Londonderry

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Monday, October 7, 2013

La stanchezza dell'Occidente

Non bastava lo "shock" di Ben Affleck al posto dell’affezionato Christian Bale. Oramai Batman – lo ha annunciato il suo nuovo interprete – è "vecchio, provato". E, soprattutto, "stanco". L’uomo pipistrello, che nel 2015 tornerà nel sequel dell’Uomo d’acciaio, non ce la fa più. Fisicamente, ma anche psicologicamente. Riecheggia l’estenuante Prometeo di Kafka, quando "gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse lentamente".

Del resto, oggi una delle parole più ricorrenti nella società e nei media occidentali è "stanchezza". Quando l’attacco in Siria contro Assad sembrava imminente, i giornali americani erano infestati dalla combo "war-weary", "stanchi della guerra". Una risacca già vista negli Usa dopo la Prima Guerra mondiale e sulle rive esangui del Vietnam. Nei suoi recenti discorsi, Obama ha più volte invitato gli americani a esorcizzare la spossatezza. Mentre conservatori come Bill Kristol gli rinfacciavano invece di essere l’artefice dell’odierna stanchezza americana, in quanto commander-in-chief ambiguo e riluttante.

L’intervento in Siria, tuttavia, è solo un tassello di un mosaico più frastagliato. Come ha scritto il vicedirettore del Daily Telegraph Benedict Brogan, "tutto l’Occidente", sprimacciato dalla peggiore contrazione economica dal Dopoguerra, "è stanco". Stanco della crisi, delle precarietà sociali, di una certa classe politica ferita dagli errori del passato. Non è la prima volta. Ma forse c’è dell’altro all’ombra di uno Zeitgeist per cui persino il Papa emerito, Benedetto XVI, si è dimesso poiché terribilmente stanco. O se la prima causa degli incidenti aerei in Regno Unito è la stanchezza dei piloti. O se persino gli spagnoli devoti alla siesta sono così stanchi che ora pensano di cambiare il fuso orario, inedita cassandra. O se, qualche anno fa, il Parlamento dei Paesi Bassi ha addirittura discusso una petizione popolare con l’obiettivo di legalizzare l’eutanasia per gli ultra70enni "stanchi della vita", in scia a un alteratissimo Sein zum Tode heideggeriano.

Per alcuni, siamo schiavi di una depressa Società del disagio, come ha notato il sociologo francese Alain Ehrenberg (Einaudi). Per altri, siamo impantanati nella Società della stanchezza, come ha sintetizzato nell’omonimo saggio (edito da Nottetempo) lo studioso tedesco-coreano Byung-Chul Han. Dal "dolce sterminio" "virtuale" di Baudrillard, il leitmotiv di Han è: siamo stanchi perché viviamo in una società travolta da una positività brutale. In Occidente, l’eccesso di produzione, prestazione e comunicazione genera rigetto neuronale, "infarti psichici" e dunque esaurimento, affaticamento, soffocamento.

Raggiunto da Repubblica, Han sostiene che la tecnologia, invece di facilitarci la vita, può partorire mostri inquietanti: "L’attuale tecnica digitale ci ha promesso la libertà. In realtà, ci ha reso "mobili" e il lavoro è diventato ubiquo. Ma non è tanto il lavoro che ci sfinisce, quanto l’obbligo di lavorare più duramente, incarnato nel principio della prestazione". "Siamo travolti da informazioni e comunicazione", prosegue Han, "queste, se in eccesso, esercitano violenza su di noi. E così siamo sempre più incapaci di discernere le cose importanti da quelle futili".  Anche sui social network, il giudizio di Han è netto: "Facendo il verso al Publicatio sui di Tertulliano, Facebook e Twitter sono macchine dell’Ego. Nel frattempo i nostri rapporti reali si sfilacciano. E l’ego-ossessione genera stanchezza e depressione, che possono essere sconfitte soltanto dall’eros. Gli smartphone altro non sono che specchi dove ci piace vedere la nostra immagine riflessa".

Da tempo, vari studi scientifici additano a smartphone, tablet e affini le cause dei disturbi del sonno, e quindi di una devastante spossatezza. Che, stando al Royal College of Psychiatrists, affligge addirittura un britannico su cinque. Eppure, dati Ocse alla mano, lavoriamo meno rispetto a venti anni fa. Nerina Ramlakhan, autrice dell’allarmante saggio Tired but Wired ("Stanchi ma connessi"), ha fatto notare che il flusso continuo di informazioni oramai è abnorme e non può essere smaltito dal nostro cervello. Così la materia grigia "non riposa mai".

"Per mancanza di calma, la nostra civiltà sbocca in una nuova barbarie", annotava già a fine XIX secolo Friedrich Nietzsche in Umano troppo umano riferendosi a un’iperattività mortale. Per Edmund Husserl, invece, la stanchezza era addirittura "il più grande pericolo per l’Europa". Tuttavia, lo stesso Husserl sosteneva anche che "dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell’umanità". Oggi la penserebbe allo stesso modo?

Articolo apparso su La Repubblica, 06/10/13

Tuesday, July 16, 2013

Nemmeno Thom Yorke crede più nella "democrazia della rete"

Dalla (bellissima) intervista di Giuseppe Videtti a Thom Yorke, oggi su Repubblica:

«Non crediamo più alla democrazia della rete che predicammo all’epoca di In Rainbows, nel 2007», aggiunge Thom, «Internet è diventato un posto insidioso, pieno di notizie false, di messaggi manipolati ad arte, di blog subdoli architettati da aziende potentissime che si presentano sotto false identità. E chissà come andrà a finire».

Tuesday, July 2, 2013

Il mio pensiero sull'Egitto...


...lo riassume magnificamente questo editoriale del Washington Post. In particolare:

As we have written previously, there are substantial grounds for concern that Mr. Morsi and the Muslim Brotherhood movement are seeking to monopolize power. But the opposition’s undemocratic answer offers little prospect of a good outcome. If mass protests succeed in prompting the government’s downfall or a military coup, any future elected government will be subject to the same tactics. 


