Londonderry

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Tuesday, April 2, 2013

Rassegna internazionale (cose di esteri) 02/04/13


Sette pezzi di cose estere oggi che dovreste leggere.

1) "La maledizione dei Navy Seals, decimata la squadra dei killer di Osama" su La Repubblica. Vittorio Zucconi racconta le continue morti, accidentali e per alcuni misteriose, dei componenti del corpo speciale americano che uccise Bin laden in Pakistan. 


2) "Hamas nomina il nuovo capo nel mezzo di una guerra contro l'Egitto" su Il Foglio. Daniele Raineri spiega le elezioni interne segrete del gruppo palestinese per eleggere il nuovo capo, ossia nuovamente Khaled Meshaal (come Raineri riesce ad anticipare, perché la conferma ufficiale è arrivata solo a tarda notte) e i rapporti ancora difficili con l'Egitto di Morsi e dei Fratelli Musulmani, nonostante premesse (e speranze) di ben altro tipo. 


3) "Cambiano molte cose nel Regno Unito" su Il Post. Lunedì sono entrate in vigore riforme che modificano radicalmente il welfare: si spenderà meno e meglio, dicono i conservatori al governo. I laburisti invece sono molto critici (anche se recentemente hanno lanciato pure loro proposte in tal senso, soprattutto nei confronti dei lavoratori stranieri).


4) "Gli errori pericolosi di Cina e Stati Uniti" su Il Sole 24 Ore. Pezzo di Alberto Negri sulla crisi coreana, in questi ultimi giorni sempre più tesa. Scrive Negri che la Corea del Nord è sì imprevedibile e pericolosa, ma la Cina non riesce più a controllarla. Mentre gli Stati Uniti e la Corea del Sud non hanno saputo parlare a Pyongyang (su questo non sono d'accordo, ma va beh). 


5) "Gaza: la didattica di Hamas: sessi separati nelle scuole" su Il Corriere della Sera. Elisabetta Rosaspina racconta la nuova proposta di Hamas a Gaza, ossia far chiudere le ultime scuole "miste" rimaste, anche quelle non musulmane. 


6) "Teheran, voglia di normalità" su La Stampa. Roberto Toscano introduce le prossime elezioni presidenziali iraniane, previste il 14 giugno prossimo e fa il punto sugli scenari, politici ed economici, del dopo Ahmadinejad.


7) E, sempre su Teheran, "Il compromesso necessario con l'Iran" su Il Sole 24 Ore. Perché, secondo Gary Sick, l'Occidente dovrebbe accettare il nucleare civile di Teheran in cambio di ispezioni e vincoli sull'uranio. 


Farewell. 

Sunday, June 6, 2010

Scandalo in UK dopo decine di aborti post fecondazione in vitro


Scandalo in Inghilterra per decine e decine di aborti di donne che avevano impiegato mesi per fecondare in vitro. Cause: dispetto al partner, crisi di coppia, stanchezza, ripensamenti etc. Forse un'inchiesta. Due crudi articoli, con storie e altri particolari, qui:

http://www.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/health/article7144899.ece
http://www.dailymail.co.uk/health/article-1284384/IVF-babies-aborted-women-change-minds.html

Il 24 maggio, Channel 4 aveva trasmesso in tv il primo spot per abortire della storia del Regno Unito: http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/mysun/2980802/Right-to-air-abortion-advert.html

Saturday, July 4, 2009

Epopea Sex Pistols, c'è del marcio in Uk

JULIEN TEMPLE. Torna in dvd il film sulla scandalosa band inglese. Un'onda punk che travolse la Regina, l'establishment e milioni di teenager.


