Londonderry

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Friday, October 22, 2010

«Il negazionismo? Squallido Ma non si batte con una legge»



HOWARD JACOBSON. A colloquio con lo scrittore britannico, fresco vincitore del Booker con “The Finkler Question”. «Certa sinistra demonizza Israele. Ma gli ebrei vogliono solo la pace».


Howard Jacobson doveva essere a Roma la settimana scorsa per il Festival della letteratura ebraica. Poi però la seriosa giuria del Booker Prize ha deciso di premiare, a sorpresa, il rigoglioso humour del suo ultimo The Finkler Question e così ha dovuto rinunciare al suo italienische Reise. In un Paese che, ha brevissimamente dichiarato lo stesso Jacobson a caldo al Corriere della Sera, «gli ha portato fortuna. Cargo (l’editore italiano, ndr) è stato il mio talismano: proprio l'Italia è stato il primo Paese straniero che ha comprato i diritti di Kalooki Nights (altro suo romanzo, ndr)».
Poco male, a dicembre arriverà finalmente in Italia. Ma prima, lo scrittore britannico di origine ebraica, nonché editorialista dell’Independent, si è concesso con più calma al Riformista. In Italia è da pochi giorni in libreria il suo ultimo romanzo tradotto Un amore perfetto. Opera che, dopo l’irresistibile e Imbattibile Walzer (tutti targati Cargo), «racconta in maniera formidabile il tormento sessuale» (nobel Harold Pinter dixit) di uno stimato ma lussurioso libraio. Invece, nel più glorioso The Finkler Question (Bloomsbury, 307 pp., £ 18,99, arriverà in Italia nel luglio 2011), i protagonisti sono tre amici: Julian Treslove, ex produttore Bbc, un romantico fallito su cui ruota la narrazione; e poi Sam Finkler e Libor Sevcik, entrambi ebrei e vedovi, ma su posizioni contundenti su cosa significhi essere ebrei oggi alla luce delle politiche di Israele. Treslove, da insipido “gentile”, aspira a essere ebreo e partecipa allo spigoloso ma frizzante dibattito degli altri due, in una travolgente burrasca di humour a tinte inquiete.
«Difatti, The Finkler Question, nonostante molti dicano sia un romanzo comico, è anche un libro molto triste, una black comedy», puntualizza Jacobson. Eppure, gli scrittori britannici di origine ebraica una volta si nascondevano, «si travestivano da inglesi», disse lo scrittore tempo fa. Oggi non è più così. Una nuova alba, per scomodare Eli Wiesel, sta nascendo. Anthony Julius (l’avvocato del divorzio di Lady Diana) aveva già lanciato nei mesi scorsi il velenoso sassolone del suo Trials Of The Diaspora che indaga l’antisemitismo strisciante nella Gran Bretagna di oggi. «Verissimo, ma non è il solo», sostiene Jacobson. «Sta finalmente emergendo una nuova generazione di scrittori ebraici, vedi Linda Grant e Andrew Miller, meno introversa e più orgogliosa. E The Finkler Question aiuterà sicuramente questa emancipazione». Cosa è cambiato negli ultimi mesi? «Nel 2009 la comunità ebraica, dopo i fatti di Gaza e la demonizzazione di Israele propagata dai media britannici, aveva molta più paura di esprimersi. Ma una cosa è il sacrosanto diritto di critica, un’altra è mistificare le notizie e affibbiare così a Israele un’immagine falsa. Adesso, però, ci siamo stufati e, grazie alla meno rovente situazione in Medio Oriente, stiamo uscendo dal guscio».
Sugli attacchi mediatici anti Israele, Jacobson - nato in una famiglia molto left (il padre era un acceso sindacalista) ma curioso di vedere cosa farà Cameron («anche se alcuni aspetti della sua Big Society sono crudeli») -, ha le idee molto chiare: «Tutte queste mistificazioni vengono propagate dai media britannici liberal e da certe cerchie intellettuali. Qui purtroppo la sinistra, dopo la caduta del Muro e del comunismo, ha sempre avuto il complesso di Israele in quanto nuova valvola di sfogo politico. Ma, checché se ne dica», prosegue Jacobson, «la stragrande maggioranza degli ebrei d’Inghilterra, nonostante gli attacchi, è moderata. Sa che l'antisionismo non corrisponde all'antisemitismo, ma sa anche che dal primo può nascere il secondo».
Jacobson si è definito in passato “sionista liberale” e favorevole a due stati in Medio Oriente. Oggi, a processo di pace innescato dall’amministrazione Obama, non trasuda ottimismo («sappiamo come è andata a finire le scorse volte»). Ma sa che Israele ha una sola via d’uscita: «Tutti gli israeliani vogliono la pace. E credono, anche i più rigorosi, che l’unica soluzione sia rinunciare alla politica degli insediamenti in Cisgiordania, alla quale sono personalmente contrario, e aprire alle concessioni. Anche il premier Netanyahu ne è convinto, ma per andare avanti nel processo di pace dovrà concedere qualcosa all’estrema destra, anche solo simbolicamente». In questi spasmi di dialogo, le pratiche di autoboicottaggio degli stessi ebrei per Jacobson sono assolutamente inutili, «soprattutto quelle degli intellettuali e dei giovani inglesi che non sanno nulla di storia».
Ecco, la storia. Per evitare di farla riscrivere in peggio, il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici con una lettera a Repubblica ha innescato il dibattito politico su una potenziale legge antinegazionista. Che non trova d’accordo l’ebreo Jacobson: «Sarebbe assolutamente controproducente in una società libera e darebbe il fianco a chi si scaglia contro gli “ebrei cospiratori”. I negazionisti bisogna ridicolizzarli, sconfessarli con i fatti, ma non si può negar loro la parola». Così come non si possono negare le barzellette sugli ebrei, recitate anche dal premier Berlusconi: «Guardi, per noi è fondamentale scherzare sulle nostre tragedie, soprattutto quelle più crudeli. Ma le barzellette di Berlusconi non sono così spiritose. Le nostre sono molto meglio. Berlusconi dovrebbe assumermi se vuole davvero far ridere la gente».

