccoli”, “Chavapocalypse”, “Primavera chav”, “Rivolta chav” e più aspri “basta con la feccia chav”, “i chav fanno schifo”.
I “chav” sono innanzitutto i “tamarri” del Regno Unito. Vestono immancabili tute di marca (spesso taroccate), scarpe da ginnastica bianche, hoodie. E poi, dipende dai gusti, bracciali, catenine, catenone, cappelli da baseball o, addirittura, indumenti stile “tartar” o “Burberry” - che negli anni Zero ha fatto carte false per dissociare il proprio nome dai suoi numerosissimi clienti chavs. Di norma, ascoltano rap e hip-hop. In tv, guardano reality show e Grande fratello.
Per il resto, i chav in Inghilterra sono considerati i figli minori degli hooligan e della working class più disagiata. Hanno vari nomi a seconda delle città (“scallie”, “schemie”, “townie” e via dicendo) e repliche simili in Irlanda (“skanger”), Scozia (i terribili “N.e.d”, ossia “non educated delinquents”), Irlanda del Nord (“spide”), Russia (“gopnik”), Polonia (“dres”). Oltremanica, sono minorenni notoriamente villani. O, nel peggiore dei casi, violenti, alcolizzati, drogati. Insomma, inquietanti paladini dei “comportamenti antisociali” e/o della delinquenza minorile, piaga delle periferie industriali britanniche da tempi immemori, dai romanzi di Charles Dickens ai drughi violent-chic di “Arancia Meccanica”, dall’underground frantumato di “Niente per bocca” di Gary Oldman alle ultime, folli estati inglesi, insanguinate da accoltellamenti tra giovanissimi. I chav/ned/scallie vengono spesso identificati come ragazzini problematici, rissosi, prevalentemente di carnagione chiara. Da ostici ventriloqui quali spesso sono, parlano uno slang criptico, così maciullato da essere incomprensibile al di fuori dell’eventuale gang a cui appartengono. Per fermarli, Tony Blair nel 1998 si inventò gli “Antisocial behaviour orders” (Asbo) contro furtarelli, schiamazzi, atti vandalici e violenze varie sul suolo brit.
Ciononostante, la Gran Bretagna, più che di indignati, è stata sempre chioccia di giovani arrabbiati, vedi lo straordinario movimento letterario degli “Angry Young Men”, scatenato negli anni Cinquanta da Alan Sillitoe, Kingsley Amis e dal primo Harold Pinter, che esecrava ogni autoritarismo e convenzione sociale per non morire in una nazione “drogata di tè e aspirine”. È la patria del punk e dei Sex Pistols, lontani parenti anarco-nichilisti degli attuali riot, che qualcuno ha addirittura paragonato alla rivolta dei contadini dell’Essex del 1381 e che altri avevano in un certo senso già profetizzato: il sito www.chavtowns.co.uk, per esempio, include da tempo un’analisi semiseria delle dieci comunità britanniche più “infestate da chav”. Sarà un caso, ma in sette di queste dieci località sono scoppiati, in questi giorni, disordini: Hull, Bradford, Croyford, Hackney, Salford, “Barking-Dagenham” e, ovviamente, Tottenham.
Tuttavia, nonostante parte della società britannica ora li accusi di aver devastato interi quartieri, il termine “chav” (la cui etimologia più veritiera lo fa risalire al romani “chavi”, “bambino”, simile allo spagnolo “chaval”) ha da tempo innescato una feroce diatriba socioculturale. “Chav”, infatti, ha anche un significato più ampio, ossia “poveraccio” o “figlio della working class” ed è stato spesso usato dai tabloid brit per ex ragazzacci diventati vip come Wayne Rooney. Ma per i più intransigenti, vedi la Fabian society, il suo uso è considerato “snob e decisamente offensivo nei confronti delle classi lavoratrici”. A questo proposito, solo qualche mese fa aveva fatto scalpore in Gran Bretagna l’uscita del libro Chavs: the Demonization of the Working-Class (ed. Verso) di Owen Jones, che sottolinea come la società britannica sia diventata negli anni sempre più classista e ghettizzata. A fare le spese di questa ruggine sociale “made in Thatcher”, secondo Jones, è stata la working-class, mai così vituperata e disprezzata come oggi.
Eppure, già nel 2009, uno studio dell’Associazione degli insegnanti evidenziava come la società britannica covasse un “massiccio numero di überchavs”, ossia schiere di nullafacenti, indifferenti a ogni stimolo educazionale o professionale. Insomma, una minaccia sociale. La storia oggi si ripete ma si corona di violenze inaudite e va oltre ogni rivendicazione/giustificazione ideologica. Certo, persiste un sostrato di questione etnica. Ma i problemi dei violenti e dei chav più efferati, sono principalmente due: un consumismo vissuto in maniera sfrenata e allucinata, come in questi giorni ha giustamente sottolineato Zygmunt Bauman e che, come rimarcava molti anni fa Jean Baudrillard, tramite la pubblicità impone un mondo fittizio e dunque una pericolosa disconnessione del mondo reale. E poi la debolezza dei genitori e dell’educazione familiare, vedi l’acuto editoriale di Paolo di Stefano sul “Corriere della Sera” di venerdì scorso.
