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Saturday, December 18, 2010

Addio Larry, e non è un funerale! Noia, melensaggine e lacrime prima dall'addio


di Antonello Guerrera
«Questo non è un funerale», implorava il comico Bill Maher, ospite allo show. Ma i calorosi appelli non hanno prosciugato la commozione che ieri notte ha colto Larry King, storico anchorman della Cnn, all’ultima puntata del suo show dopo «venticinque anni e mezzo» di onorata carriera. Cravatta rossa a pois bianchi, le solite bretelle, anch’esse scarlatte e fiammanti, il pugno di qualità sotto il mento. E un King visibilmente scosso alla sua ultima apparizione ufficiale, anche se non lascerà del tutto la Cnn, concedendosi qualche comparsata di qui alla definitiva pensione.
Ma l’ultima è stata anche una delle sue puntate più noiose, un’overdose di melensaggine. Stavolta gli illustri ospiti che King per un quarto di secolo ha scartocciato con domande secche, improvvise e anche improvvisate – non si informava più di tanto sulle sue “vittime” – hanno preso il sopravvento dello stanco padrone di casa, intavolando un tristissimo brindisi – il coretto God Bless America del sipario del Cacciatore non avrebbe sfigurato - e gli hanno tessuto le lodi più alte: da Obama a Bill Clinton, da Arnold Schwarzenegger a Donald Trump, in studio o collegamento, tutti hanno avuto adulatorio campo libero di fronte a un Larry già a mezzo servizio. Ma era anche l’ultimo giorno di scuola, e quindi tutto era concesso. Anche il deprimente lancio «è dura dirlo, ma questa è l’ultima volta». È stato lo show più difficile per Larry King, pseudonimo di Lawrence Harvey Zeiger strappato a una pubblicità “alcolica” per diventare, nomen-omen passepartout, il re dell’informazione americana. Per un addio in sensibile anticipo sulla tabella di marcia che recitava 2011 inoltrato. Gli ascolti in veemente discesa e la morsa delle schierate Msnbc e Fox News nei confronti della “troppo oggettiva” Cnn non hanno fatto altro che accelerare, freneticamente, la sua abdicazione. Prima di una caduta che sarebbe stata fin troppo vergognosa.
Purtroppo, gli ascolti del Larry King Live erano ai minimi degli ultimi 15 anni, dimezzati rispetto ai picchi del 2000. Ma questo non ha fatto dimenticare le sue 50mila interviste: la sua preferita a Muhammad Alì, quella del bacio omosex con Marlon Brando, Frank Sinatra, le 29 apparizioni di Bill Clinton, l’ultima di Sniper nel ciclone fiscale, sino alla candidatura presidenziale dell’imprenditore texano Ross Perot. Era il 1992.
Diciannove anni dopo quello scoop, gli americani della sera e i nottambuli italiani che non si accontentano delle sofisticate elegie di Enrico Ghezzi ora dovranno sorbirsi un inglese, Piers Morgan, ex direttore di News Of The Word e Mirror, conosciuto oltreoceano per il talent show America’s Got Talent. Uno straniero che molto difficilmente farà meglio di Larry. Che era inimitabile. Sempre ieri notte, in uno sketch con Fred Armisen travestito come il padrone di casa, King ha dimostrato il suo genio minimalista. «Qual è stata la domanda più importante della tua carriera?». E lui, in un raro momento gelido, «“why”, “perché”. A questa domanda l’ospite non può dire sì o no. E deve riflettere per rispondere». Semplice, no?
Il carisma, la professionalità e il suo indimenticabile volto appuntito da nerd hanno fatto il resto. Non a caso, Washington terrà uno smithsoniano spazio per il suo storico set a puntini colorati, Los Angeles gli ha già dedicato una strada – gesti apotropaici permettendo – e sempre ieri, in diretta, il governatore Schwarzenegger ha annunciato l’istituzione in California del Larry King Day, per ogni 16 dicembre di prossima ventura. Sulle note di Best is Yet to Come – “il meglio deve ancora venire” - cantata in diretta da Tony Bennett e circondato dai due figli e dalla moglie Shawn (di nuovo al suo fianco dopo il tentato suicidio per le viscide accuse di liaison di Larry con la sorella di lei), King ha ricamato così il suo sofferto commiato: «Invece di dire arrivederci, che ne dite di “quanto tempo”?». Il re che aveva reso «eccitante persino il Nafta» (copyright Katie Couric) e che aveva intervistato «tutti a parte Dio» (Tom Johnson, ex presidente Cnn dixit) era troppo stanco - e saggio, visti i tempi - per non abdicare.

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