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 22/10/10

Sunday, August 8, 2010

Il Pulitzer che l'America non voleva pubblicare



di Antonello Guerrera

«Non me lo sarei aspettato nemmeno tra un milione di anni». Paul Harding, nonostante il fresco (e clamoroso) Pulitzer per la letteratura vinto solo due mesi fa, tiene i piedi ancorati a terra. Del resto, sino all’aprile 2010 era un (quasi) sconosciuto. Tanto che il New York Times, subito dopo l’annuncio dei vincitori del prestigioso premio americano, si è prontamente scusato con i lettori per non aver precedentemente recensito quello che sarebbe diventato l’erede di Faulkner, Roth, Updike, Bellow, Harper Lee, McCarthy, eccetera. Harding, padre di due figli, nato e cresciuto a Wenham, borgo di 4mila anime nel Massachusetts, è l’ex batterista dei Cold Water Flat, band americana dei primi anni Novanta che ha avuto quel (poco) successo che ancora oggi fa girare un paio di video su YouTube. «Oh mio Dio, non mi dica!», implora Harding nel colloquio in esclusiva con Il Riformista. Obiezione respinta. Perché ammirare su Internet un futuro Pulitzer sbarbatello, tra camicie “grunge” e musica di dubbio gusto, è un altro lato nascosto di questo outsider della letteratura americana.

Ma outsider, nonostante la sua modestia, è una parola che sta oramai stretta ad Harding. Il suo romanzo d’esordio Tinkers, vincitore del Pulitzer per la narrativa 2010 e prossimamente pubblicato in Italia da Neri Pozza, è un’opera meravigliosa e terribile, un'onda visionaria, quasi mistica, di un vecchio in punto di morte che, al ritmo di incessanti orologi, ricorda la giovinezza e il suo rapporto con il padre, venditore ambulante (“tinker”, appunto), epilettico e di bassissimo profilo. «Non è una storia autobiografica», sottolinea Harding, «anche se ho preso spunti dai racconti di mio nonno». Il romanzo è stato pubblicato dalla minuscola Bellevue Literary Press, casa editrice no-profit collegata alla facoltà di medicina dell’Università di New York.

