Londonderry

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Monday, August 2, 2010

Il «demonio» che vogliono morto - C'è del Saviano in Danimarca


KURT WESTERGAARD. A 5 anni dal caso delle vignette danesi, parla l'artista “condannato” dagli estremisti islamici: «La rabbia è la mia unica resistenza».

di Antonello Guerrera
Sono passati quasi cinque anni da quel maledetto 30 settembre 2005, quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò 12 vignette satiriche sul profeta Maometto. Quelle vignette vennero a loro volta riprodotte sui giornali di altri 50 paesi e si scatenò l’inferno: i tumulti, gli scontri e le proteste in tutto il mondo islamico, offeso da quelle «vignette blasfeme», causarono quasi cento morti, nonché l’incendio delle bandiere e delle ambasciate danesi in Libano, Siria e Iran, per non parlare dei boicottaggi contro i prodotti made in Copenaghen. L’allora primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen (il nordico «più bello di Cacciari», Silvio Berlusconi dixit), oggi segretario generale della Nato, definì la controversia delle 12 vignette come «la peggiore crisi internazionale capitata alla Danimarca dopo la Seconda Guerra mondiale».
Una di quelle dodici, satiriche vignette ha offeso più di tutte. È l’immagine di Maometto con un turbante-bomba a miccia accesa, pronto a fargli esplodere la testa. L’autore è il 75enne disegnatore danese Kurt Westergaard, del quale gli estremisti islamici di tutto il mondo, come per Salman Rushdie, Ayaan Hirsi Ali e via dicendo, hanno chiesto la testa. Westergaard, assunto due decenni fa allo Jyllands-Posten con il semplice comandamento «fai quello che vuoi, ma non toccare Dio, Reagan o il porno», era un uomo libero prima di quella piccolissima vignetta di cinque anni fa. Oggi, per quelli che esecrano la libertà d’espressione e di satira, è un demonio apostata e blasfemo che deve essere punito con la morte.
In merito, dice la sua anche Google. Basta andare sulla versione inglese del motore di ricerca più famoso del mondo (www.google.co.uk, cliccando poi su “English” in basso) e cominciare a digitare “Kurt Westergaard”. Arrivati a “Kurt Wes”, Google comincerà a dare i suoi usuali suggerimenti. Che saranno incredibilmente macabri e inquietanti. Nell’ordine “Kurt Westergaard dead (ossia, morto)”, “Kurt Westergaard died (morì)”. E poi “died fire” (morì fuoco), “dead fire” (morto fuoco), “dead in fire” (morto nel fuoco), “death” (morte), addirittura “burnt” (bruciato). Considerando che Google mostra i suggerimenti in base alle richieste più numerose degli utenti, è facile pensare come le persone che bramano di vedere Westergaard in una tomba siano molte di più di quanto si possa immaginare.
Dopo che nel 2008 le forze dell’ordine di Copenhagen hanno scoperto i piani di due terroristi tunisini e uno marocchino (ma tutti con cittadinanza danese) per ucciderlo, Kurt Westergaard vive da quasi tre anni sotto costante controllo della polizia, in un appartamento bunker ad Aarhus, la città più grande della Danimarca dopo la capitale Copenaghen. Una città che sotto la sua scorza placida e bonaria nasconde viscere di morte. Solo il 2 gennaio scorso, un musulmano somalo gli è entrato in casa con un’accetta per compiere la sua fatwa, la condanna a morte islamica, mentre urlava: «La vendetta è arrivata! Sangue!». Fortunatamente Westergaard è riuscito ad azionare il pulsante di emergenza, chiamare le forze dell’ordine e rifugiarsi nella stanza antipanico. Da allora, il vignettista vive sotto lo strettissimo controllo dei suoi angeli custodi, gli agenti del Politiets Efterretningstjeneste, o Pet, o più semplicemente l’intelligence danese.
«Sono gentiluomini che mi seguono dappertutto, quando vado a fare la spesa, quando mangio, quando vado in bagno», dice Westergaard al Riformista, che lo ha raggiunto telefonicamente nel suo bunker di Aarhus. «Oramai mi sono rassegnato. Sarà questa la mia vita sino alla fine. Per fortuna non sono nudista, se no sai che pena per gli agenti starmi dietro?», scherza. Westergaard, dalla voce stanca e provata, ha annunciato il ritiro dalla professione lo scorso giugno. Poco prima del suo 75esimo compleanno («festeggiato cenando con moglie, figli, nipotini e le guardie, ovviamente») e poco dopo esser stato messo in congedo, più o meno forzato, dallo stesso Jyllands-Posten, quando si è venuto a sapere che anche in America stavano progettando di giustiziare Westergaard.
