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Sunday, August 8, 2010

Il Pulitzer che l'America non voleva pubblicare



di Antonello Guerrera

«Non me lo sarei aspettato nemmeno tra un milione di anni». Paul Harding, nonostante il fresco (e clamoroso) Pulitzer per la letteratura vinto solo due mesi fa, tiene i piedi ancorati a terra. Del resto, sino all’aprile 2010 era un (quasi) sconosciuto. Tanto che il New York Times, subito dopo l’annuncio dei vincitori del prestigioso premio americano, si è prontamente scusato con i lettori per non aver precedentemente recensito quello che sarebbe diventato l’erede di Faulkner, Roth, Updike, Bellow, Harper Lee, McCarthy, eccetera. Harding, padre di due figli, nato e cresciuto a Wenham, borgo di 4mila anime nel Massachusetts, è l’ex batterista dei Cold Water Flat, band americana dei primi anni Novanta che ha avuto quel (poco) successo che ancora oggi fa girare un paio di video su YouTube. «Oh mio Dio, non mi dica!», implora Harding nel colloquio in esclusiva con Il Riformista. Obiezione respinta. Perché ammirare su Internet un futuro Pulitzer sbarbatello, tra camicie “grunge” e musica di dubbio gusto, è un altro lato nascosto di questo outsider della letteratura americana.

Ma outsider, nonostante la sua modestia, è una parola che sta oramai stretta ad Harding. Il suo romanzo d’esordio Tinkers, vincitore del Pulitzer per la narrativa 2010 e prossimamente pubblicato in Italia da Neri Pozza, è un’opera meravigliosa e terribile, un'onda visionaria, quasi mistica, di un vecchio in punto di morte che, al ritmo di incessanti orologi, ricorda la giovinezza e il suo rapporto con il padre, venditore ambulante (“tinker”, appunto), epilettico e di bassissimo profilo. «Non è una storia autobiografica», sottolinea Harding, «anche se ho preso spunti dai racconti di mio nonno». Il romanzo è stato pubblicato dalla minuscola Bellevue Literary Press, casa editrice no-profit collegata alla facoltà di medicina dell’Università di New York.

Ora Harding è ovviamente passato all’imponente Random House che pubblicherà il seguito Enon nel 2012: «Loro hanno subito creduto in me. Ho firmato il contratto a dicembre, prima di ricevere il premio», precisa lo scrittore. Eppure - il favoloso mondo dell’editoria non finisce mai di stupire - il Pulitzer Tinkers era stato rifiutato da diverse case editrici americane prima di passare alla storia. «Anche molto grandi», dice Harding. Qualche nome? «Preferisco non farne, altrimenti verrei discriminato (ride, ndr). E poi, sono stato fortunato, non porto rancore. Far piacere un libro a editori e lettori è sempre un grande sforzo. Ma la situazione è peggiorata negli ultimi anni. Oggi è difficile far pubblicare qualcosa che non abbia sesso o violenza. È stato frustrante aspettare diversi anni per trovare un editore». Quindi il Pulitzer è stata anche una vendetta nei confronti dell’editoria, diciamolo: «No, no (ride ancora, ndr). È stata sicuramente una soddisfazione, ma oggi è incredibilmente difficile gestire una casa editrice. Ogni anno in America vengono pubblicati migliaia e migliaia di romanzi. Ci sono così tanti scrittori oggigiorno che scegliere, e bene, per le case editrici è estremamente complicato».