Se un comico di nome Hitler riconquista la Germania



Lui è tornato. Lui chi? Lui, Adolf Hitler. Ed è pronto a riprendersi la Germania di Angela Merkel. Un incubo aberrante diventato inarrestabile successo editoriale. Perché Lui è tornato, romanzo dello scrittore tedesco Timur Vermes pubblicato in Italia da Bompiani, ha venduto oltre 600mila copie in Germania, è stato per mesi in testa alle classifiche di vendita e si è moltiplicato in quasi trenta lingue. Da noi non si è smentito: ben due edizioni nella prima settimana.
Sin dalla sua pubblicazione tedesca, Lui è tornato ha attirato polemiche. Per i suoi critici, il libro si macchia di una sconsiderata spensieratezza nel riciclare una metastasi nazionale come Hitler. Ancora oggi il Führer è un granitico tabù in Germania, e per certi versi un "parafulmine" generazionale per i crimini commessi dal regime nazista, il cui partito aveva attratto un ampio voto popolare nelle elezioni libere. Vermes ha scritto Lui è tornato anche per questo, come ammette nell'accurata appendice del libro. Ma dice di averlo scritto anche per ricordare alla "solidissima" democrazia tedesca che il male assoluto può rinascere e diffondersi in qualsiasi momento (si ricordi l'inquietante film L'Onda di Dennis Gansel). Il Führer di Vermes sembra solo uno sciroccato che dice stupidaggini. Chi mai potrebbe dargli retta nella nostra epoca ultra-democratica? Ebbene, in tanti, tantissimi, secondo Vermes.
Come aveva già immaginato Walter Moers nel suo graphic novel Adolf: Äch bin wieder da!, Hitler 2.0 si risveglia wellsianamente a Berlino, una settantina d'anni dopo la sua morte. Non ha una casa, affetti, vestiti, se non quella «buffa» divisa nazista. Lo "adotta" un edicolante piacione. A un certo punto, un autore televisivo si accorge di questo tipo un po' tocco ma terribilmente simile al Führer.
Pare molto bravo a "recitare" e "improvvisare". Qui comincia la carriera televisiva del "comico" Adolf Hitler.
È solo un comico, certo. Ridicolo quanto Il grande dittatore di Charlie Chaplin. Ma in poche settimane le sue astruse performance in tv e le tiritere contro stranieri, ebrei e finanza conquistano una marea di seguaci, anche grazie alla viralità di Internet. Dopo qualche mese, Hitler anestetizza, in modo tanto originale quanto assurdo, tutta la stampa - un giornalista arriva a definirlo «retrospettiva potemkiana». A poco a poco, collaboratori e colleghi cominciano a inscenare Sieg Heil in libertà. Tutti i partiti tedeschi, in abissale crisi d'identità, lo vogliono, persino la Spd di centrosinistra. È solo l'inizio. L'inizio della fine.
Lui è tornato è un libro comico, scorrevole, per certi versi, è persino illuminante, vedi la lucida analisi dei media odierni da parte del Führer. Tuttavia, come nel film La Caduta di Oliver Hirschbiegel, il romanzo non banalizza di certo il male, ma (ri)partorisce un Hitler molto umano, la cui stramba inettitudine al XXI secolo lo rende mostruosamente simpatico, nonostante le nefandezze che impila. Dire che Lui è tornato sia un libro pericoloso suonerebbe inquisitorio e superficiale.
Ma ritorna la domanda di sempre: come già visto con l'artista Cattelan, qual è il limite per parlare di un mefistofele come Adolf Hitler, qui incarnato da un Führer involontariamente spassoso che ripete, fino all'assuefazione goebbelsiana, i suoi slogan anti-europei, anti-immigrati, anti-finanza, anti-semiti, tanto da far sembrare i "camerati" dell'attuale partito di estrema destra tedesco Npd un branco di mocciosi? Il punto del libro è proprio questo: la democrazia, purtroppo, non è un'entità eterna, né assiomatica o autosufficiente.
Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky in Contro l'etica della verità (Laterza), il suo ethos non si produce da sé. La democrazia deve sapersi rinnovare e difendere dalle derive autocratiche, perché una sua assuefazione può generare apatia quanto rigetto. Tanto che l'Hitler del romanzo ricorda compiaciuto come la sua «rivoluzione avvenne con un'elezione». Tanto che la catastrofe finale in Vermes viene annunciata dalla spaventosa frase «non era tutto sbagliato» - che potrebbe brutalmente ricordare «il fascismo qualcosa di buono ha fatto». Tanto che un'insospettabile signorotta tedesca, alla fine del libro, dice al Führer: «Lei sarà spaventoso.
Ma per lo meno non è noioso».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Antonello Guerrera
(Articolo uscito su Repubblica il 1 luglio 2012)

Friday, June 21, 2013

Il, ehm, "moderato" Hassan Rohani




Gigi Riva, l'Espresso 21 giugno 2013:


Hassan Rohani "è un uomo del clero, 

è stato un fedele seguace oltre che amico dell'ayatollah Khomeini ed è andato sulla sua tomba a rendergli omaggio dopo la vittoria, 
ha definito Israele 'il grande Satana sionista', 
ha già detto di essere contrario a uno stop del controverso programma nucleare, 
aveva invocato la pena di morte per gli studenti che manifestarono in piazza nel 1999 e nel 2004 definendo la democrazia una 'copertura americana' 
ed era stato eloquente il suo silenzio durante la violenta repressione dell'Onda Verde nel 2009".

Thursday, April 4, 2013

Rassegna internazionale (cose di esteri) 04/04/13



Sette pezzi di cose estere oggi che (not necessarily in that order) dovreste leggere. Secondo me.

1) "E spunta la mozione per il ritiro da Kabul" sul possibile asse M5S-Sel per il ritiro dei soldati italiani dall'Afghanistan. Di Claudio Marincola sul Messaggero.

2-3) Una bella combo di Omero Ciai su Repubblica sulla crisi della monarchia spagnola, "L'infanta Cristina indagata per corruzione" e "Felipe, il piccolo principe che può salvare la monarchia".

4) "Il modello olandese in crisi" su Il Post. Debiti, disoccupazione e bassa crescita sono arrivati in uno dei principali paesi promotori dell'austerità, a causa di una grossa bolla immobiliare e delle politiche fiscali.

5) "I burocrati nel mirino di Putin" di Antonella Scott su Il Sole 24 Ore. Due parole d'ordine per Vladimir: lotta alla corruzione (si veda a tema un ottimo articolo dell'Economist di qualche tempo fa) e "de-offshorizzazione"...

6-7) E sulla Corea del Nord. "Paranoia nucleare" di Ian Buruma su Repubblica e "Quelle fabbriche al confine, dove le due Coree si incontravano" di Stefano Carrer sul Sole 24 Ore.