Cosa può spingere Isbn edizioni a pubblicare The Filth and the Fury in dvd, ovvero il secondo film (datato 1999) del regista Julian Temple sulla scandalosa parabola della band Sex Pistols dopo il primo tentativo con The Great Rock and Roll Swindle? La crisi, ovviamente. Economica, ma soprattutto morale. Quella del Regno Unito degli ultimi anni 70, squartato da scioperi di ogni tipo, rivolte sociali, eserciti di clochard-zombie e candido razzismo postvittoriano, partorì cinque mostri punk che misero a ferro e fuoco i palchi, ma soprattutto l'establishment della Corona. Il "marcio" Johnny Lydon "Rotten", Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock - poi sostituito per due anni esplosivi dalla cattivissima leggenda di Sid Vicious - incrinarono ogni formalismo d'oltremanica, sfoderando una violenza cerebrale e culturale senza precedenti contro le convenzioni sociali Brit - emblematico il loro vessillo Anarchy in the UK. Sino a sfidare clamorosamente la Regina e i sudditi durante il Giubileo d'Argento con l'inno nazionale alternativo, l'ultraoltraggioso God Save the Queen, secondo cui Elisabetta è un gerarca fascista e l'Inghilterra ha no future.
Anche se non è affatto un inedito, quello di Temple è un eclettico documentario da riscoprire, che svaria dai cartoon alle pubblicità d'epoca, inframezzati da sketch del mito tutto anglosassone di Riccardo III - puro rigurgito letterario dello "storpio" Johnny Rotten. Nel tentativo di colmare gli iati di The Great Rock & Roll Swindle - da molti considerato troppo incentrato sul controverso manager della band Malcolm McLaren -, il regista fa raccontare i Sex Pistols dai Sex Pistols, tramite folte interviste-silhouette ai componenti del gruppo ed eccezionali filmati d'epoca. Temple realizza un lavoro assolutamente godibile, di facile lettura ed immedesimazione, e nella sua parabola punk rock ci infila di tutto: dal Vicious sfatto e sfregiato che sermoneggia con una svastica sulla t-shirt, a quello devastato dopo il carcere e l'uccisione della ragazza, la spudorata Nancy Spungen; dalle vite rancide di Rotten & Co. alla loro oltraggiosa apparizione in tv da Bill Grundy, dopo la quale l'Inghilterra prima provò ad esorcizzarli, per poi disprezzarli con tutta la saliva possibile - «se ci uccidessero, 56 milioni di nostri connazionali sarebbero contenti», dirà Rotten.
The Filth and the Fury - già Oscenità e Furore alla prima uscita in Italia - è un enciclopedico bignami per capire come e perché i Sex Pistols hanno (mal)formato una certa cultura giovanile del globo, fecondando il punk in Inghilterra dal biennio '76-'77 e travolgendo tutti e tutto, anche il movimento stesso, poi risucchiato dall'establishment perché diventato molto fashion. E lo scenario prethatcheriano di quegli anni ci appare come un anacronistico makeup dei nostri tempi/spazi: poveri in miserabile crescendo, laburisti che hanno perso ogni controllo della classe operaia, razzismo imperante nelle periferie. «Da questa spazzatura nascono i Sex Pistols» che ci racconta Temple. Provocatori, rissosi, inqualificabili gargoyle asociali che erodono l'«ipocrita» tessuto convenzionale inglese, dalla putrida spazzatura della strada a Buckingham Palace, capaci di relazionare la cultura bassa con quella alta, «come faceva Shakespeare» - azzarda Temple nell'interessante libretto allegato al dvd. Che sostiene criticamente e concettualmente il film, con contributi firmati Hugh Barker, Marco Philopat e Temple stesso.
Temple che, come nel suo film precendente, chiosa la leggenda giovanile della band con l'ultimo concerto a San Francisco, sotto gli occhi di Fbi e Cia. Quella sera sul palco i Sex Pistols, tra innumerevoli lanci di bottiglie ed immondizia affine sul palco, suonarono una sola canzone: la cover degli Stooges di Iggy Pop No Fun. Tradotto: nessun divertimento. Poi Rotten prese il microfono e infilzò il pubblico: «Avete mai avuto l'impressione di essere stati imbrogliati?». Il resto, almeno sino alle reunion della band dal '96 in poi, fu silenzio.

THE FILTH AND THE FURY
Julien Temple
Isbn, libro 48 pp. + film 108 min., euro 17,50


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 27/06/2009


L'Inghilterra censura i segreti di Hayman

INSIDER. Ritirata l'opera del vice dell'ex capo della polizia Ian Blair. Dalle strategie antiterrorismo all'omicidio De Menezes sino a Litvinenko. Memorie forse troppo scomode dopo le stragi del 7/7.