Neanche la pensione lo ha messo al riparo dagli estremisti islamici: «Ricevo continuamente minacce di morte, soprattutto tramite il giornale per il quale ho lavorato sino a poco tempo fa», dice Westergaard. Cosa fa adesso? «Disegno, dipingo quando mi va, ma soprattutto per me stesso. Forse è questa la cosa più importante adesso». Gli chiediamo, allora, se ha altri mezzi per esorcizzare la morte. Uno è la rabbia. «Ne sento tanta dentro di me», ci confessa. Ma precisa: «Non la rabbia violenta, quella appartiene a qualcun altro, io non sono xenofobo, né razzista. Intendo la rabbia positiva, quella che ti fa capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E che è un’ottima difesa quando sei sotto minaccia». Gli chiediamo se conosce Saviano, che vive una situazione molto simile alla sua. Risponde candidamente di no, ma dice di sentirsi spesso con Lars Vilks, altro disegnatore, anch'egli nordico (svedese) e anch'egli finito nell’occhio del ciclone degli estremisti per aver paragonato Maometto a un cane.
In passato, Westergaard ha dichiarato che i musulmani moderati non avrebbero fatto abbastanza per contrapporsi ai più scalmanati. Oggi, rimane più o meno della stessa idea. «Però personalmente non ho problemi con i musulmani danesi. Anche se so che molti di loro mi odiano. Sono fiero del nostro welfare state. Agli immigrati in Danimarca abbiamo dato tutto, soldi, case, libera istruzione per i figli, libertà di culto, le migliori prospettive di vita. In cambio chiediamo solo che vengano rispettati i nostri principi democratici». Ecco, li rispettano? «Da un punto di vista materialistico ci rispettano», precisa. «Ma da quello spirituale odiano la nostra cultura». Non sarà morto il sogno multiculturale dell’Occidente? «Non credo», risponde Westergaard. «Per fortuna nella nostra società sta guadagnando sempre più terreno il materialismo, la secolarizzazione. Ma se, per esempio, vai nelle più arretrate campagne danesi, dove ci sono tanti cristiani fondamentalisti, respiri l’odio nell’aria».
Se Saviano si è pentito di Gomorra, Westergaard non rimpiange nulla di quello che ha disegnato: «Era in gioco la libertà d’espressione. Le vignette volevano solo mettere in discussione un aspetto dell’islam. Fosse successo niente, sarebbe comunque accaduta una situazione simile in futuro. Mi dispiace per i morti nelle proteste, ma non è colpa mia. Sono gli estremisti che hanno giocato sulla frustrazione della popolazione». Qualcuno però, tra cui anche qualche collega, lo ha incolpato di irresponsabilità: «Si sbagliano di grosso. Certi intellettuali, quelli della mia classe, sono spaventati dalle minacce e non si rendono conto che si stanno autocensurando, che stanno rinnegando il loro stesso lavoro». Un complesso di inferiorità, questo, anche di una parte della sinistra? «Senza dubbio, la sinistra vuole sempre proteggere i più deboli, le minoranze. Ma non capiscono che gli estremisti islamici, pur essendo una minoranza, sono una minoranza molto forte, potente e sicura di sé per via della religione. A volte la sinistra è cieca di fronte a simili fenomeni». Così come, secondo il vignettista, i politici sono ciechi di fronte alla guerra in Afghanistan: «È stata inutile, un gravissimo errore. L’Occidente è lì da anni, ma oramai è chiaro che la popolazione locale non vuole accettare i nostri valori, non li comprendono, non hanno alcuna voglia di convertirsi ai diritti umani».
Westergaard si è congedato il primo luglio dai suoi lettori con un'immagine a tutta pagina sul Jyllands Posten: ritrae Don Chisciotte a cavallo, armato di carta e penna. Dietro non Sancho Panza, ma un asino che porta un'incudine con scritto «libertà di espressione» e sopra una bomba che sta per esplodere. Sullo sfondo la mezzaluna. Metafora di un'Europa spesso minacciata, censurata, travolta dalle sue stesse debolezze. Non a caso, spesso Westergaard cita due pungenti esempi storici. Uno è quello del vignettista connazionale Hans Bendix, che faceva satira sui nazisti e che fu messo a tacere dall’allora governo danese per non provocare la Germania. L’altro quello di Pablo Picasso che incontra un ufficiale tedesco nel sud della Francia. Quando questi capisce con chi sta parlando, gli chiede: «Ah, dunque sei tu ad aver realizzato la Guernica?». La risposta di Picasso: «Non sono stato io, ma tu».