Ora Harding è ovviamente passato all’imponente Random House che pubblicherà il seguito Enon nel 2012: «Loro hanno subito creduto in me. Ho firmato il contratto a dicembre, prima di ricevere il premio», precisa lo scrittore. Eppure - il favoloso mondo dell’editoria non finisce mai di stupire - il Pulitzer Tinkers era stato rifiutato da diverse case editrici americane prima di passare alla storia. «Anche molto grandi», dice Harding. Qualche nome? «Preferisco non farne, altrimenti verrei discriminato (ride, ndr). E poi, sono stato fortunato, non porto rancore. Far piacere un libro a editori e lettori è sempre un grande sforzo. Ma la situazione è peggiorata negli ultimi anni. Oggi è difficile far pubblicare qualcosa che non abbia sesso o violenza. È stato frustrante aspettare diversi anni per trovare un editore». Quindi il Pulitzer è stata anche una vendetta nei confronti dell’editoria, diciamolo: «No, no (ride ancora, ndr). È stata sicuramente una soddisfazione, ma oggi è incredibilmente difficile gestire una casa editrice. Ogni anno in America vengono pubblicati migliaia e migliaia di romanzi. Ci sono così tanti scrittori oggigiorno che scegliere, e bene, per le case editrici è estremamente complicato».

Sarà anche per questo mondo letterario “troppo democratico” che il Pulitzer Harding ci confida che la letteratura contemporanea («a parte mostri sacri come Toni Morrison e Cormac McCarthy») non lo ha conquistato affatto: «Le nuove uscite sono troppe, mi ci perdo, non ce la faccio a tenere il passo. Preferisco leggere i maestri del diciannovesimo secolo e primo ventesimo. Il tempo sa filtrare i migliori, lascio il compito a lui». Qualche esempio? «Ho gusti ampissimi ed eclettici. Amo gli americani Emerson, Theorau, Cheever… Ma sono stato profondamente influenzato anche dagli europei Thomas Mann, Proust, Cechov, Tolstoj, Maupassant e soprattutto Italo Calvino». Però la contemporanea Marilynne Robinson, Pulitzer nel 2005 con Gilead (Einaudi) e sua ex maestra letteraria in un vecchio workshop dell’Iowa, l’avrà sicuramente letta. «Ma non è riuscita a tramandarmi il segreto di come si vince un Pulitzer», precisa Harding. «Non c’è una strategia, si tratta solo di fatica e tanta fortuna. Sa come sono venuto a sapere della mia vittoria? La mattina del 12 aprile mi sveglio e controllo su Internet i nomi dei vincitori. “Pulitzer Prize for Fiction: Paul Harding”. Mi son detto: “Oh, my God”. È stato uno shock. Un’ora dopo avevo una lezione all’Università dell'Iowa e i miei studenti hanno portato lo champagne per festeggiare».

Certo è che Harding ingrassa il filotto dei romanzi ambientati nel Nord-Est americano che da qualche anno domina il Pulitzer: ora il New England di Tinkers, prima il Maine di Olive Kitteridge (Elizabeth Strout, 2009) e il New Jersey di La breve favolosa vita di Oscar Wao (Díaz Junot, 2008). Perché questo lembo di terra a stelle e strisce è così ispiratore? «Penso siano coincidenze», riflette Harding. «Però è anche vero che nel Nord-Est, questa terra dalla natura meravigliosa, il pensiero e la letteratura commerciale americana sono cresciuti enormemente. È una zona di “kindred spirits”, ricorda Thoreau o la stessa Emily Dickinson?». Anche in Tinker c’è tanta poesia, nascosta tra le sbarre della prosa. Ma la narrazione rimane incredibilmente scorrevole per la sua densità empatica, aneddotica e figurativa. C’è qualcosa di musicalmente speciale nella scrittura di Harding. Il motivo si rintraccia nella sua impolverata carriera musicale: «Da ex batterista, scrivo a ritmo di musica», ammette lo scrittore. «La classica ha influenzato tanto la mia letteratura. Le frasi dei miei romanzi sono fraseggi musicali, i capoversi variazioni, i capitoli movimenti, i romanzi sinfonie. Nello scrivere cerco sempre la tonalità giusta, in chiavi diverse».