Una vicenda che rasenta l'assurdo. Ma che, allo stesso tempo, pare nascondere qualcosa di grosso. The Terrorist Hunters, il freschissimo libro dell'ex capo della sezione antiterrorismo di Scotland Yard Andy Hayman, è stato frettolosamente ritirato dagli scaffali delle librerie britanniche a poche ore dalla sua pubblicazione. Un tomo basato sull'esperienza personale di Hayman alle prese con la minaccia fondamentalista islamica che colpì il cuore di Londra il 7/7 del 2005. Un racconto da insider di lusso che però pare abbia coinvolto aspetti che dovevano rimanere nell'ombra. Perché il motivo del ritiro del libro dai negozi e dai distributori online come Amazon non lo sa nessuno. O meglio. Nessuno lo vuol dire.
Il provvedimento censorio, nonostante fossero già state prenotate 2500 copie, è stato deciso in tutta fretta dall'Attorney-General Baroness Scotland of Asthal nella notte tra mercoledì e giovedì. Le motivazioni però, come ha sentenziato l'Alta Corte, saranno fornite soltanto la settimana prossima. Lo stesso autore Hayman ha dovuto tacere sulla vicenda per ragioni legali. E allo stesso modo anche la bocca della casa editrice Random House, che ha pubblicato The Terrorist Hunters (trad. "Caccia ai terroristi"), è rimasta cucita.
Ora la domanda è: quale sarà mai il frutto proibito del diario politico di Hayman che ha generato la sua frenetica ritirata dal mercato inglese? Diversi contenuti di The Terrorist Hunters erano già filtrati nelle scorse settimane, compresi alcuni estratti pubblicati sul Times - del quale Hayman è un'autorevole firma. La materia è scottante. Nel suo libro il responsabile dell'antiterrorismo di Scotland Yard - dimessosi, sbattendo la porta, nel dicembre 2007 - critica senza mezze misure la gestione governativa dell'emergenza estremistica, attaccando soprattutto la Cobra (Cabinet Office Briefing Room A). Un organismo straordinario del governo inglese per contrastare ogni minaccia seriale, dall'influenza aviaria alle bombe nella metropolitana, che viene però disintegrato dalla prosa di Hayman: una commissione «inutile», «controproducente», un'accozzaglia di "esperti" vanesi, profondamente influenzata dalla politica e dalla sua incapacità pratica nel combattere il terrorismo.
Ma le sue frecciate non finiscono qui. Hayman racconta la parabola del capo di Scotland Yard Sir Ian Blair (di cui era il vice), «scaricato» dal neosindaco di Londra Boris Johnson, e dimessosi lo scorso ottobre per le accuse di razzismo, uso illecito di fondi pubblici e per il caso De Menezes, il brasiliano scambiato per terrorista e ucciso in metro per errore dalla polizia nel luglio 2005. Altro mistero analizzato in The Terrorist Hunters mediante numerosi retroscena, vedi il racconto di Hayman e Blair che si apprestano ad affrontare una spinosissima conferenza stampa dopo il misfatto e con il primo che commenta sul secondo: «Non riuscivo a credere a quello che Blair disse su De Menezes».
E poi la «folle» gestione, da parte di Scotland Yard, di fondi e risorse per la sicurezza. Hayman ricorda come si tendesse a tirare la cinghia quando, al contrario, ci sarebbero voluti molti più poliziotti ed agenti in borghese nelle strade britanniche dopo i tragici attentati terroristici. Ultimo, ma non per ultimo, il libro esamina anche il misterioso omicidio al polonio della spia russa Litvinenko, il quale coinvolse pubblicamente il presidente Putin anche per l'uccisione della giornalista Anna Politkovskaya.
Pare tuttavia che The Terrorist Hunters fosse già passato al vaglio, almeno sette giorni fa, di Attorney General, Cabinet Office e Crown Prosecution Service, ossia l'organismo che decide quali casi devono essere giudicati in tribunale. In quell'occasione, tuttavia, non fu ravvisato nulla che potesse giustificare una frenetica censura del libro, quantomeno temporanea. Ma già la settimana scorsa Sir Paul Stephenson, l'erede di Ian Blair a Scotland Yard, aveva giudicato «sorprendente» il fatto che una copia di un libro simile non fosse mai stata sottoposta alla sua analisi prima della pubblicazione.
Il mistero, al momento fittissimo, continua ad aleggiare tra i sotterranei della sicurezza britannica, in tempi già critici vista la contemporanea inchiesta sulla guerra in Iraq. Un mistero che, tuttavia, ricorda un episodio molto simile accaduto ben 24 anni fa. Quando Spycather, ossia l'autobiografia dell'ex agente dei servizi segreti MI5 Peter Wright, venne letteralmente bandito dall'Inghilterra thatcheriana fino al 1987. In quell'occasione i giornali non esitarono a definire la situazione farsesca. Oggi, a leggere i commenti delle testate oltremanica, la giustizia britannica pare tornare sui suoi passi. Falsi.