Da Il Riformista, 01/08/10

Saturday, July 24, 2010

"Che coalizione gaia" (e poco credibile)!!!


Il Financial Times riporta come il deputato "Tory" David Davis (colui che David Cameron sconfisse per guidare il partito conservatore britannico nel 2005) abbia riportato in un ristorante alcuni commenti del ricchissimo vicepresidente del partito Lord Ashcroft sull'alleanza Lib-Con, tra i quali: "Una Brokeback Coalition". Ovvio che c'è un chiaro riferimento all'amore omosessuale del fortunato film, come riportano le agenzie di stampa italiane. Ma le agenzie stesse non sanno che "brokeback" in inglese significa anche "impossibile", "non corrisposto". Quindi una coalizione senza futuro, se proprio ci si vuole attenere ai fatti politici.
Davis ha poi smentito ma una cosa è certa. Entrambi, lui e Ashcroft, sono stati critici nei confronti dell'alleanza con i liberali. Entrambi non credono nella Big Society lanciata dal neo premier ("una maschera alla Blair", Davis dixit, senza contare i bastoni tra le ruote già lanciati dal Guardian qui). Entrambi, per arrivare al punto, non amano il promettente David Cameron. Che ora spera solo nella fedeltà (e nelle poche pretese) dell'amante-gaffeur Clegg...

Link utili qui, qui e qui.


David Miliband si compra le "primarie" Labour?


La Lobby blairiana sembra colpire ancora...

Qui dal Guardian.

Wednesday, July 21, 2010

Non sei ebreo? Sei uno stupratore!


Gerusalemme. Incredibile sentenza. Un arabo di trent'anni, tale Sabbar Kashur, è stato condannato a 18 mesi di carcere per "stupro" per aver mentito sulla sua identità etnica a una ragazza ebrea. I due hanno avuto un rapporto sessuale consensuale, ma la donna, scoperte le origini dell'amante, ha sporto denuncia per violenza carnale. La sua condanna, per gli avvocati, rappresenta un precedente pericoloso. Per alcuni, la sentenza è razzista. Qui l'Apcom. E qui un bell'articolo del Telegraph, con vari precedenti di identità nascosta prima del sesso.

Saturday, July 10, 2010

Quel tic-toc tic-toc non è football - Una noia mortale


Che palle il calcio spagnolo.

Le Furie rosse sono asfissianti. Hanno preso il posto che per anni è stato appannaggio dei tedeschi: un diesel inesauribile e soporifero che porta l'avversario allo sfinimento, ammazza la partita e giova solo agli spettatori insonni. Impossibile chiamarlo spettacolo, è un incubo.