Poi la domanda da un milione di dollari: le piace Obama? Da confesso fan del partito democratico, Harding risponde: «Moltissimo, è bravo, carismatico, nulla a che vedere con l’ancien régime di quello prima di lui (Bush, ndr). Sono così sollevato dall’avere un presidente finalmente intelligente». Eppure tanti intellettuali e artisti sono già rimasti delusi da lui, ultimo Paul Auster: «Certo, magari fosse più progressista di quello che attualmente è. Ma è molto difficile trovare un equilibrio tra sogni e realtà, soprattutto ora che i repubblicani si stanno spostando sempre più a destra». L’America della paura però non sembra cambiata neanche con l’effetto Barack: «Con la crisi c’è molta più fame e aggressività, i Tea Party nascono anche da queste piaghe».

Un altro lato interessante di Paul Harding è il suo viscerale interesse per la religione, riscoperta molto avanti con gli anni: «Sono nato e cresciuto in una famiglia atea», ricorda l’autore, «a differenza dei non credenti di oggi per i quali è una libera scelta non avere una fede. Ma piano piano mi sono accorto che gli intellettuali che adoravo erano quasi tutti pensatori religiosi come Calvino, Barth e via dicendo. Ho capito che la religione non è quell’ammasso di superstizione e nonsense. Ho letto la Bibbia e non è assolutamente violenta o intollerante come si dice. È un’opera di enorme bellezza estetica e narrativa. C’è tanta cultura alla quale non sarei mai arrivato se avessi avuto pregiudizi nei confronti della fede». Oggi vede la religione in pericolo? «Il problema è l’uso ideologico che se ne fa, come con la scienza. Ad esempio negli Stati Uniti da anni vige un pensiero pseudoscientifico al punto che, per molti, ogni tradizione sta diventando un’attività disprezzabile». Ma lei crede nell’evoluzione, Mr. Harding? «Ma certo che sì, è una cosa talmente ovvia. Che mi ha preso, per un fondamentalista?».

Da Il Riformista

Monday, August 2, 2010

Il «demonio» che vogliono morto - C'è del Saviano in Danimarca


KURT WESTERGAARD. A 5 anni dal caso delle vignette danesi, parla l'artista “condannato” dagli estremisti islamici: «La rabbia è la mia unica resistenza».