#ciao



Kracht e i nazi-spauracchi della letteratura tedesca



(Articolo uscito su La Repubblica, 04/04/13)

La gobba di Oskar nel Tamburo di Latta di Günter Grass, simbolico fardello dei peccati mortali nazisti, è ancora oggi granitica e pesantissima in Germania. Non a caso, fino a poco tempo fa il governo Merkel voleva addirittura mettere fuori legge il partito di estrema destra tedesco Npd – idea poi accantonata per l’opposizione del Partito liberale, alleato della cancelliera. Ma sotto accusa per simpatie naziste o antisemite in Germania finiscono spesso anche libri e scrittori. L’ultimo spauracchio è da poco arrivato in Italia. È un romanzo e si chiama Imperium (Neri Pozza, traduzione di Alessandra Petrelli).
L’autore è lo svizzero Christian Kracht, classe ’66, scrittore tra i più rinomati della sua generazione. Il libro, dalla prosa esotica e rigogliosa che a tratti(ma solo a tratti) riecheggia Conrad e Céline, parla dell’utopia di un giovane nudista vegano di inizio XX secolo, August Engelhardt. Il protagonista, folgorato dal mito colonialista tedesco, decide di fondare una comunità romantica e pura su un’isola del Pacifico, per cibarsi esclusivamente di cocco e conquistare l’immortalità: un viaggio verso “la sua Sion”, abbozza Kracht.
Imperium è finito sotto il fuoco di virulenti critiche dopo un’aspra recensione dello Spiegel firmata Georg Diez. Secondo il giornalista, la prosa di Kracht incarna il cavallo di Troia dei neonazi tedeschi, la banalizzazione del male e delle loro nefandezze, il dandy mellifluo di violenti e xenofobi. Diez se la prende soprattutto con alcuni passaggi di Imperium, effettivamente intinto di strane allusioni, come un oscuro paragone tra il protagonista August e il “romantico” Hitler, onirici templi pagani, vigorosi inni wagneriani et alia. Tutte allusioni all’immaginario di estrema destra che Diez rintraccia anche in altri libri dello svizzero.
Appena esplosa la polemica, Kracht è stato difeso da una schiera di importanti scrittori di lingua tedesca come il Nobel austriaco Elfriede Jelinek. In effetti, nel libro il protagonista August non le manda a dire neanche ai tedeschi, bollati come “pallidi, ispidi, volgari”. E quando un nuovo adepto tedesco violenta un giovane indigeno dell’isola, suo fedele aiutante, August non esita a ucciderlo per vendicare la povera vittima.
Il vero problema, tuttavia, sorge se Imperium viene contestualizzato in alcuni inquietanti aspetti della vita del suo autore. Kracht viene spesso accusato di dare adito a teorie razziste e ariane per uno specifico peccato originale, ossia alcune sue conversazioni e scambi di email con David Woodard, un controverso artista americano, dove i due apprezzano alcuni aspetti dei movimenti estremisti e l’utopica colonia ariana di Nueva Germania, fondata nel 1887 in Paraguay da Bernhard Förster, cognato di Nietzsche. Idee dalle quali l’oscuro Kracht è sempre rimasto pericolosamente affascinato, almeno dal punto di vista letterario e narrativo.
Ma Kracht non è il solo a ridestare gli spettri più agghiaccianti dei tedeschi. L’ultimo caso che ha fatto molto scalpore è un romanzo goliardico di Timur Vermes, Er st wieder da, ovvero Lui è tornato. “Lui” non è altri che Adolf Hitler. Che, come aveva già immaginato Walter Moers, rinasce nel futuro (qui nel 2011), diventando, seppur goffamente, un idolo su You-Tube, pronto a riprendersi la Germania. Satira divertente o mostruoso azzardo? Spiegel e Süddeutsche Zeitung hanno criticato severamente il romanzo per la sua sconsiderata spensieratezza nel riesumare Hitler. In passato diversi artisti, da Lubitsch a Levy con i loro film, hanno ironizzato sul Führer, spesso attirando critiche. Hirschbiegel, invece, era stato accusato di ritrarre un Hitler troppo umano in La Caduta. Fatto sta che Lui è tornato, dopo la sua uscita a fine 2012, è diventato subito un bestseller, con oltre 400mila copie già vendute in Germania e traduzione in quasi 30 lingue (in Italia uscirà prossimamente per Bompiani).
Solo qualche anno fa la Germania (dove tra l’altro dal 2015 potrebbe cadere anche il divieto di pubblicazione del Mein Kampf) era già stata terrorizzata dal ciclone Thilo Sarrazin, l’ex economista della Bundesbank in quota Spd (centrosinistra) e autore dell’esplosivo saggio La Germania si distrugge da sola, accusato di antisemitismo e xenofobia per i suoi duri attacchi agli immigrati, specialmente musulmani, che per l’autore rappresenterebbero un insopportabile fardello sociale ed economico.
In scia a Sarrazin, qualche mese fa, un altro socialdemocratico da tempo scettico verso il multiculturalismo, Heinz Buschkowsky, ha scosso molti con il libro Neukölln è dappertutto, secondo cui molti figli degli immigrati residenti nel quartiere di Berlino che lui amministra sarebbero pigri. E persino un editorialista dello Spiegel, Jakob Augstein, è stato recentemente inserito dal centro Wiesenthal tra i peggiori antisemiti viventi per le sue critiche a Israele (come “Gaza è un lager”). Israele che a sua volta ha bollato come persona non grata Grass per alcuni recenti versetti al vetriolo contro la politica estera dello Stato ebraico. Quel Grass che solo qualche anno fa ha scioccato il Paese confessando un passato tra le SS.
Anche per questo in Germania ora c’è la corsa al politically correct nei libri. E come con Mark Twain in America, si è iniziato a “purificare” famosi racconti per bambini da termini “poco multiculturali”. Lo scorso gennaio è accaduto a La piccola strega di Otfried Preussler, scritto nel 1957. Nell’originale c’erano termini scomodi, vedi “negro”. Ora non più. La decisione ha scatenato un putiferio sulla libertà di espressione in Germania, nonostante la revisione della Piccola strega fosse stata accordata con lo stesso Preussler. Che, ironia della sorte, è morto pochi giorni dopo.

Antonello Guerrera

********* IL LIBRO Imperium di Christian Kracht (Neri Pozza pagg. 192 euro 16)

Tuesday, April 2, 2013

Rassegna internazionale (cose di esteri) 02/04/13


Sette pezzi di cose estere oggi che dovreste leggere.

1) "La maledizione dei Navy Seals, decimata la squadra dei killer di Osama" su La Repubblica. Vittorio Zucconi racconta le continue morti, accidentali e per alcuni misteriose, dei componenti del corpo speciale americano che uccise Bin laden in Pakistan. 


2) "Hamas nomina il nuovo capo nel mezzo di una guerra contro l'Egitto" su Il Foglio. Daniele Raineri spiega le elezioni interne segrete del gruppo palestinese per eleggere il nuovo capo, ossia nuovamente Khaled Meshaal (come Raineri riesce ad anticipare, perché la conferma ufficiale è arrivata solo a tarda notte) e i rapporti ancora difficili con l'Egitto di Morsi e dei Fratelli Musulmani, nonostante premesse (e speranze) di ben altro tipo. 


3) "Cambiano molte cose nel Regno Unito" su Il Post. Lunedì sono entrate in vigore riforme che modificano radicalmente il welfare: si spenderà meno e meglio, dicono i conservatori al governo. I laburisti invece sono molto critici (anche se recentemente hanno lanciato pure loro proposte in tal senso, soprattutto nei confronti dei lavoratori stranieri).