Intero articolo qui: http://www.ilriformista.it/stories/Sport/245049/
Tratto dal Riformista del 09/07/10

Tuesday, June 22, 2010

"Il futuro mi mette angoscia" - Intervista a Jonathan Coe


di Antonello Guerrera

Sedici anni dopo La famiglia Winshaw e la critica all’Inghilterra thatcheriana, era lecito aspettarsi da Jonathan Coe un affondo ai rampanti (e rampolli) conservatori. Del resto, gli appigli (i tagli, il change, il parallelo Lady di Ferro-Cameron) c’erano tutti. Invece, no. Dopo l’ultimo La pioggia prima che cada, forse il libro più apolitico dello scrittore di Birmingham, Jonathan Coe torna domani nelle librerie italiane con l’atteso I terribili segreti di Maxwell Sim (Feltrinelli, 368 pp., 18 €). Dove la politica pura dei Winshaw, della Banda dei brocchi o del sequel Circolo Chiuso è oramai latitante.

«Tuttavia, credo che Maxwell Sim abbia comunque una dimensione politica», ribatte Coe al Riformista. Questo perché il protagonista Maxwell, un inglese di età e prospettive medie, è nel bel mezzo dell'ultima apocalisse finanziaria. In un mondo dove i deboli sono quelli che di economia, come Max, non capiscono un tubo. «La crisi finanziaria è decisiva nel libro. Ma è anche vero che, rispetto ai romanzi precedenti, sono meno politico, mi focalizzo di più sulla coscienza individuale: memoria, immaginazione, sessualità». In fuga dalla realtà (e dalla crisi), Max andrà a vendere spazzolini ecologici in Scozia, odissea-metafora della tragica leggenda del navigatore Donald Crowhurst.

Un altro tema fondamentale dei Terribili segreti di Maxwell Sim sono le conseguenze della tecnologia odierna. Ovvero come, nonostante le mail, i blackberry e Facebook, uomini come Maxwell vengano incatenati dalla solitudine. «Il mio romanzo prova proprio a chiedersi se il valore delle relazioni virtuali sia lo stesso di quelle “reali”». La risposta è straniante: Maxwell ha 70 amici su Facebook, ma nessuno di questi scrive mai sulla sua bacheca. La sua casella mail è travolta da spam sessuale. L’ex moglie si confessa agli sconosciuti su Internet - tra cui lo stesso Max “mascherato”. E il navigatore satellitare è l'unico compagno di viaggio. «Se penso al futuro, provo timore», confessa Coe, «ma cerco di non essere pessimista. Le mie figlie amano tutte le nuove tecnologie: Facebook, Skype, i videogiochi. Ma quando cominceranno a capire il mondo e la società corrotta che erediteranno, spero sapranno rimediare ai nostri errori».

Quanto influisce la tecnologia su uno scrittore di oggi? Anni fa, Coe diceva di sedersi e vagabondare in Internet in attesa dell’ispirazione. Oggi, ha cambiato idea: «La Rete può rivelarsi una grande distrazione e un’incredibile perdita di tempo. Al contrario, da sempre, l’ispirazione viene dalle interazioni tra esseri umani. Su Internet non puoi trovare nulla che sia più utile di trascorrere cinque minuti in un caffè ad ascoltare le persone intorno».

Il rovescio della medaglia della tecnologia, oltre alla solitudine, è ovviamente la privacy. Parola che appare anche nel titolo originale del libro (The Terrible Privacy of Maxwell Sim). Azzardo a chiedere a Coe cosa ne pensa della “legge bavaglio”, di cui parla anche la Bbc: «Difficile dirlo. Ma…» Ma? «Naturalmente credo nell’assoluta libertà di stampa, ma i giornalisti dovrebbero usarla responsabilmente. Le abitudini sessuali dei politici, per esempio, non sono una materia di interesse pubblico, a meno che non siano legate ad attività criminose».