Ma questo non significa giustificarli. I colpevoli sono indubbiamente “teppisti”, come ha detto Cameron, clamorosamente paragonato giovedì scorso dal “Fatto quotidiano” a Mubarak e Gheddafi proprio per questo suo appellativo. Ma gli oppositori di Mubarak e Gheddafi lottano per la libertà. I vandali e i chav più violenti, invece, per il nichilismo e “l’anarchia nel Regno Unito”, come già cantavano i Sex Pistols nel 1976: “Non so cosa voglio, ma so come prendermelo, voglio distruggere il passante”, per poi profetizzare: “Il tuo sogno futuro sarà quello di fare la spesa”. Una spesa più anarchica che proletaria e che ha risparmiato le librerie, gli unici negozi rimasti intatti al passaggio degli ultimi “riot” d’Inghilterra. Il motto “Education, education, education” di Tony Blair è rimasto miseramente inascoltato.
Tuesday, June 8, 2010
Abortire dopo la provetta, scandalo inglese

di Antonello Guerrera
Il recente spot sull’aborto, andato in onda due settimane fa nel palinsesto serale Channel 4, per il momento non c’entra nulla. Ma in Gran Bretagna l’interruzione di gravidanza è tornata violentemente a far scandalo, dopo che la Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea) ha diffuso alcuni dati sconcertanti: nonostante dilanianti sforzi fisici nonché economici, decine e decine di donne fecondate artificialmente in vitro (la tecnica di procreazione cosiddetta Fivet) decidono ogni anno di mandare tutto all’aria e abortire.
La quantità di casi stimata dall’Hfea si attesta intorno alle 80 unità. Cifra nettamente superiore alle attese (nel 2008 c’erano state 65 donne che avevano intrapreso simili interruzioni, in calo dopo le oltre 90 dell’anno precedente). E se qualche anno fa la colpa degli aborti veniva ben volentieri data alle immigrate dell’est (“ree” di non essere state educate a sufficienza sessualmente) non è servito ai meno allarmisti dire che le famigerate ottanta mamme pentite costituiscono solo l’1 per cento di coloro che si sottomettono alle fecondazioni artificiali.
In un Paese dove l’educazione sessuale dà sempre meno frutti del previsto e dove si praticano ancora oggi 200mila aborti all’anno (cifra ingrossata dalle viandanti irlandesi e nordirlandesi fuorilegge in patria), ci sono ottanta mamme lunatiche che prima scelgono di fecondare artificialmente e dopo qualche settimana decidono di abortire. Metà di esse avrebbe tra i 18 e i 35 anni.
Ma, oltre ai numeri, il Paese è rimasto scioccato dalle presunte motivazioni additate a tali aborti, riportate dall’Hfea ma anche dai racconti di mamme pentite (ma sotto pseudonimo) pubblicati dal Times: problemi con il partner ma anche dispetti al partner, pressioni inaspettate, paure crescenti di procreare o, addirittura, puri e semplici ripensamenti. Il Sun si spinge oltre, parlando di donne talmente poco convinte di diventare mamme che si sarebbero sottoposte alla fecondazione in vitro solo per vedere se il metodo funzionava. Il resto interessava poco, anzi nulla.
Dopo simili ricostruzioni, dall’Hfea parlano, tramite il professor Bill Ledger, apertamente di «tragedia». Mentre le associazioni per la vita sono andate su tutte le furie, come la ProLife Alliance: «Un essere umano non può che rimanere scioccato da comportamenti simili». Mentre la cattolica Ann Widdecombe, ex parlamentare conservatore e ministro del governo Major, ha dichiarato che donne simili trattano i loro feti come «vestiti di marca» e ha aggiunto polemica: «Se la legge funzionasse a dovere, non sarebbe loro permesso di abortire solo perché hanno cambiato idea».
C’è anche chi cerca di buttare acqua sul fuoco come il consultorio British Pregnancy Advisory Service: «La gravidanza post provetta può generare gli stessi timori di una ottenuta naturalmente». Ma la polemica è oramai esplosa e continuerà nei prossimi giorni, quando verranno rese pubbliche le cifre su quanti di questi aborti siano stati effettuati per preservare la salute delle donne in gravidanza.
Per adesso, tuttavia, un dato già c’è. Per permettere alle “lunatiche” di abortire, il servizio sanitario britannico Nhs arriva a spendere anche 5mila sterline a testa. Senza contare il prezzo delle costosissime inseminazioni artificiali, parte delle quali finanziate dallo Stato. Costi un po’ troppo elevati per certi macabri capricci di alcune aspiranti mamme.
Da Il Riformista, 08/06/10