4) "Gli errori pericolosi di Cina e Stati Uniti" su Il Sole 24 Ore. Pezzo di Alberto Negri sulla crisi coreana, in questi ultimi giorni sempre più tesa. Scrive Negri che la Corea del Nord è sì imprevedibile e pericolosa, ma la Cina non riesce più a controllarla. Mentre gli Stati Uniti e la Corea del Sud non hanno saputo parlare a Pyongyang (su questo non sono d'accordo, ma va beh). 


5) "Gaza: la didattica di Hamas: sessi separati nelle scuole" su Il Corriere della Sera. Elisabetta Rosaspina racconta la nuova proposta di Hamas a Gaza, ossia far chiudere le ultime scuole "miste" rimaste, anche quelle non musulmane. 


6) "Teheran, voglia di normalità" su La Stampa. Roberto Toscano introduce le prossime elezioni presidenziali iraniane, previste il 14 giugno prossimo e fa il punto sugli scenari, politici ed economici, del dopo Ahmadinejad.


7) E, sempre su Teheran, "Il compromesso necessario con l'Iran" su Il Sole 24 Ore. Perché, secondo Gary Sick, l'Occidente dovrebbe accettare il nucleare civile di Teheran in cambio di ispezioni e vincoli sull'uranio. 


Farewell. 

Monday, April 1, 2013

Una buona legge elettorale forse ce l'abbiamo già


Una buona legge elettorale in Italia, o almeno una sua bozza, ce l'abbiamo già.
È quella per comuni con più di 15mila abitanti (seppur con qualche riserva e doverosa modifica).
E potrebbe essere un'ottima base per le elezioni nazionali, perché, tra le altre cose:

- Con il ballottaggio si riuscirebbe a governare anche un Paese spaccato in 4 come l'Italia.
- Ci sarebbe un vincitore vero (cosa molto rara in Italia) e legittimato dalla maggioranza degli italiani al ballottaggio.
- È una legge che darebbe stabilità. Se modificata intelligentemente, senza voti disgiunti o affini, la coalizione (o il partito) che vince, ma solo al secondo turno o al primo con 50%+1 dei voti, prenderebbe il 60% dei seggi (il restante 40% viene diviso proporzionalmente tra i restanti partiti, come avviene nei comuni, anche se con dinamiche diverse).
- È la legge migliore per bloccare gli estremismi distruttivi (vedi in Francia, dove c'è un sistema simile, anche se presidenziale).

Dunque, domanda. Perché non riciclare questa legge elettorale a livello nazionale?

Thursday, January 5, 2012

Don't miss this piece, 05/01/2012


I sette pezzi di cose estere oggi che dovreste leggere.

1)“Una sfida lacerante tra le due anime dei conservatori”. Dopo la vittoria risicata di Romney in Iowa, Mario Platero sul Sole 24 Ore analizza una cosa risaputa da tempo, ma con buoni approfondimenti soprattutto alla luce della prima fermata delle primarie, ossia le profonde divisioni all’interno dei conservatori, difficilmente sanabili prima delle presidenziali 2012. Sulla stessa linea Massimo Gaggi sul Corriere con “Pragmatici contro ideologici. La destra Usa si è spaccata”.

2)“Giochi di guerra. La Cina sfodera il missile ‘killer delle portaerei’”. Il corrispondente dalla Cina del Corriere della Sera, Marco del Corona, parla del Dongfeng 21D, il missile balistico in grado di colpire un obiettivo in navigazione, che potrebbe rivelarsi una spina nel fianco della flotta Usa nel Pacifico. Segno della militarizzazione sempre più marcata della Cina nel Pacifico, dopo la prima portaerei Varyag, lanciata recentemente.

3)“In Pakistan guerra intestina tra Talebani”, scrive Alessandro Speciale sul Riformista. Premessa: in Pakistan la situazione è da parecchi mesi ormai sul punto di esplosione, tanto che oramai si parla di “dialogo” pure per i taliban pachistani, oltre a quelli afgani. Ora però c’è la guerra tra talebani stessi. Anche questa una notizia non nuovissima, ma comunque ben analizzata da Speciale: “Scontri tra fazioni e con l'esercito di Islamabad. La popolazione civile insorge. Il Mullah Omar cerca la riunificazione chiamando alle amai contro la Nato”.

4)“L'altra Africa, il Continente della speranza”. L’inchiesta del sempre puntuale Pietro Veronese su Repubblica sulla crescita del Continente Nero, nonostante guerre, soprusi e carestie. Anche questa notizia risaputa, ma Veronese la spiega bene: “Più mercato, più banche, più ricchezza. E un Pil destinato ad aumentane del 5,8%nel 2012. È l'altra faccia del continente nero”.

5)“Sanzioni all'Iran. Ora la Ue discute lo stop al petrolio”. Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera anticipa una mossa già discussa negli ultimi mesi, ormai rimasto l’unico appiglio per Teheran, perché il resto sembra andare tutto a rotoli, compresa una marcata svalutazione della valuta. Avvertenza: pezzo poco di analisi, molto news con una spruzzata di diplomazia.

6)“Ecco quanto costa l'apertura di Obama a fratellanza e talebani” di Daniele Raineri sul Foglio. Pezzo a tratti un po’ troppo volatile, forse tagliato decisamente rispetto all’originale, ma comunque interessante, almeno nella sua prima parte.

Buona lettura.

Wednesday, January 4, 2012

Don't miss this piece, 04/01/2012


I migliori sette pezzi + 1 di oggi. Not necessarily in that order, though...

1) “L'Olanda 'spia' i confini” di Marco Zatterin sulla Stampa. Dopo il recente strappo della Danimarca, poi rientrato, Amsterdam utilizza telecamere per controllare le targhe degli stranieri, a causa delle pressioni del leader populista e xenofobo Geert Wilders, fondamentale per la tenuta dell’attuale governo. Malumori a Bruxelles: mette a rischio Schengen.

2) “Europa, migliora l'economia reale. E i mercati vedono primi spiragli”. Nonostante le parole di Juncker di qualche minuto fa che parla di recessione generalizzata in Europa, Federico Sarcina sul Corriere analizza la situazione economica del vecchio continente. In salita l'indice manifatturiero, in Germania occupazione record. “Questa fotografia sembra confermare il divaricamento tra le ‘due Europe’”, dice. A questo proposito, leggere oggi l’ottima analisi Martin Wolf sul Sole 24 Ore: “Troppo rigore uccide la crescita”. Inoltre, da segnalare "Il patto salva-euro a termine. Avrà una scadenza di 5 anni", ancora Marco Zatterin, sulla Stampa. Il documento riservato di Barroso ai 26 Stati Ue: difendiamo lo spirito comunitario. L’Europa vuole imporre una scadenza al “fiscal compact”, come lo yogurt.