Allora chiedo a Coe, di vecchie simpatie laburiste, chi abbia votato alle ultime elezioni: no comment. Però fa capire di non aver votato Cameron: «Sa parlare, ma dobbiamo giudicare le persone dai fatti. In questi giorni i conservatori stanno annunciando i tagli alla spesa pubblica. Ora cominceremo a scoprire che razza di governo è questo. Temo un futuro nero per i britannici, specialmente per quelli più poveri». Meglio i laburisti ancora senza un leader? «Credo che, in generale, la maggior parte dei politici britannici sia di livello davvero mediocre, se confrontati a quelli, per esempio, di venti anni fa. Le persone di sani principi non sono più interessate alla politica. Che oggi», dichiara Coe, «è governata dalle banche e dalle corporation. I leader di partito non contano più». E il suo vecchio “amore” Blair? «Quando sento la sua voce in radio mi vengono i brividi. Ora è ossessionato dalla religione e dall'inquietante certezza morale di esser sulla Terra per realizzare il volere di Dio».

A questo proposito, domando all’ateo Coe se sia possibile il mondo senza religioni sbandierato dai connazionali Dawkins, Pullman eccetera. «Certo, che è possibile», risponde lo scrittore. «Però la gente è così superstiziosa che non si verificherà per centinaia di anni. E in quel momento forse l’umanità sarà stata sterminata da una guerra religiosa». C’è un problema “islam” oltremanica, come recentemente dichiarato dal Nobel Soyinka («la Gran Bretagna è la fogna dell’estremismo islamico»)? «No», risponde deciso, «la grande maggioranza dei musulmani è moderata e pacifica. Non mi riconosco nelle bizzarre descrizioni di Soyinka, però è vero che la Gran Bretagna si sta sovrappopolando. Sarebbe una buona idea iniziare a restringere i flussi migratori».

Ad ogni modo, Coe avrà perso la fede in Dio, ma non in Capello. Ammette «il gioco orribile di una squadra senza speranza come l’Inghilterra» e «la vergogna di tutta una nazione, oramai sempre più depressa e stanca di vedere i Mondiali». Ma non getta la croce addosso al tecnico friulano: «La colpa è dei giocatori, che prendono stipendi enormi, che fanno bisboccia, ma che non hanno il carattere per giocare a livello internazionale». Chissà, magari la squadra di Capello è solo una metafora dell'attuale state of the nation. Cosa significa essere britannici nel terzo millennio? «Scrivo romanzi proprio per riuscire a capire cosa sia la Gran Bretagna oggi. Ma, dopo nove libri, sono ancora molto lontano dalla soluzione di questo mistero...».