Sarà anche per questo mondo letterario “troppo democratico” che il Pulitzer Harding ci confida che la letteratura contemporanea («a parte mostri sacri come Toni Morrison e Cormac McCarthy») non lo ha conquistato affatto: «Le nuove uscite sono troppe, mi ci perdo, non ce la faccio a tenere il passo. Preferisco leggere i maestri del diciannovesimo secolo e primo ventesimo. Il tempo sa filtrare i migliori, lascio il compito a lui». Qualche esempio? «Ho gusti ampissimi ed eclettici. Amo gli americani Emerson, Theorau, Cheever… Ma sono stato profondamente influenzato anche dagli europei Thomas Mann, Proust, Cechov, Tolstoj, Maupassant e soprattutto Italo Calvino». Però la contemporanea Marilynne Robinson, Pulitzer nel 2005 con Gilead (Einaudi) e sua ex maestra letteraria in un vecchio workshop dell’Iowa, l’avrà sicuramente letta. «Ma non è riuscita a tramandarmi il segreto di come si vince un Pulitzer», precisa Harding. «Non c’è una strategia, si tratta solo di fatica e tanta fortuna. Sa come sono venuto a sapere della mia vittoria? La mattina del 12 aprile mi sveglio e controllo su Internet i nomi dei vincitori. “Pulitzer Prize for Fiction: Paul Harding”. Mi son detto: “Oh, my God”. È stato uno shock. Un’ora dopo avevo una lezione all’Università dell'Iowa e i miei studenti hanno portato lo champagne per festeggiare».

Certo è che Harding ingrassa il filotto dei romanzi ambientati nel Nord-Est americano che da qualche anno domina il Pulitzer: ora il New England di Tinkers, prima il Maine di Olive Kitteridge (Elizabeth Strout, 2009) e il New Jersey di La breve favolosa vita di Oscar Wao (Díaz Junot, 2008). Perché questo lembo di terra a stelle e strisce è così ispiratore? «Penso siano coincidenze», riflette Harding. «Però è anche vero che nel Nord-Est, questa terra dalla natura meravigliosa, il pensiero e la letteratura commerciale americana sono cresciuti enormemente. È una zona di “kindred spirits”, ricorda Thoreau o la stessa Emily Dickinson?». Anche in Tinker c’è tanta poesia, nascosta tra le sbarre della prosa. Ma la narrazione rimane incredibilmente scorrevole per la sua densità empatica, aneddotica e figurativa. C’è qualcosa di musicalmente speciale nella scrittura di Harding. Il motivo si rintraccia nella sua impolverata carriera musicale: «Da ex batterista, scrivo a ritmo di musica», ammette lo scrittore. «La classica ha influenzato tanto la mia letteratura. Le frasi dei miei romanzi sono fraseggi musicali, i capoversi variazioni, i capitoli movimenti, i romanzi sinfonie. Nello scrivere cerco sempre la tonalità giusta, in chiavi diverse».

Poi la domanda da un milione di dollari: le piace Obama? Da confesso fan del partito democratico, Harding risponde: «Moltissimo, è bravo, carismatico, nulla a che vedere con l’ancien régime di quello prima di lui (Bush, ndr). Sono così sollevato dall’avere un presidente finalmente intelligente». Eppure tanti intellettuali e artisti sono già rimasti delusi da lui, ultimo Paul Auster: «Certo, magari fosse più progressista di quello che attualmente è. Ma è molto difficile trovare un equilibrio tra sogni e realtà, soprattutto ora che i repubblicani si stanno spostando sempre più a destra». L’America della paura però non sembra cambiata neanche con l’effetto Barack: «Con la crisi c’è molta più fame e aggressività, i Tea Party nascono anche da queste piaghe».

Un altro lato interessante di Paul Harding è il suo viscerale interesse per la religione, riscoperta molto avanti con gli anni: «Sono nato e cresciuto in una famiglia atea», ricorda l’autore, «a differenza dei non credenti di oggi per i quali è una libera scelta non avere una fede. Ma piano piano mi sono accorto che gli intellettuali che adoravo erano quasi tutti pensatori religiosi come Calvino, Barth e via dicendo. Ho capito che la religione non è quell’ammasso di superstizione e nonsense. Ho letto la Bibbia e non è assolutamente violenta o intollerante come si dice. È un’opera di enorme bellezza estetica e narrativa. C’è tanta cultura alla quale non sarei mai arrivato se avessi avuto pregiudizi nei confronti della fede». Oggi vede la religione in pericolo? «Il problema è l’uso ideologico che se ne fa, come con la scienza. Ad esempio negli Stati Uniti da anni vige un pensiero pseudoscientifico al punto che, per molti, ogni tradizione sta diventando un’attività disprezzabile». Ma lei crede nell’evoluzione, Mr. Harding? «Ma certo che sì, è una cosa talmente ovvia. Che mi ha preso, per un fondamentalista?».

Da Il Riformista

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