3) “Perché il caso siriano è diverso da quello libico”. Sergio Romano sul Corriere della Sera cerca di rispondere a chi dice che “della Siria non ce ne frega niente perché non c’è il petrolio”.

4) “Bali, l'Islam conquista l'isola paradiso - L'ombra della sharia sul paradiso dei turisti” di Raimondo Bultrini su Repubblica. Nazionalisti in allarme nell'enclave hindu dell'Indonesia: l'immigrazione sta cambiando volto e tradizioni dell'isola. 1200 nuove moschee a ridosso dei resort e una penetrazione capillare di capitali wahabiti nelle imprese locali. "Appena diventeranno forti abbastanza tenteranno di imporre loro leggi", dicono dall'isola.

5) Nella caterva di pezzi sull’Ungheria, sorvolando sulla cronaca, da leggere Bruno Ventavoli su La Stampa: “Il morbo antico che avvelena l’Ungheria”, pezzo apparentemente laterale ma di valore.

6) “Sahel, dramma annunciato”, ma di cui si parla pochissimo. Quasi 7 milioni di persone stanno affrontando una gravissima crisi alimentare. Le Ong: si intervenga al più presto o sarà una catastrofe. La regione è sull’orlo della tragedia. Alti prezzi, malnutrizione e malattie un mix micidiale. Il Niger sarà il primo Paese colpito. Matteo Fraschini Koffi su Avvenire.

Buona lettura.

Tuesday, January 3, 2012

Don't miss this piece, 03/01/2012


Da oggi inauguro questa seriosa rassegna stampa sui migliori articoli italiani su cose estere. Spero vi piaccia e che soprattutto vi sia utile.

1) "Sud Sudan, una mucca riaccende la guerra tribale" di Domenico Quirico su La Stampa. Articolo interessante perché spiega dinamiche poco conosciute, o a volte poco approfondite, dei problemi di Sudan e Sud Sudan. Uno di questi sono proprio le tribù al confine: alcune sono in territorio del Sudan e vorrebbero far parte del Sud Sudan, altre viceversa. E poi ci sono le guerre tra tribù per il bestiame, da innumerevoli anni, come quella tra Murle e Nuer.

2) "Il deficit spagnolo supera l'8 per cento". Luca Veronese su Il Sole 24 Ore riprende l'allarme del ministro dell'economia Luis de Guindos: la Spagna potrebbe sforare addirittura l'8 per cento del rapporto deficit/pil. Come ricorderete, l'obiettivo di Madrid era quello del 6 per cento. Inoltre, il neo premier Mariano Rajoy ha recentemente annunciato nuove tasse, mentre fino a qualche giorno prima aveva smentito categoricamente nuove imposte. Insomma, un altro Paese da tenere sotto controllo e bene fa Veronese ad analizzare la situazione.

3) Ancora Africa, stavolta Nigeria, dove la setta islamica Boko Haram ha lanciato un ultimatum ai cristiani del nord del Paese (a prevalenza musulmana). L'articolo titolato in prima "Folle diktat ai cristiani" è di Matteo Fraschini Koffi su Avvenire di oggi. Certo, la questione è religiosa (in Nigeria i contrasti tra musulmani e cristiani sono di lunga data), ma anche politica. "Qualcuno vuole far cadere il presidente Jonathan", che, seppur cristiano, da molti viene accusato di inefficienza nel proteggere i cristiani del nord.

4) "Gli scioperi operai che piegano Deng". Il Manifesto pubblica un reportage di Michelangelo Cocco dalla provincia cinese del Guangdong, la regione più industrializzata della Cina, dove il movimento operaio comincia a organizzarsi e gli scioperi spaventano la Cina. Cocco va sul posto, incontra i lavoratori e spiega le loro strategie mentre il modello produttivo cinese appare sempre più inadeguato. Dopo l'assedio di Wukan, un altro capitolo della Cina che vuole cambiare.

5) Sulla crisi iraniana. Da leggere "Un'escalation dettata dai timori del greggio" di Alberto Negri sul Sole 24 Ore sull'ultimo appiglio della Repubblica islamica (il petrolio, di qui Hormuz), poi "Il conto alla rovescia e i duellanti di Teheran" di Franco Venturini, sul Corriere della Sera, sulla risaputa guerra interna tra i conservatori di Ahmadinejad e gli ultraconservatori di Khamenei alla luce degli ultimi sviluppi, e, infine, "Crisi, sanzioni e minacce: il regime si agita ma ha paura del voto di marzo" di Siavush Randjbar-Daemi su Europa che anticipa e spiega in maniera chiara e precisa il significato e lo scenario delle elezioni parlamentari iraniane del prossimo 3 marzo.

Buona lettura.


Wednesday, October 19, 2011

"Agnelli scarica Del Piero", tanto rumore per nulla, anzi per poco


Il putiferio che si è creato dopo l’annuncio dell’addio alla Juventus di Alessandro Del Piero da parte del presidente Andrea Agnelli è francamente incomprensibile. Era una mossa preventivata e decisa in accordo con il capitano della Juventus, ha dichiarato successivamente Agnelli. Non c’è la certezza assoluta su queste affermazioni (Del Piero non ha ancora parlato). E certo, per quanto riguarda la questione del futuro posto da dirigente per Del Piero, la situazione non è chiarissima. Ma ciò che conta oggi è un’altra: che Del Piero avrebbe lasciato la Juventus alla fine di quest'anno era ri e strasaputo da mesi, anni.

In sintesi, già l’anno scorso doveva essere l’ultimo da giocatore del capitano della Juventus. Poi le cose sono cambiate per vari motivi, due su tutti: la pochezza tecnica e la scarsa personalità della Juventus di Delneri abbinata alla voglia e alla forma di Del Piero; e poi l’annuncio del nuovo stadio, araldo architettonico di una nuova era e di un nuovo modo di concepire il calcio (almeno in teoria, vedi lo schiaffo a Di Vaio), per la Juve e per il calcio italiano. La nascita dello Juventus Stadium, insomma, era un evento a cui un capitano glorioso come Del Piero non poteva mancare, non per pochi mesi per giunta.

Ciononostante, l’annuncio di ieri di Agnelli non doveva dare adito al folle sensazionalismo che ha spadroneggiato nei media. Esempio negativo, in questo senso, un servizio di Premium Calcio in cui ieri si diceva: “La cosa era risaputa ma non ci si aspettava un annuncio del genere da parte del presidente”. Ma non l’ha annunciato il presidente. Il ritiro alla fine della stagione 2011/2012 Del Piero lo aveva annunciato già più di un anno fa, sul suo sito e in varie interviste, come questa a Sky (cito testualmente): “Nuovo Stadio, rivoluzione culturale. Il mio ultimo anno alla Juve sarà vincente, non vedo alternative”. Dunque, dove sta il problema, anzi la notizia? Boh. Anche il direttore di Tuttosport De Paola ha scritto un editoriale su questa vicenda abbastanza surreale, che i maligni vedono come atta a destabilizzare l'ambiente.