di Antonello Guerrera
Sono passati quasi cinque anni da quel maledetto 30 settembre 2005, quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò 12 vignette satiriche sul profeta Maometto. Quelle vignette vennero a loro volta riprodotte sui giornali di altri 50 paesi e si scatenò l’inferno: i tumulti, gli scontri e le proteste in tutto il mondo islamico, offeso da quelle «vignette blasfeme», causarono quasi cento morti, nonché l’incendio delle bandiere e delle ambasciate danesi in Libano, Siria e Iran, per non parlare dei boicottaggi contro i prodotti made in Copenaghen. L’allora primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen (il nordico «più bello di Cacciari», Silvio Berlusconi dixit), oggi segretario generale della Nato, definì la controversia delle 12 vignette come «la peggiore crisi internazionale capitata alla Danimarca dopo la Seconda Guerra mondiale».
Una di quelle dodici, satiriche vignette ha offeso più di tutte. È l’immagine di Maometto con un turbante-bomba a miccia accesa, pronto a fargli esplodere la testa. L’autore è il 75enne disegnatore danese Kurt Westergaard, del quale gli estremisti islamici di tutto il mondo, come per Salman Rushdie, Ayaan Hirsi Ali e via dicendo, hanno chiesto la testa. Westergaard, assunto due decenni fa allo Jyllands-Posten con il semplice comandamento «fai quello che vuoi, ma non toccare Dio, Reagan o il porno», era un uomo libero prima di quella piccolissima vignetta di cinque anni fa. Oggi, per quelli che esecrano la libertà d’espressione e di satira, è un demonio apostata e blasfemo che deve essere punito con la morte.
In merito, dice la sua anche Google. Basta andare sulla versione inglese del motore di ricerca più famoso del mondo (www.google.co.uk, cliccando poi su “English” in basso) e cominciare a digitare “Kurt Westergaard”. Arrivati a “Kurt Wes”, Google comincerà a dare i suoi usuali suggerimenti. Che saranno incredibilmente macabri e inquietanti. Nell’ordine “Kurt Westergaard dead (ossia, morto)”, “Kurt Westergaard died (morì)”. E poi “died fire” (morì fuoco), “dead fire” (morto fuoco), “dead in fire” (morto nel fuoco), “death” (morte), addirittura “burnt” (bruciato). Considerando che Google mostra i suggerimenti in base alle richieste più numerose degli utenti, è facile pensare come le persone che bramano di vedere Westergaard in una tomba siano molte di più di quanto si possa immaginare.
Dopo che nel 2008 le forze dell’ordine di Copenhagen hanno scoperto i piani di due terroristi tunisini e uno marocchino (ma tutti con cittadinanza danese) per ucciderlo, Kurt Westergaard vive da quasi tre anni sotto costante controllo della polizia, in un appartamento bunker ad Aarhus, la città più grande della Danimarca dopo la capitale Copenaghen. Una città che sotto la sua scorza placida e bonaria nasconde viscere di morte. Solo il 2 gennaio scorso, un musulmano somalo gli è entrato in casa con un’accetta per compiere la sua fatwa, la condanna a morte islamica, mentre urlava: «La vendetta è arrivata! Sangue!». Fortunatamente Westergaard è riuscito ad azionare il pulsante di emergenza, chiamare le forze dell’ordine e rifugiarsi nella stanza antipanico. Da allora, il vignettista vive sotto lo strettissimo controllo dei suoi angeli custodi, gli agenti del Politiets Efterretningstjeneste, o Pet, o più semplicemente l’intelligence danese.
«Sono gentiluomini che mi seguono dappertutto, quando vado a fare la spesa, quando mangio, quando vado in bagno», dice Westergaard al Riformista, che lo ha raggiunto telefonicamente nel suo bunker di Aarhus. «Oramai mi sono rassegnato. Sarà questa la mia vita sino alla fine. Per fortuna non sono nudista, se no sai che pena per gli agenti starmi dietro?», scherza. Westergaard, dalla voce stanca e provata, ha annunciato il ritiro dalla professione lo scorso giugno. Poco prima del suo 75esimo compleanno («festeggiato cenando con moglie, figli, nipotini e le guardie, ovviamente») e poco dopo esser stato messo in congedo, più o meno forzato, dallo stesso Jyllands-Posten, quando si è venuto a sapere che anche in America stavano progettando di giustiziare Westergaard.
