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Thursday, December 2, 2010

Era solo un suicidio e non un manifesto


«Rispettare la sua volontà». Basterebbero le quattro sagge parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano alla camera ardente di Mario Monicelli, per abortire questo articolo. E invece siamo costretti a parlare della bagarre che si è ieri consumata tra i seggi di un’altra Camera, quella degli “onorevoli” deputati. Dove si è usurpato il mitologico ricordo di Monicelli per parlare pubblicamente di “dolce morte”. La miccia l’ha accesa Umberto Veronesi al Mattino di ieri: «Con l’eutanasia avrebbe fatto una fine più dignitosa». A ruota sono seguite le dichiarazioni di Rita Bernardini (Radicali) e Paola Binetti (Udc). La prima invocava una riflessione sulla dolce morte di cui il Maestro suicida non avrebbe potuto godere. La seconda ha spiegato l’estremo gesto col fatto che «era stato lasciato solo dai familiari». Si sbagliavano, e non di poco, entrambe.
Monicelli non era stato abbandonato dai suoi cari. Monicelli voleva semplicemente stare da solo: «La solitudine è importante, serve a ragionare, a non stare in superficie», dichiarava. Sebbene in passato si sia mostrato sensibile al tema dell’eutanasia, non voleva certo invocarla pubblicamente con quel salto nel vuoto. Né lo ha lasciato intendere: nessun biglietto, nessun appello precedente, niente. Ma purtroppo di questi tempi si strumentalizza anche la morte, e si può perfino confondere l’eutanasia con il suicidio. La “avanzatissima” Olanda, dove il numero di suicidi è più alto di quello italiano pur avendo l'eutanasia, ce lo conferma. No, se Mario Monicelli ha scelto di saltare, non è stato per lanciare una proposta di legge, per farsi latore di un messaggio o per candidarsi a leggere il prossimo elenco pro-eutanasia in un programma di Fazio. Monicelli si è ucciso perché stanco della vita. Punto e basta. Senza chiedere il placet a nessuno, senza iscriversi a nessun partito, senza bisogno di una legge. Il padre della commedia all’italiana non merita davvero di diventare la mascotte di questa farsa all'italiana.

Antonello Guerrera
Il Riformista, 02/12/10

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