L'unica cosa che si può rimproverare ad Agnelli è quella di aver anticipato Del Piero nel "confermare" o "reiterare" l'addio alla Juventus, forse per non essere messo alle spalle al muro da eventuali mosse a sorpresa del capitano (come il video dell'anno passato che, si dice, fece infuriare il presidente). Ma questa è un'altra storia che dipenderà unicamente dal rendimento di Del Piero in questo campionato. Se Del Piero e l'amico e compagno di mille vittorie Antonio Conte penseranno che sia giusto continuare ancora per un altro anno, anche il presidente Agnelli dovrà piegarsi al loro volere.

Saturday, August 20, 2011

"La sinistra ha abbandonato la gente" - Intervista a Per Petterson



Dopo lo straordinario “Fuori a rubar cavalli” (ed. Guanda), con il quale ha vinto l’Impac Prize 2007, sbaragliando Foer, McCarthy, Rushdie e Coetzee, lo scrittore norvegese Per Petterson ritorna nelle librerie italiane con il romanzo “I luoghi più lontani” (Guanda, 236 pp., euro 16,50). Un’opera di caratura e scrittura sopraffina, come Petterson ha già abituato i suoi lettori, seppur a tratti lentissima, straniante. Come in “Fuori a rubar cavalli”, anche qui l’azione si svolge in una glaciale, tragica famiglia nordica. Protagonista una bimba senza nome che sogna di andare a vivere in Siberia e che diventerà, tra peripezie, delusioni e abbaglianti flashback, una donna forte, indipendente. Ma anche cinica, fredda, a tratti imperscrutabile, gelidamente misteriosa.

Signor Petterson, quanta autobiografia c’è in “I luoghi più lontani”?

Non lo definirei un libro autobiografico. “I luoghi più lontani” è vagamente ispirato alla vita di mia madre, ma lei raramente mi parlava della sua gioventù. Perciò direi che “I luoghi più lontani” è un reinvenzione della vita di mia madre e, dunque, pura finzione.

Il personaggio principale non ha un nome, i suoi sogni vengono presto infranti, rimane incinta ma suo figlio non ha un padre. Perché? La “Zeit” l’ha definita un’eroina. Ma non è anche una vittima del mondo in cui vive?

Io credo sia un’eroina, senza dubbio. Dimostra di essere sempre se stessa, una donna indipendente, anche se non ha un nome, perché sinceramente non sono riuscito a darglielo. Ma certo, è anche una vittima della storia. Ma chi non lo è? All’epoca la condizione sociale delle donne non era certo delle migliori. Ma questo non vuol dire sia una vittima, perché altrimenti sarebbe come privarla della sua immensa dignità.

Quanto è difficile per uno scrittore scrivere da un punto di vista femminile?

In un certo senso, non mi è stato per nulla difficile. Certo, all’inizio ero un po’ nervoso e ho pensato di studiare i comportamenti delle mie figlie prima di mettermi a scrivere. Ma così non mi sentivo a mio agio. Allora mi son detto: “Sii un donna!”, con il seno e tutte le sue forme. Ci ho messo tre anni a scrivere questo libro e, in gran parte di quel periodo, mi sono sentito androgino.

In questo libro, ma anche in “Fuori a rubar cavalli”, lei è stato paragonato a Coetzee. È d’accordo?

Coetzee mi piace un sacco, ho letto tutto di lui e mi ha insegnato una massima che applico sempre per scrivere, ossia: “Pensa sempre a soffrire!”. Ma, almeno per “I luoghi più lontani” non c’è la sua influenza, né quella di altri scrittori. Lo sento solo mio.

In “I luoghi più lontani”, la Norvegia a un certo punto viene definita un paese “pieno di comunisti”. Lei è uno scrittore norvegese notoriamente di sinistra. Come giudica l’ascesa dei partiti di ultradestra in Norvegia e in Europa? Perché la sinistra arranca?

Sono convintamente di sinistra, mi definisco uno scrittore della working class, è da lì che provengo. Ma certo i partiti di destra hanno guadagnato terreno perché la socialdemocrazia europea non ascolta più i bisogni reali della gente, né condivide le sue gioie e paure. Al contrario, prende sempre più le distanze dal popolo.

Lei spesso ha scritto dell’invasione nazista nel Nord Europa, in “Fuori a rubar cavalli” e ora anche in “I luoghi più lontani”, stavolta comparando le allora reazioni antihitleriane di Norvegia e Danimarca. Perché?

A me non piace scrivere di guerra. È solo che, uno della mia generazione (sono nato nel 1952) è cresciuto con genitori segnati dalla guerra, quindi per forza di cose è un tema che ritorna costantemente nei figli. I norvegesi hanno provato a resistere per qualche tempo contro i nazisti. Invece, i danesi, almeno inizialmente, si piegarono subito all’aggressore. In Norvegia dobbiamo ringraziare re Haakon VII, figura fondamentale durante la guerra: resistette fino alla fine a fianco al suo popolo. Non a caso, è stato l’unico re “eletto” nella storia d’Europa nel 1905.

Lei è un uomo di sinistra. È però anche un grande ammiratore di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, ma anche rinomato filonazista. Lei come fa ad ammirarlo, nonostante tutto?

Hamsun donò la sua medaglia del Nobel a Goebbels, scrisse il necrologio di Hitler, è stato una vergogna per tutti noi. Ma, allo stesso modo, non c’è dubbio che sia stato il più grande scrittore del mio paese. Che fare quindi? È un problema tutto norvegese che non possiamo risolvere e che, in fin dei conti, non dovremmo sforzarci di risolvere.

Secondo lei, le recenti stragi di Oslo e dell’isola di Utøya sono semplicemente opera di un folle come Anders Breivik o la colpa è anche di quei partiti ultrapopulisti che per anni hanno inculcato nelle persone una politica evidentemente intollerante?

Breivik non è un folle. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto lucidamente. Ma sarebbe ingiusto dire che c’è un filo diretto tra le sue azioni e l’ideologia di certi partiti, anche quelli norvegesi. Tuttavia, la melma ideologica in cui ha sguazzato Breivik è stata sicuramente preparata dalla demagogia di questi partiti.

Lei crede nel multiculturalismo in Norvegia? Qualche settimana fa, un articolo del New York Times diceva che a Oslo non c’è integrazione e cioè che gli immigrati nel suo paese “rappresentano una ‘sfida’ all’omogeneità culturale e religiosa norvegesi”.