Da il Riformista, 22/06/10

Thursday, June 10, 2010

La musica che boicotta (sempre di più) Israele


di Antonello Guerrera
Sembra che per alcuni ci sia un virus che (ri)affligge la musica internazionale. Questo virus si chiama Israele. A pochi giorni dal controverso blitz della marina militare di Tel Aviv contro le navi della Freedom Flotilla, cresce il numero di cantanti e band che rinunciano a esibirsi all’ombra della stella di David, mandando così all’aria concerti fissati da mesi. Uno scenario antagonista purtroppo già visto in ambito culturale, basti pensare alle polemiche del Salone del Libro di Torino di due anni fa – dove a Israele veniva rimproverato lo status di Paese ospite – o al manifesto di Ken Loach al Festival di Edimburgo del 2009 – quando alcune centinaia di euro dell’organizzazione per pagare il viaggio a una regista di Gerusalemme invitata alla kermesse vennero definiti «sporchi di sangue».
L’ultima défaillance viene dai Pixies, band americana dell’indimenticabile Where Is My Mind. Il motivo ufficiale non è ancora chiaro e nemmeno la storia “politica” del gruppo è di grande aiuto. Ma diverse fonti parlano di una decisione presa in seguito al blitz della Flotilla, dopo che, già in marzo, gli attivisti di “Boycott!” avevano fatto pressioni alla band americana di dare un segnale forte al governo israeliano. Detto, fatto.
Poco prima, però, erano stati annunciati altri dietrofront eccellenti. Quello che ha fatto più scalpore, e risale a due settimane fa, è stato il cantautore britannico Elvis Costello, che ha rinunciato al suo live in Israele per «una questione di coscienza», aggiungendo alla Depeche Mode: «A volte il silenzio in musica è meglio di rimanere fermi». Una mossa estrema, dopo che Costello anche in passato si era esposto politicamente, vedi il caso Falklands. Ma è anche vero che pochi giorni prima di rinunciare a Israele, Costello aveva fatto capire al Jerusalem Post di non amare i boicottaggi. Invece, ecco il dietrofront, nonostante la moglie Diana Krall abbia invece confermato la sua performance israeliana in agosto.
Ancora qualche settimana prima di Costello, però, era stata la volta degli inglesi Klaxons e Gorillaz (del già leader “Blur” Damon Albarn), e soprattutto del leggendario Carlos Santana, che ha cancellato il suo concerto di Giaffa senza troppi complimenti. Ufficialmente per «un’imprevista sovrapposizione di esibizioni». Ufficiosamente, come riferito dal quotidiano israeliano Yediot Achronot, in seguito alle «pressioni ricevute da gruppi anti-israeliani». A questi, va aggiunto anche il musicista (e attivista afroamericano) Gil Scott-Heron, che doveva originariamente esibirsi a Tel Aviv il 25 maggio ma che ha ceduto, come gli altri, alle pressioni di diversi gruppi di attivisti anti-israeliani. Causa scatenante, il concerto del 24 aprile a Londra, quando una manciata di filopalestinesi ha inscenato una protesta contro Israele. Finita l’esibizione, Scott-Heron ha annunciato che non avrebbe più suonato a Tel Aviv.
Anche il controverso cantante hip-hop americano Snoop Dogg ha rinunciato alla trasferta in Medio Oriente. Qui però le cause sono ancora più nebulose. Si è parlato di boicottaggio, ma anche di snobismo, visto che l’artista non avrebbe raggiunto le prevendite di biglietti desiderate. Senza contare, poi, i boicottaggi di artisti mai resi pubblici perché opportunamente insabbiati: la testata ebraica di New York Forward ha parlato, tramite un anonimo promoter di concerti in Israele, di ben 15 artisti internazionali che avrebbero scartato l’ipotesi di esibirsi a Tel Aviv nonostante compensi super.
Ma per gli estremisti del boicottaggio suonare in Israele significa, incredibilmente, anche sporcarsi di un’onta, o un virus, indelebile. Era già successo l’anno scorso a Leonard Cohen, che si vide costretto a cancellare un concerto estivo in Cisgiordania. Ieri sera, è capitato lo stesso alla rock band inglese dei Placebo che hanno spaccato in due il Libano, dove era in programma un concerto dopo però essersi esibiti anche in Israele. «Giusto accoglierli?», ci si chiedeva a Beirut. Un dilemma ancora più scottante, perché il leader del gruppo Brian Molko, alla luce degli ultimi avvenimenti, si era schierato con Israele. Dagli ai Placebo quindi, con Jihad al-Murr, l’organizzatore del concerto libanese, che aveva dichiarato trasalito all’Afp: «Si tratta di un concerto che non ha nulla a che fare con la politica. Allora dovremmo boicottare tutti i ministri, le autorità e gli artisti che sono stati già in Israele. È ridicolo». Ora l'offensiva degli attivisti anti-Israele passa ad altri big, primo tra tutti Elton John che si esibirà a Tel Aviv a metà giugno. Ma convincerlo, visto che ha suonato anche tra le minacce omofobiche in Marocco, non sarà facile.

Da Il Riformista, 10/06/10