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 04/07/09

Saturday, April 25, 2009

John, Jagger e Sting. Nella crisi mondiale piangono anche loro


Con una simil crisi finanziaria son tempi difficili per gli inglesi, direbbe Charles Dickens. Ma, a quanto pare, non ne soffrono solo poveri e classe media. Infatti, pare che anche rockstar e supericchi della musica anglosassone abbiano perso una buona fetta dei loro corposi patrimoni. Secondo le anticipazioni delle classifiche dei "top rich" d'oltremanica stilate dal Sunday Times - che verranno pubblicate interamente sull'edizione di domani del settimanale londinese - la fetta si attesta in media su un abbondante 10%. Cause principali: la crisi del settore edilizio e perdite varie, correlate ad azioni poco redditizie ed investimenti infelici.
In cima a questa lista poco edificante c'è, manco a dirlo, uno dei re del pop-rock inglese. Ossia Reginald Kenneth Dwight, più semplicemente ed in arte Elton John. Che ha visto ridursi il patrimonio di circa il 26 per cento (crollato a 193 milioni), con una perdita di circa 68 milioni di euro in un solo anno. Un'enormità. «John spende davvero tanto» ha dichiarato Ian Coxon, che ha curato le "Rich List" per il Sunday Times. «Negli ultimi mesi ha donato 42 milioni di sterline (circa 46 di euro, ndr) ad associazioni umanitarie». Senza contare il suo costosissimo e lunghissimo tour al Caesars Palace di Las Vegas, che sembra finalmente essere giunto al termine. Ma la carità di John forse c'entra poco con il suo deficit annuale, dal momento che storicamente, non solo quest'anno, è sempre stato sensibile a temi come l'Aids.
Tuttavia, a far compagnia a Sir Elton in questo capitombolo economico ci sono altri illustri colleghi. Quest'anno, come o addirittura peggio di lui hanno fatto il produttore britannico di Pop Idol Simon Fuller (perdendo quasi un terzo del suo capitale) e Sir Tom Jones (giù del 24 per cento). Mentre l'ex Beatle Paul McCartney - complice anche l'onerosissimo divorzio dalla moglie Heather Mills da 26 milioni - ha perso circa 66 milioni di euro del suo patrimonio (che ne vantava 553), l'ex Stone Mick Jagger si è accontentato di perdere il 16 per cento dei suoi averi, precipitando a quota 210 milioni, e l'ex Police Sting il 10 (conservando ancora 200 milioni). Senza contare poi Eric Clapton (giù del 14 per cento, ora gli rimangono "solo" 132 milioni) e il genio scapestrato di Amy Winehouse, che ha visto polverizzarsi circa metà della sua fortuna.
Ma nel mondo della musica britannica, comunque, non tutti i ricchi piangono. I primi due della classifica dell'anno scorso, ossia il fondatore dell'etichetta Zomba Clive Calder (una volta label di Britney Spears, ma venduta nel 2002) e Lord Lloyd Webber dei musical Evita e Jesus Christ Superstar hanno tenuto duro, resistendo in vetta con i loro miliardari patrimoni praticamente immutati. E c'è addirittura chi, nell'ultimo anno, ci ha guadagnato. Vedi il produttore di Mamma Mia Judy Craymer, quello di American Idol, Britain's Got Talent e X Factor Simon Cowell nonché, udite udite, gli Oasis. Tutti in positivo, con il primo che sfoggia addirittura un +29%. Tutti che, grazie ai loro recenti successi al cinema, in tv e sul palco, hanno fatto man bassa di sterline, smentendo l'andazzo negativo di moltissimi loro colleghi. Forse non è un caso che proprio ieri i fratelli Gallagher, dopo l'ultimo e più che renumerativo Dig Out Your Soul, hanno annunciato di non voler più registrare un album per i prossimi cinque anni.


da Il Riformista, 25/04/09

Tuesday, March 31, 2009

Shah-rlock Holmes!