Neanche la pensione lo ha messo al riparo dagli estremisti islamici: «Ricevo continuamente minacce di morte, soprattutto tramite il giornale per il quale ho lavorato sino a poco tempo fa», dice Westergaard. Cosa fa adesso? «Disegno, dipingo quando mi va, ma soprattutto per me stesso. Forse è questa la cosa più importante adesso». Gli chiediamo, allora, se ha altri mezzi per esorcizzare la morte. Uno è la rabbia. «Ne sento tanta dentro di me», ci confessa. Ma precisa: «Non la rabbia violenta, quella appartiene a qualcun altro, io non sono xenofobo, né razzista. Intendo la rabbia positiva, quella che ti fa capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E che è un’ottima difesa quando sei sotto minaccia». Gli chiediamo se conosce Saviano, che vive una situazione molto simile alla sua. Risponde candidamente di no, ma dice di sentirsi spesso con Lars Vilks, altro disegnatore, anch'egli nordico (svedese) e anch'egli finito nell’occhio del ciclone degli estremisti per aver paragonato Maometto a un cane.
In passato, Westergaard ha dichiarato che i musulmani moderati non avrebbero fatto abbastanza per contrapporsi ai più scalmanati. Oggi, rimane più o meno della stessa idea. «Però personalmente non ho problemi con i musulmani danesi. Anche se so che molti di loro mi odiano. Sono fiero del nostro welfare state. Agli immigrati in Danimarca abbiamo dato tutto, soldi, case, libera istruzione per i figli, libertà di culto, le migliori prospettive di vita. In cambio chiediamo solo che vengano rispettati i nostri principi democratici». Ecco, li rispettano? «Da un punto di vista materialistico ci rispettano», precisa. «Ma da quello spirituale odiano la nostra cultura». Non sarà morto il sogno multiculturale dell’Occidente? «Non credo», risponde Westergaard. «Per fortuna nella nostra società sta guadagnando sempre più terreno il materialismo, la secolarizzazione. Ma se, per esempio, vai nelle più arretrate campagne danesi, dove ci sono tanti cristiani fondamentalisti, respiri l’odio nell’aria».
Se Saviano si è pentito di Gomorra, Westergaard non rimpiange nulla di quello che ha disegnato: «Era in gioco la libertà d’espressione. Le vignette volevano solo mettere in discussione un aspetto dell’islam. Fosse successo niente, sarebbe comunque accaduta una situazione simile in futuro. Mi dispiace per i morti nelle proteste, ma non è colpa mia. Sono gli estremisti che hanno giocato sulla frustrazione della popolazione». Qualcuno però, tra cui anche qualche collega, lo ha incolpato di irresponsabilità: «Si sbagliano di grosso. Certi intellettuali, quelli della mia classe, sono spaventati dalle minacce e non si rendono conto che si stanno autocensurando, che stanno rinnegando il loro stesso lavoro». Un complesso di inferiorità, questo, anche di una parte della sinistra? «Senza dubbio, la sinistra vuole sempre proteggere i più deboli, le minoranze. Ma non capiscono che gli estremisti islamici, pur essendo una minoranza, sono una minoranza molto forte, potente e sicura di sé per via della religione. A volte la sinistra è cieca di fronte a simili fenomeni». Così come, secondo il vignettista, i politici sono ciechi di fronte alla guerra in Afghanistan: «È stata inutile, un gravissimo errore. L’Occidente è lì da anni, ma oramai è chiaro che la popolazione locale non vuole accettare i nostri valori, non li comprendono, non hanno alcuna voglia di convertirsi ai diritti umani».
Westergaard si è congedato il primo luglio dai suoi lettori con un'immagine a tutta pagina sul Jyllands Posten: ritrae Don Chisciotte a cavallo, armato di carta e penna. Dietro non Sancho Panza, ma un asino che porta un'incudine con scritto «libertà di espressione» e sopra una bomba che sta per esplodere. Sullo sfondo la mezzaluna. Metafora di un'Europa spesso minacciata, censurata, travolta dalle sue stesse debolezze. Non a caso, spesso Westergaard cita due pungenti esempi storici. Uno è quello del vignettista connazionale Hans Bendix, che faceva satira sui nazisti e che fu messo a tacere dall’allora governo danese per non provocare la Germania. L’altro quello di Pablo Picasso che incontra un ufficiale tedesco nel sud della Francia. Quando questi capisce con chi sta parlando, gli chiede: «Ah, dunque sei tu ad aver realizzato la Guernica?». La risposta di Picasso: «Non sono stato io, ma tu».