Certo che si tratta di una sfida, come per ogni stato europeo. Ma credo che l’omogeneità culturale sia un concetto fuori moda. Multiculturalismo? Che significa? Se con questo si intende una nazione formata da tanti piccoli staterelli a seconda delle diverse culture, allora mi sembra una brutta idea. C’è uno stato norvegese, una lingua norvegese, una classe politica norvegese, un codice penale norvegese, punto. Con questo non voglio dire che gli immigrati non possano conservare le proprie tradizioni, lingua, religione, eccetera. Ma devono rispettare le nostre leggi.

Dopo la strage di Breivik, il premier norvegese Stoltenberg ha dichiarato che la Norvegia supererà la tragedia con ancora più democrazia e libertà. Quanto è cambiato il suo paese dopo quel tragico 22 luglio 2011?

La Norvegia è sicuramente cambiata, ma non so di quanto. Di certo, non tornerà sui suoi passi. Certo, il terrorismo può e deve essere combattuto con più democrazia. Mentre il mondo ora ci vuole più restrittivi e meno liberali. Ma il nostro futuro lo decideremo noi.

Crede che 21 anni di galera, il massimo della pena secondo il codice penale norvegese, siano sufficienti per un terrorista come Breivik?

Non spetta a me dirlo. Noi crediamo in un sistema liberale. E sicuramente, a questo proposito, ora non prenderei decisioni avventate, se fossi un politico. Ma, per fortuna, sono solo uno scrittore.

Da Il Riformista, 17/08/2011

Sunday, August 14, 2011

La rivoluzione dei tamarri


UK RIOTS. I giornali non ne parlano, ma blogger e commenti agli articoli accusano: "Sono stati i chavs a devastare le nostre comunità". Storia di coatti oltremanica, in una terra da sempre chioccia di "giovani arrabbiati".

Era il 2009 quando un sondaggio della società Lactofree impilò in una classifica le cento cose che più irritano i britannici. Superando “pestare una cacca di cane”, “connessione Internet lenta” e “addetti stranieri ai call center”, sul podio arrivarono: “le persone che puzzano”, i “tailgater”, e cioè coloro che ti tamponano perché non rispettano la distanza di sicurezza e, medaglia d’oro, i “chav”. Lactofree sentenziò a caldo: “Questo sondaggio mostra la nazione intollerante che siamo”.

Il 4 agosto 2011, dopo l’uccisione del 29enne Mark Duggan nel distretto di Tottenham a Londra, è esplosa in Gran Bretagna, abbagliata dai sanguinosi flashback di Brixton (e, in parte, di Oldham e Bradford), una rivolta giovanile e ultranichilista, all’inizio perpetrata principalmente dalla comunità nera solidale con Duggan - lo dimostrano i primi video e foto segnaletiche diffuse dalla polizia. Poi però, giorno dopo giorno, si sono visti tra i “riots” sempre più ragazzini bianchi. Tutti erano vestiti allo stesso modo: tuta, scarpe da ginnastica e “hoodie” (le felpe con cappuccio). Tutti dilaniavano negozi e sgraffignavano scarpe, vestiti, stereo, bottiglie di vodka e vino bianco. I quotidiani, pure i tabloid più beceri, si sono sforzati nel non dare ai vandali appellativi politicamente scorretti. Sui blog e negli stessi commenti online agli articoli, invece, quei teppisti sono stati subito denominati “chav”: subito si sono moltiplicate scritte come “rieccoli”, “Chavapocalypse”, “Primavera chav”, “Rivolta chav” e più aspri “basta con la feccia chav”, “i chav fanno schifo”.

I “chav” sono innanzitutto i “tamarri” del Regno Unito. Vestono immancabili tute di marca (spesso taroccate), scarpe da ginnastica bianche, hoodie. E poi, dipende dai gusti, bracciali, catenine, catenone, cappelli da baseball o, addirittura, indumenti stile “tartar” o “Burberry” - che negli anni Zero ha fatto carte false per dissociare il proprio nome dai suoi numerosissimi clienti chavs. Di norma, ascoltano rap e hip-hop. In tv, guardano reality show e Grande fratello.

Per il resto, i chav in Inghilterra sono considerati i figli minori degli hooligan e della working class più disagiata. Hanno vari nomi a seconda delle città (“scallie”, “schemie”, “townie” e via dicendo) e repliche simili in Irlanda (“skanger”), Scozia (i terribili “N.e.d”, ossia “non educated delinquents”), Irlanda del Nord (“spide”), Russia (“gopnik”), Polonia (“dres”). Oltremanica, sono minorenni notoriamente villani. O, nel peggiore dei casi, violenti, alcolizzati, drogati. Insomma, inquietanti paladini dei “comportamenti antisociali” e/o della delinquenza minorile, piaga delle periferie industriali britanniche da tempi immemori, dai romanzi di Charles Dickens ai drughi violent-chic di “Arancia Meccanica”, dall’underground frantumato di “Niente per bocca” di Gary Oldman alle ultime, folli estati inglesi, insanguinate da accoltellamenti tra giovanissimi. I chav/ned/scallie vengono spesso identificati come ragazzini problematici, rissosi, prevalentemente di carnagione chiara. Da ostici ventriloqui quali spesso sono, parlano uno slang criptico, così maciullato da essere incomprensibile al di fuori dell’eventuale gang a cui appartengono. Per fermarli, Tony Blair nel 1998 si inventò gli “Antisocial behaviour orders” (Asbo) contro furtarelli, schiamazzi, atti vandalici e violenze varie sul suolo brit.

Ciononostante, la Gran Bretagna, più che di indignati, è stata sempre chioccia di giovani arrabbiati, vedi lo straordinario movimento letterario degli “Angry Young Men”, scatenato negli anni Cinquanta da Alan Sillitoe, Kingsley Amis e dal primo Harold Pinter, che esecrava ogni autoritarismo e convenzione sociale per non morire in una nazione “drogata di tè e aspirine”. È la patria del punk e dei Sex Pistols, lontani parenti anarco-nichilisti degli attuali riot, che qualcuno ha addirittura paragonato alla rivolta dei contadini dell’Essex del 1381 e che altri avevano in un certo senso già profetizzato: il sito www.chavtowns.co.uk, per esempio, include da tempo un’analisi semiseria delle dieci comunità britanniche più “infestate da chav”. Sarà un caso, ma in sette di queste dieci località sono scoppiati, in questi giorni, disordini: Hull, Bradford, Croyford, Hackney, Salford, “Barking-Dagenham” e, ovviamente, Tottenham.