Got stuck with Iran lately, methinks. Anyway, would love to share with you this lovely article from the Guardian... http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/mar/27/sherlock-holmes-iran-london

Iranians love Sherlock Holmes, Poirot and Maigret. But why don't they have their own fictional detectives? ;-)

fare thee well

Non lo traduco in italiano perché si capisce! ;-)

Wednesday, March 25, 2009

Education, education, education


That was Mr. Tony Blair's motto at 1994 elections. I never set the saying aside, as the funniest, strangest and most concerning (why not) Education news keep on coming from England. I still remember a last year report about the WW II left out from some English High School (do not remeber exactly which one and where, sorry) program in order not to offend Arab pupils. Gosh. Fun never ends in English education, though. The latest news is about Primary School education. According to the plan drawn up by the former Ostfed Chief Sir Jim Rose - which is due to be published next month - children will no longer have to study the Victorians or the second World War. In fact, both issues will be optional in the program, whereas pupils will be required to leave the school familiar 
with blogging, podcasts, Wikipedia and Twitter as sources of information and forms of communication - which would be compulsory. They also must gain "fluency" in handwriting and keyboard skills, and learn how to use a spellchecker alongside how to spell. Ya can get the whole pic here... http://www.guardian.co.uk/education/2009/mar/25/primary-schools-twitter-curriculum

Non ho voglia di scrivere in italiano adesso, credo che la versione inglese sia sufficiente per stasera...e il link è lo stesso! ;-)

Sunday, March 8, 2009

Manchester, da Dickens a Ferguson

(un mio articolo sull'intrigante città di Manchester sul Riformista di oggi. I am supposed to add my posts both in Italian and English and I will. Yet have no time to translate my pieces from Italian into another language, sorry about that.)

HISTORY. Genesi della «seconda città» inglese che attende Mourinho. Il battesimo dei Romani, la corsa al cotone, uno sviluppo imponente. Ma anche tanta povertà che ha ispirato perfino Engels. Oggi oltre al calcio di United e City, c’è la modernità.

