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Thursday, June 10, 2010

La musica che boicotta (sempre di più) Israele


di Antonello Guerrera
Sembra che per alcuni ci sia un virus che (ri)affligge la musica internazionale. Questo virus si chiama Israele. A pochi giorni dal controverso blitz della marina militare di Tel Aviv contro le navi della Freedom Flotilla, cresce il numero di cantanti e band che rinunciano a esibirsi all’ombra della stella di David, mandando così all’aria concerti fissati da mesi. Uno scenario antagonista purtroppo già visto in ambito culturale, basti pensare alle polemiche del Salone del Libro di Torino di due anni fa – dove a Israele veniva rimproverato lo status di Paese ospite – o al manifesto di Ken Loach al Festival di Edimburgo del 2009 – quando alcune centinaia di euro dell’organizzazione per pagare il viaggio a una regista di Gerusalemme invitata alla kermesse vennero definiti «sporchi di sangue».
L’ultima défaillance viene dai Pixies, band americana dell’indimenticabile Where Is My Mind. Il motivo ufficiale non è ancora chiaro e nemmeno la storia “politica” del gruppo è di grande aiuto. Ma diverse fonti parlano di una decisione presa in seguito al blitz della Flotilla, dopo che, già in marzo, gli attivisti di “Boycott!” avevano fatto pressioni alla band americana di dare un segnale forte al governo israeliano. Detto, fatto.
Poco prima, però, erano stati annunciati altri dietrofront eccellenti. Quello che ha fatto più scalpore, e risale a due settimane fa, è stato il cantautore britannico Elvis Costello, che ha rinunciato al suo live in Israele per «una questione di coscienza», aggiungendo alla Depeche Mode: «A volte il silenzio in musica è meglio di rimanere fermi». Una mossa estrema, dopo che Costello anche in passato si era esposto politicamente, vedi il caso Falklands. Ma è anche vero che pochi giorni prima di rinunciare a Israele, Costello aveva fatto capire al Jerusalem Post di non amare i boicottaggi. Invece, ecco il dietrofront, nonostante la moglie Diana Krall abbia invece confermato la sua performance israeliana in agosto.
Ancora qualche settimana prima di Costello, però, era stata la volta degli inglesi Klaxons e Gorillaz (del già leader “Blur” Damon Albarn), e soprattutto del leggendario Carlos Santana, che ha cancellato il suo concerto di Giaffa senza troppi complimenti. Ufficialmente per «un’imprevista sovrapposizione di esibizioni». Ufficiosamente, come riferito dal quotidiano israeliano Yediot Achronot, in seguito alle «pressioni ricevute da gruppi anti-israeliani». A questi, va aggiunto anche il musicista (e attivista afroamericano) Gil Scott-Heron, che doveva originariamente esibirsi a Tel Aviv il 25 maggio ma che ha ceduto, come gli altri, alle pressioni di diversi gruppi di attivisti anti-israeliani. Causa scatenante, il concerto del 24 aprile a Londra, quando una manciata di filopalestinesi ha inscenato una protesta contro Israele. Finita l’esibizione, Scott-Heron ha annunciato che non avrebbe più suonato a Tel Aviv.
Anche il controverso cantante hip-hop americano Snoop Dogg ha rinunciato alla trasferta in Medio Oriente. Qui però le cause sono ancora più nebulose. Si è parlato di boicottaggio, ma anche di snobismo, visto che l’artista non avrebbe raggiunto le prevendite di biglietti desiderate. Senza contare, poi, i boicottaggi di artisti mai resi pubblici perché opportunamente insabbiati: la testata ebraica di New York Forward ha parlato, tramite un anonimo promoter di concerti in Israele, di ben 15 artisti internazionali che avrebbero scartato l’ipotesi di esibirsi a Tel Aviv nonostante compensi super.
Ma per gli estremisti del boicottaggio suonare in Israele significa, incredibilmente, anche sporcarsi di un’onta, o un virus, indelebile. Era già successo l’anno scorso a Leonard Cohen, che si vide costretto a cancellare un concerto estivo in Cisgiordania. Ieri sera, è capitato lo stesso alla rock band inglese dei Placebo che hanno spaccato in due il Libano, dove era in programma un concerto dopo però essersi esibiti anche in Israele. «Giusto accoglierli?», ci si chiedeva a Beirut. Un dilemma ancora più scottante, perché il leader del gruppo Brian Molko, alla luce degli ultimi avvenimenti, si era schierato con Israele. Dagli ai Placebo quindi, con Jihad al-Murr, l’organizzatore del concerto libanese, che aveva dichiarato trasalito all’Afp: «Si tratta di un concerto che non ha nulla a che fare con la politica. Allora dovremmo boicottare tutti i ministri, le autorità e gli artisti che sono stati già in Israele. È ridicolo». Ora l'offensiva degli attivisti anti-Israele passa ad altri big, primo tra tutti Elton John che si esibirà a Tel Aviv a metà giugno. Ma convincerlo, visto che ha suonato anche tra le minacce omofobiche in Marocco, non sarà facile.