Tuttavia, nonostante parte della società britannica ora li accusi di aver devastato interi quartieri, il termine “chav” (la cui etimologia più veritiera lo fa risalire al romani “chavi”, “bambino”, simile allo spagnolo “chaval”) ha da tempo innescato una feroce diatriba socioculturale. “Chav”, infatti, ha anche un significato più ampio, ossia “poveraccio” o “figlio della working class” ed è stato spesso usato dai tabloid brit per ex ragazzacci diventati vip come Wayne Rooney. Ma per i più intransigenti, vedi la Fabian society, il suo uso è considerato “snob e decisamente offensivo nei confronti delle classi lavoratrici”. A questo proposito, solo qualche mese fa aveva fatto scalpore in Gran Bretagna l’uscita del libro Chavs: the Demonization of the Working-Class (ed. Verso) di Owen Jones, che sottolinea come la società britannica sia diventata negli anni sempre più classista e ghettizzata. A fare le spese di questa ruggine sociale “made in Thatcher”, secondo Jones, è stata la working-class, mai così vituperata e disprezzata come oggi.

Eppure, già nel 2009, uno studio dell’Associazione degli insegnanti evidenziava come la società britannica covasse un “massiccio numero di überchavs”, ossia schiere di nullafacenti, indifferenti a ogni stimolo educazionale o professionale. Insomma, una minaccia sociale. La storia oggi si ripete ma si corona di violenze inaudite e va oltre ogni rivendicazione/giustificazione ideologica. Certo, persiste un sostrato di questione etnica. Ma i problemi dei violenti e dei chav più efferati, sono principalmente due: un consumismo vissuto in maniera sfrenata e allucinata, come in questi giorni ha giustamente sottolineato Zygmunt Bauman e che, come rimarcava molti anni fa Jean Baudrillard, tramite la pubblicità impone un mondo fittizio e dunque una pericolosa disconnessione del mondo reale. E poi la debolezza dei genitori e dell’educazione familiare, vedi l’acuto editoriale di Paolo di Stefano sul “Corriere della Sera” di venerdì scorso.

Ma questo non significa giustificarli. I colpevoli sono indubbiamente “teppisti”, come ha detto Cameron, clamorosamente paragonato giovedì scorso dal “Fatto quotidiano” a Mubarak e Gheddafi proprio per questo suo appellativo. Ma gli oppositori di Mubarak e Gheddafi lottano per la libertà. I vandali e i chav più violenti, invece, per il nichilismo e “l’anarchia nel Regno Unito”, come già cantavano i Sex Pistols nel 1976: “Non so cosa voglio, ma so come prendermelo, voglio distruggere il passante”, per poi profetizzare: “Il tuo sogno futuro sarà quello di fare la spesa”. Una spesa più anarchica che proletaria e che ha risparmiato le librerie, gli unici negozi rimasti intatti al passaggio degli ultimi “riot” d’Inghilterra. Il motto “Education, education, education” di Tony Blair è rimasto miseramente inascoltato.

Wednesday, May 18, 2011

Perché anche l'Irlanda canta "God Save the Queen" - Intervista a Colm Tóibín



L’ultimo monarca di Londra in visita a Dublino era stato il nonno dell’attuale Regina, Giorgio V. Correva l’anno 1911 e l’Irlanda non aveva certo dimenticato le terribili carestie del 1845 che la regina Vittoria aveva snobbato. Eppure gli annali recitano che «una folla calorosa di irlandesi» accolse Giorgio V, il quale si au- gurò di essere presto emulato dal suo successore. Il XX secolo andò in modo diverso. E undici anni dopo - quasi tre dei quali di guerra - nasceva lo Stato libero d’Irlanda, ma senza le sei contee settentrionali. La calorosa e accogliente Ir- landa non si è però smentita con la visita di Elisabetta II. Visti gli ultimi rigurgiti dell’Ira, anche giornali populisti come Irish Independent e Herald hanno tenuto un profilo molto istituzionale. E i politici locali hanno tessuto ogni lode possibile alla Regina, tra questi persino l’ex acerrimo nemico Gerry Adams. I manife- stanti anti-Regina ieri sono stati poche decine. Il fascino della Co- rona è sempre vivo in Irlanda. E l’ultimo sondaggio dell’Irish Independent dava l’80 per cento dei cittadini favorevole alla visi ta di Elisabetta II.

Certo, non sono mancate le voci fuori dal coro, come quelle dei repubblicani più oltranzisti o di supervip come l’ex leader degli Smiths, Morrissey, nato a Manchester ma di genitori irlandesi, che su Hot Press ha dilania- to la Regina e la monarchia bri- tannica, in quanto «antidemocra- tica» e «fascista». Le note di God Save the Queen nel Garden of Remem- brance di Dublino, che comme- mora gli irlandesi caduti per ro- vesciare proprio il nonno di Eli- sabetta II, sono un affronto per i più intransigenti. Così come la Regina in visita al Croke Park di Dublino, lo stadio dove ebbe luo- go il massacro del Bloody Sun- day del 1920. «Ma pure lì ha già risuonato God Save The Queen e io c’ero: Irlanda-Inghilterra, Cinque Na- zioni di rugby 2007. Ma nessuno se lo ricorda», commenta al Riformista Colm Tóibín, uno de- gli scrittori irlandesi più famosi e apprezzati in Gran Bretagna e nel mondo, autore dell’ultimo ro- manzo Brooklyn(ed. Bompiani). Tóibín, che è cresciuto in una fa- miglia protestante nel cattolico sud dell’isola e aveva un nonno nell’Ira, si dice «entusiasta della visita di Elisabetta in Irlanda, ma anche un po’ triste, perché tutto questo sarebbe potuto avvenire molti anni fa. Sa, gli irlandesi so- no tremendamente simili agli in- glesi. Io stesso, irlandese, ho pub- blicato i miei libri a Londra prima

che a Dublino. Ma va bene così: la storia è affascinante perché ci sorprende sempre». Sulla questione Ulster, Tóibín dice che gli accordi del Venerdì Santo sono oramai una pietra mi- liare per l’intera popolazione: «Il 99 per cento degli irlandesi prova disgusto nei confronti degli ulti- mi atti di terrorismo in Irlanda del Nord. Anche i cattolici hanno ac- cettato la pace, entrando sempre più nelle forze dell’ordine di Bel- fast nonostante le intimidazioni. I terroristi hanno perso». E di suo nonno, militante del- l’Ira, ha un ricordo preciso: «Quello per cui ha combattuto, ossia un’Irlanda libera e indipen- dente, oggi esiste. E io sono fie- ro di essere nato in questo Stato. Il resto non conta». Così i “porci” irlandesi nell’Inghilterra degli an- ni 60, il silenzio di Elisabetta sul mortale sciopero della fame di Bobby Sands, le pungenti ironie del figlio Carlo sui devoti di San Patrizio, oggi contano molto me- no. Del resto, in un momento co- sì arduo per l’economia irlande- se, la visita di Elisabetta II, che pure è costata 30 milioni di euro in sicurezza, sarà, con quella im- minente di Obama, «un grande stimolo per il turismo e per l’eco- nomia», assicurano gli enti turi- stici irlandesi. Insomma, Dio sal- vi la Regina, da oggi anche in Ir- landa.