In Inghilterra c'è un vecchio detto che recita: «Quello che Manchester fa oggi, il resto del mondo lo fa domani». Una massima spaccona, che risale alle Rivoluzioni industriali, ma che, in verità, non si allontana più di tanto dalla realtà. Perché Manchester - che si pronunci Mànchester o Manchèster poco importa, tanto neanche «gli inglesi sanno parlare la loro lingua», direbbe lo Shaw di Pigmalione - è una delle città più avanzate di tutta la Gran Bretagna. Non a caso, viene da molti considerata come la seconda, vera, città dell'Inghilterra dopo Londra, a differenza della più numerosa, ma sciapa Birmingham e della problematica Liverpool. Quella che attende l'Inter non è solo la fossa dei Diavoli di Sir Alex Ferguson, ovvero il "Teatro dei Sogni" Old Trafford. Che si trova inaspettatamente fuori città, ovvero nel borgo di Trafford, nella Greater Manchester area, una contea metro-periferica e numericamente inibitoria - vi dimorano circa 2,5 milioni di abitanti.
No. Manchester è molto di più. È una città che, nel corso della storia, ha visto, subito ed assorbito di tutto. Impero romano, marxismo, nazismo, Ira, iperindustrializzazione, musica "Mad-chester" sono solo alcuni dei corposi capitoli di un libro che si rinnova costantemente ma che ha un passato quanto mai attuale. Del resto, la stessa fondazione della città ripropone quel sottile, ma mai reciso canale tra Roma ed Albione. Dal 79 d.C., quando Giulio Agricola battezzò Mamucium (letteralmente "collina a forma di mammella") il castro romano della poi evoluta Manchester, sino a martedì prossimo, quando il livoroso generale lusitano  Mourinho tenterà la Reconquista dell'onore calcistico italiano. Tra questi due paletti millenari, Manchester ha imparato ad imporre il suo ritmo economico, culturale e sportivo all'Inghilterra e al mondo.
Dopo la conquista normanna del 1066, Manchester si è costruita la fortuna industriale dei secoli successivi. Dai sarti alla manifattura e susseguentemente al libero e massivo mercato tessile (soprattutto del cotone) il passo è stato breve. L'apertura, nel 1761, del Bridgewater Canal, il primo corso d'acqua artificiale e navigabile della storia inglese, seguito dall'allestimento dei primi stabilimenti tessili fecero di Manchester il maggior centro mondiale del mercato cotoniero, tanto da guadagnarsi l'appellativo di "Cottonopolis". E con la Rivoluzione industriale Manchester divenne "la più grande città industriale del mondo".
Un ennesimo nickname che però ai pro di un superlativo ma incontrollato sviluppo industriale vide crescere a dismisura i contro delle mancate riforme sociali. Così le rivolte politiche e della fame dei più poveri non si fecero attendere, sfociando nel sangue come nel massacro di Peterloo dell'agosto 1819. Lo scenario di squallore e miseria delle classi invisibili fece impallidire Charles Dickens quando visitò una fabbrica di Manchester venti anni più tardi. Lì, si dice, ebbe l'ispirazione per la Coketown di Tempi Difficili, con l'obiettivo di dare con la sua opera «il colpo più duro possibile» alla terribile condizione dei miserabili dimenticati da Dio e dalla Regina. E sempre l'industriale ma ingiusta Manchester - «all'epoca paradiso e inferno di estremi indicibili» secondo lo storico Simon Schama - fece ambientare proprio lì ad Engels La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844). Vi furono i primi congressi sindacali e, soprattutto, Manchester divenne una roccaforte delle Suffragette e del partito laburista inglese. Non a caso, il congresso nazionale Labour 2008 si svolse proprio nella città del North West England.
Oggi Manchester, dopo le bombe naziste degli anni '40, l'attentato dell'Ira nel '96 - il più violento di sempre sul suolo inglese - e un'economia zoppicante dagli anni 60 sino alla fine degli 80, è una città ancora vivissima, la "capitale del Nord", 
dove investire non è un azzardo per gli imprenditori. Ma, allo stesso tempo, è cambiata moltissimo. Parte dei mattoncini "brick" è sopravvissuta, così come i pub stracolmi di pinte di "ale" e irrinunciabili schermi dell'orwelliana SkySport per non perdere neanche un tackle della Premier League. Ma il centro della città si è modernizzato non poco. Molti stabilimenti tessili sono diventati appartamenti, uffici e loft di lusso, mentre altre costruzioni "obsolete" sono state demolite senza tanti complimenti per lasciare spazio ai più splendenti acciaio e vetro che hanno partorito nel 2006 la Beetham Tower, il grattacielo più alto d'Inghilterra al di fuori di Londra, sorto sulla Deansgate - strada che ospita il più grande pub Britsh, il Moon Under Water. In tutto questo, però, sono sopravvissuti non pochi elementi di stile, antico, gotico e vittoriano, come St. Peter's Square, con accanto la splendida Town Hall, controfigura del più famoso Big Ben, soprattutto per le riprese cinematografiche - vietate a Westminster - o la pantheoniana biblioteca Central Library. Per non parlare poi del centro commerciale/sociale kitsch Afflecks Palace, dove crescono le nuove generazioni, e i supercool quartieri Castlefield, Gay Village e Northern Quarter (dove ci sono le targhe dei vip incastonate nei marciapiedi). Insomma, una contemporanea babele stilistica non inusuale per  le città inglesi - con Birmingham forse peggior esempio