Da Il Riformista, 10/06/10

Friday, May 22, 2009

Ken Loach: "No ai soldi israeliani"


L'Edinburgh International Film Festival (Eiff) partirà soltanto il prossimo 17 giugno, ma in Scozia già impazzano le polemiche. Ancora una volta, nell'occhio del ciclone c'è Israele e la sua partecipazione a manifestazioni culturali internazionali. L'anno scorso fu la volta della Fiera del Libro, quando la partecipazione dello Stato ebraico come ospite della kermesse generò un vespaio di durissime proteste da parte di certa intellighenzia. In queste ultime ore, invece, è stato il regista inglese Ken Loach a lanciare la crociata antisionista. Intimando all'organizzazione del Festival di boicottare le 300 sterline da parte dell'ambasciata israeliana per le spese di viaggio della regista Tali Shalom Ezer per partecipare alla kermesse. Detto fatto, l'Eiff ha detto «no, thank you» al denaro israeliano e ha deciso di sovvenzionare personalmente Shalom Ezer.
Questo perché, come ha dichiarato Loach al Times, «i massacri e il terrorismo di Stato a Gaza rendono inaccettabili questi soldi». Aggiungendo: «Con dispiacere, ho l'obbligo di raccomandare a tutti coloro che hanno intenzione di venire al festival di dimostrare il proprio supporto pro Palestina ma di stare lontano» dalla kermesse. Un'uscita inequivocabile, che certo non cozza più di tanto con l'ideologia politica del regista di Looking for Eric, appena presentato a Cannes. Ma è preoccupante che, come si evince dal comunicato della kermesse per giustificare il boicottaggio del denaro, Loach sembri essere solo la facciata di un movimento intellettuale antagonista molto più corposo: Ken, infatti, avrebbe esternato i suoi pensieri «per conto della comunità cinematografica» del Festival, secondo l'Eiff.
Immediati lo sdegno e le proteste contro questa decisione. Il portavoce dell'ambasciata israeliana Lior Ben Dor si è scagliato contro la «demonizzazione e la delegittimazione dello Stato d'Israele», invocando un Festival come manifestazione culturale e non politica. Per la stessa regista, scintilla della polemica, Shalom Ezer, Loach così aumenta solo «alienazione e odio». E i connazionali dell'autore di Il vento che accarezza l'erba non sono stati meno duri. Sir Jeremy Isaacs, ad esempio, che negli anni 80 da amministratore delegato di Channel Four commissionò al regista inglese numerosi documentari controversi (come l'anticensorio e mai trasmesso A Question of Leadership), ha bollato le azioni di Loach «disgustose», definendosi altresì «raccapricciato» dall'organizzazione del Festival dopo l'associazione delle idee politiche del regista inglese a quelle di tutti i suoi colleghi. Paradossalmente, tuttavia, ciò che sta accadendo quest'anno è un revival dell'edizione 2006. Quando gli organizzatori dell'Eiff, sotto pressione delle lobby pro Palestina, rinunciarono alla sponsorizzazione israeliana per la partecipazione di un altro regista ebraico, Yoav Shamir.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 22/05/09