Da Il Riformista, 01/08/10

Monday, November 2, 2009

Marie NDiaye. Scrittrice nera dalle banlieue al Goncourt



INTERVISTA. Dopo il Nobel dell'afroamericana Toni Morrison nel 1993, si è infranto un altro tabù: una scrittrice di colore vincitrice del più prestigioso premio di Francia. Figlia di padre senegalese e madre francese, l'autrice di “Una stretta al cuore”, appena tradotto da Giunti, ama l'Italia. Ma è rimasta «scioccata» dall'immagine delle donne nel nostro Paese: «È peggio di 20 anni fa».

Poco meno di due decenni fa, fu Toni Morrison ad infrangere i tabù della lattiginosa Svezia. Era il 1993 quando la scrittrice americana, già vincitrice del Pulitzer cinque anni prima, ottenne il riconoscimento più alto, il premio Nobel per la letteratura, che mai, sino a quel momento, era stato assegnato ad una scrittrice di colore. Oggi, anche la multiculturale Francia potrebbe rinnegare la cabala del più importante riconoscimento di casa, il Goncourt, che sinora ha premiato solo scrittrici di carnagione bianca. Forse perché «la stragrande maggioranza degli autori francesi proviene da quello scenario chiuso della borghesia educata». È questo il motivo, postulato pochi giorni fa all’Agence France-Presse, per Marie NDiaye, scrittrice franco-senegalese cresciuta nelle banlieue e prima donna di colore che potrebbe interrompere il trend “ariano” del Goncourt lunedì 2 novembre, quando verrà annunciato il vincitore dell’edizione 2009.
Il suo ultimo Trois Femmes Puissantes (tradotto «Tre donne potenti»), sbarcato nelle librerie francesi lo scorso settembre, è subito salito in testa alle classifiche di vendita e ha strabiliato la critica, che ha accolto l’opera come «vertiginosa», «magistrale». Lo stesso quotidiano transalpino Le Monde ha definito la sua voce «assolutamente originale, che si eleva dal chiacchiericcio generale». Trois Femmes Puissantes, che verrà tradotto in italiano da Giunti nel 2010, è la storia dei calvari e delle umiliazioni di tre donne che fanno la spola, al confine di sogno e realtà, tra la Francia e il Senegal. Anche nel suo ultimo romanzo, Marie conferma il suo stile, inaugurato sin dall’esordio all’età di diciassette anni con Quant au riche avenir: ambientazioni oniriche, irreali, colme di simbolismo e depressione. Elementi che si ritrovano anche nell’ultimo romanzo tradotto in italiano (sempre da Giunti) Una stretta al cuore, dove Bordeaux è città da incubo, deformante nel corpo e nella mente. Scenario kafkiano di una coppia di insegnanti francesi, maledetti da Dio e dagli umani non si sa per quale immondo peccato, il cui istinto vitale affoga improvvisamente in un labirinto comatoso. A pochi giorni dall’annuncio del premio Goncourt, Marie NDiaye, che ora vive a Berlino, si è raccontata al Riformista.

Marie, nel suo ultimo libro ritornano gli scenari depressi, tenebrosi, annebbianti. I suoi romanzi presentano costantemente tali ambientazioni per via della sua infanzia trascorsa in una banlieue francese?
Non proprio. Ho vissuto in una banlieue, ma decisamente diversa da quelle ritratte in televisione durante le rivolte. La mia era una banlieue residenziale, piuttosto tranquilla, abitata da gente semplice, in un'epoca in cui la disoccupazione praticamente non esisteva. Niente a che vedere con i problemi attuali delle banlieue. Oggi la società moderna, con la solitudine che spesso genera, produce una forma di paranoia “ordinaria”. Da questo punto di vista, quello che mi interessa è far precipitare il lettore nell'incertezza: il personaggio è veramente vittima di un'aggressione (come capita ad Ange di Una stretta al cuore, ndr) o non è altro che una sua costruzione mentale? Ne Una stretta al cuore, la città di Bordeaux diventa minacciosa nella misura in cui Nadia sente montare dentro di sé un vecchio senso di colpa. Più lei prova a respingere quest'angoscia, più la città si fa oppressiva.
Lei potrebbe essere la prima donna di colore a vincere il prestigioso Goncourt. Perché, secondo lei, “Trois Femmes Puissantes” meriterebbe un riconoscimento così alto? E cosa ha di diverso rispetto ai romanzi precedenti?
Trois femmes puissantes traccia il ritratto di tre personalità femminili molto differenti l'una dall'altra: queste donne non hanno le stesse chance nella vita, non provengono dallo stesso ambiente e non proprio dalla stessa cultura. Tuttavia, ciò che le unisce è la medesima forza interiore, il modo di non mettere mai in dubbio la propria identità, di rendersi inaccessibili a qualunque sentimento di umiliazione. Sinceramente, non saprei dire cosa piaccia di più in questo libro rispetto ai precedenti. Probabilmente, la presenza dell'Africa e di donne africane ha fatto la differenza.