estetico. Ma il resto non è silenzio a Manchester. Perché nella multiculturale (e piuttosto insicura) città degli incazzati Oasis, dei paranoici Joy Division, dei liquefatti Smiths, degli anfetaminici Chemical Brothers, e poi del quotidiano Guardian, di Top of the Pops, di Anthony Burgess, della Halle e della Bbc Philarmonic Orchestra, vi è ovviamente il calcio dello United e del City, team fondati rispettivamente nel 1878 e nel 1880. I Citizens hanno sempre vinto poco, con picchi nazionali negli anni 30 e nel Sessantotto. Anche i Red Devils, tuttavia, fino agli anni 50 non furono irresistibili. Ma poi arrivarono due Messia scozzesi che fecero vincere tutto allo United. Primo il grande manager-talent scout Matt Busby, in panchina per 26 anni dal '45. E poi il socialista, scorbutico, ma insostituibile Alex Ferguson. Grazie agli sceicchi, oggi il City si sta attrezzando per fomentare contro i cugini un duello poco epico (visto il business in gioco), ma titanico. Eppure, qualche tempo fa, le due squadre, o meglio, le loro tifoserie non erano così "nemiche".
Infatti, nonostante vi siano comunque tradizionali sfottò - quelli dello United etichettano i cugini come "perdenti", quelli del City accusano i rossi di non essere di Manchester, bensì di Newton Heath e, fino a qualche tempo fa, di avere l'onta di una dirigenza straniera - prima della Seconda guerra mondiale capitava che le due tifoserie si ritrovassero incredibilmente a tifare per la stessa squadra. Infatti, non vigeva ancora la cultura della trasferta (né c'erano i soldi per farlo) e quindi la squadra che giocava in casa univa le due fazioni di Manchester sotto un unico tifo. Scenari oggi a dir poco improbabili.
«Ma anche dopo la Seconda guerra mondiale le due squadre convissero in qualche modo (dal 1941 al 1949, ndr), in quanto l'Old Trafford era inagibile per i bombardamenti subiti e così sia il City che lo United giocavano al Maine Road» dichiara al Riformista Bernard O'Donoghue, uno dei più importanti poeti irlandesi contemporanei, professore ordinario di Linguistica e Storia della Lingua Inglese presso l'Università di Oxford e trasferitosi a Manchester nel 1961 all'età di sedici anni. «Mia madre» prosegue, «era una grande fan del City, che negli anni '30 era leggermente superiore ai Red Devils, così sono diventato anch'io tifoso dei Citizens. Ma poi dal febbraio del 1958 tutto è cambiato».
Già, quel 6 febbraio 1958. Quando l'aereo con a bordo i Diavoli Rossi si schiantò all' aeroporto Munich-Riem di Monaco al terzo tentativo di decollo dalla pista ghiacciata. Nella Superga anglo-tedesca perirono 23 passeggeri, di questi otto giocatori della nidiata di Busby (compresi il capitano Byrne e il fenomeno Edwards) e tre persone dello staff. Anche Sir Bobby Charlton era su quell'aereo, ma la morte gli regalò solo una rapida occhiata, risparmiandolo. «Dopo quella tragedia, in moltissimi, in Gran Bretagna ma anche in Irlanda, hanno cominciato
a tifare United - tranne me, ovviamente. Vi fu un sentimento di solidarietà collettiva, quasi religiosa» aggiunge O'Donoghue - che ha dedicato il suo poema Immaturities a questa tragedia.
Da quel giorno sono cambiate tante cose. C'è stato il campione di nome e di fatto George Best, il derby del "traditore" (e Pallone d'Oro) Denis Law nel ‘74, l'unico successo internazionale del City, la Coppa delle Coppe del '70, poi sprofondato nella serie C inglese e ora in attesa del sospirato Eden made in Dubai. Ma soprattutto, nel 1986 è arrivato nell'ex Cottonopolis, direttamente dalla Glasgow operaia, Sir Alex Ferguson. Un manager che ha portato lo United sul tetto del mondo, a vincere 21 trofei - quasi la metà dei titoli di più di un secolo di storia del club - e l'unico "treble" della storia inglese (Premier, Fa Cup e Champions nel '99). Fergie è persino riuscito a far raggiungere a Van Der Sar il primato di imbattibilità in Premier. E ha allenato tanti campioni, ma non ha mai guardato in faccia a nessuno, generando anche polemiche tra i tifosi. Stam, Beckham, Keane (ma l'elenco sarebbe ancora più lungo), tutti hanno litigato con lui e hanno fatto le valigie, dopo che Fergie aveva detto loro a muso duro: «My way or highway». Tradotto, o senti quello che dico (cosa già difficile a priori, visto l'osticissimo Scottish English di Fergie, poco più comprensibile dell'accento di Cottonopolis) o la porta è quella, perché nel calcio contano i risultati, non gli uomini.
«Ma non pensate che Manchester sia solo calcio» sottolinea Bernard O'Donoghue. «è stata la capitale del cotone, ha la European Orchestra Halle, l'attuale Guardian era il Manchester Guardian sino agli anni 60 e molto, molto altro». Non v'è dubbio su questo. Certo, se l'irrequieto Noel Gallagher degli Oasis ha definito la "patria" tutta «un buco di merda», il cantante Ian Brown, ex Stone Roses e proveniente da Greater Manchester, dichiarò più pacatamente tempo fa: «Manchester è una città che ha tutto, eccetto una spiaggia». Ma quest'ultima adesso c'è. È l'ultima spiaggia dell'Inter e forse di Mourinho. Perché con l'ossessione Champions, dopo la batosta di Genova e gli ultimi rumour su un possibile ritorno in Premier di Josè, un tracollo a Mamucium potrebbe risultare fatale per il futuro dell'Inter e, soprattutto, del tecnico di Setúbal.

Da Il Riformista, 08/03/09