A questo proposito, cosa pensa della condizione delle donne nel mondo di oggi? Proprio in Francia, ci sono state roventi polemiche per il divieto del velo musulmano nelle scuole, da alcuni visto come un’offesa all’universo femminile. Qual è il suo pensiero, anche alla luce del suo background multiculturale (padre senegalese, madre francese)?
È vero, mio padre è senegalese, ma io non ho mai vissuto con lui e sono stata solo una volta in Senegal. Quindi, anche se può sembrare strano, non ho una doppia cultura, non mi sento rappresentante di un background multiculturale. Ad ogni modo, ritengo sia decisamente meglio essere una donna oggi rispetto a 50 anni fa, abbiamo conseguito molti progressi da questo punto di vista. Il problema non è tanto il velo in sé per sé, ma il simbolo di appartenenza religiosa che esso rappresenta in un contesto come la scuola, come molti altri oggetti di altri culti, vedi la kippah ebraica, le croci appese al collo dei cattolici e via dicendo. Per questo motivo, in linea di principio sono contraria a tutti i simboli di appartenenza religiosa tra le mura scolastiche.

Lei che ha vissuto per due anni a Roma negli anni Ottanta, cosa pensa della condizione delle donne italiane, dopo le ultime polemiche scatenate dalla vita privata del premier Berlusconi e dell’immagine femminile propagata dalle sue televisioni?
Amo l'arte di vivere in Italia, la leggerezza colma di grazia, l'arte della seduzione... Amo molto l'opera di Alberto Moravia, Primo Levi, Rosetta Loy, Anna Maria Ortese, Cesare Pavese, tra gli altri. Ma, per quanto concerne l’immagine delle donne veicolata dalle tv italiane… devo dire che ne sono rimasta scioccata. È incredibile, ma mi sembra che la situazione per le donne di oggi sia addirittura peggiorata rispetto al mio soggiorno italiano di venti anni fa. In Germania, invece, dove vivo adesso, è tutto diverso. In quanto donna, mi sento molto meglio qui.

Ha pubblicato il suo primo libro a 17 anni, ha vinto il Premio Femina con il romanzo “Rosie Carpe” a 21, oggi, a 42 anni, la sua bibliografia conta quasi venti titoli, tra cui piece teatrali ben accolte dalla critica. Da dove attinge questa costante e rigogliosa ispirazione?
Traggo ispirazione da tutto ciò che mi circonda: le vite altrui, i fatti più diversi, le storie ascoltate in televisione... Tutto ciò che è umano suscita il mio interesse. Ho iniziato a scrivere molto giovane perché sono sempre stata una lettrice assidua e ho desiderato creare da me quello che mi procurava così tanto piacere: i libri. Le mie letture fondamentali si possono riassumere in tre nomi: Marcel Proust, William Faulkner, Malcolm Lowry. Certo, non sono così presuntuosa da dire di saper scrivere come loro. Molto spesso tra la stesura di un libro e l'altro passa molto tempo, un anno o anche di più, senza scrivere niente. Allora leggo, e prendo appunti. E quando arriva il momento giusto, imbocco la penna e mi metto a scrivere. È il mio mestiere da così tanto tempo. E, sinceramente, non saprei fare altro.