Londonderry

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Sunday, January 30, 2011

La Histoire di Barack "O", un ex sognatore nel 2012


A PRESIDENTIAL NOVEL. Un romanzo anonimo sul presidente degli Stati Uniti comincia a scaldare le prossime elezioni. È stanco, irritabile, vuole solo giocare a golf, si sente «castrato», sa che la retorica stavolta potrebbe non bastare. Fiction o triste realtà di un (ex) prodigio della politica? L’America spettegola. L’autore, «molto vicino a Obama», sarebbe un insospettabile: il ghost writer di John McCain.

di Antonello Guerrera

Chi sarà mai lo scrittore misterioso di O – A Presidential Novel, che ufficialmente fa di nome “Anonymous”? Se lo stanno chiedendo da giorni i principali commentatori e giornalisti americani che si sono visti recapitare a casa questo romanzo pseudodistopico sulle elezioni presidenziali del 2012 e sul lato oscuro della luna (calante) di Obama. Romanzo che dunque ha fatto scalpore prima della pubblicazione stessa da parte di Simon & Schuster (368 pp., $ 25,99), annunciato da una manciata di mail interlocutorie sul conto dell’opera e, ovviamente, dell’autore. Del tipo: «Non chiedete ulteriori informazioni a impiegati o collaboratori della S&S, è inutile». Oppure: «Chi conosce l’autore non risponda ad alcuna domanda di qualsivoglia giornalista». O ancora, l’unico, succulento indizio diffuso dalla casa editrice: «L’autore è stato legato allo staff della comunicazione del presidente Obama». Quindi una spia? Un epurato? Un ribelle?

Piccoli ma pesanti (e furbeschi) sassolini sufficienti ad agitare lo stagno politico-letterario d’America, già avvezzo, tuttavia, a scherzi del genere. Così, il primo indiziato contro il quale è stato puntato il dito dei giornalisti-scommettitori è stato l’editorialista americano Joe Klein, che già nel 1996 – ed era sempre gennaio – aveva pubblicato True Colours. Un romanzo a chiave - come ci diceva la maestra a scuola - sulla campagna presidenziale del 1992 e tutte le marachelle dell’ex inquilino democratico alla Casa Bianca Bill Clinton. Un'opera tra fiction e realtà, figlio del New Journalism (stavolta l’eliotiano New Criticism c’entra poco), che tuttavia aveva già avuto un illustrissimo precedente, seppur non anonimo. E cioè quel Tutti gli uomini del re del pluripremio Pulitzer Robert Penn Warren, pubblicato in patria nel 1946 con protagonista il populista “di sinistra” del profondo Sud Willie Stark, profondamente ispirato al demagogo governatore della Louisiana Huey Long, assassinato nel 1935.

Ma Klein ha subito respinto le illazioni. E sinceramente perseverare sarebbe stato, se non diabolico, quantomeno ridicolo. Allora i bookmaker si sono scatenati prima su alcuni vicinissimi a Obama come Rahm Emanuel e David Plouffe, poi sui giornalisti Richard Wolffe (ex Newsweek), Lawrence O’Donnell (Msnbc) o addirittura un certo James Bruno per via dell’omonimia di un “aide” sfigatello di nome Walter Lafontaine, personaggio presente e nel suo Permanent Interests del 2006 e in O dell’Anonimo, come vedremo in seguito.

L’ultima indiscrezione (è dell’altroieri), che però Time considera ormai provata dalle sue talpe che avrebbero fatto breccia nel muro omertoso di Simon & Schuster, è quella di Mark Salter. Un collaboratore di John McCain di lunga data, anche alle elezioni del 2008: cinquantacinque anni, vive con la famiglia ad Alexandria (Virginia) nei mesi freddi, nel Maine in estate. Si guadagna da vivere facendo il ghost writer per i repubblicani, ma non solo. I motivi del suo accostamento al misterioso demiurgo di O sono vari. Dopo il lancio di Time, il pungente sito d’informazione Politico – che pure con Salter aveva avuto più di qualche incomprensione in precedenza – ha individuato la «prova» nello stile di O, dopo averlo ovviamente comparato con le pubblicazioni precedenti del senatore dell'Arizona scritte a quattro mani con Salter, tra cui il bestseller autobiografico Faith Of My Fathers.

Non solo. Lo stesso Salter, dopo le elezioni perdute da John McCain, aveva dichiarato a mezzo stampa che avrebbe sprecato meno energie per il ghostwriting, dedicandosi così alla fiction. Il risultato dei suoi sforzi romanzeschi, tuttavia, non è mai venuto alla luce, almeno ufficialmente. Anzi, Salter tempo fa ha pubblicamente ammesso la sua sconfitta. Ma c’è chi giura che quell’annuncio fosse un semplice depistaggio per allontanare i più curiosi. Lui, contattato dai media americani nicchia e si trincea dietro un «no comment», spesso condito da un più inacidito «pensate ad altro invece che a me».

Del resto, qualora fosse Salter il vero autore di O, svelare adesso l'arcano non sarebbe stato certamente furbo, né conveniente, visto il “buzz” e il passaparola che l’intelligente trappola commerciale di Simon & Schuster ha scatenato. Trappola nella quale sono caduti molti critici, tra cui la tremenda e temutissima nippo-americana del New York Times Michiko Kakutani (colei che Norman Mailer gentilmente ribattezzò «kamikaze» dopo una stroncatura), che ne ha scritto prima di tutti – distruggendolo a gogò, ovviamente. Il libro, c’è da dire, non ha ancora fatto breccia tra i lettori – sino a ieri era a trecentesimo posto inoltrato secondo le estemporanee classifiche di Amazon. Ma ha coinvolto molto, per alcuni troppo, gli addetti ai lavori. Perché?

O – A Presidential Novel, innanzitutto, è il primo vero “romanzo politico” dell’era Obama, con un occhio ciclopico sulle prossime elezioni del 2012, che i risultati del midterm hanno reso uno spauracchio per l'attuale Amministrazione. Il libro prova a tracciare – seppur con una certa cautela - gli scenari futuri che attendono la sfida tra asinello ed elefantino. Ma soprattutto, dipinge un ritratto del primo presidente afroamericano della storia Usa ben diverso dall’eccelso predicatore di sogni che sinora abbiamo conosciuto. Ecco perché, l’unico sagace indizio di Simon & Schuster è stato quello di annunciare l’autore come un insider vicinissimo a Obama. La conferma di Salter, in questo senso, ne inficerebbe, e non poco, le premesse-bomba.

Il titolo, inoltre, non poteva essere una scelta migliore. Sebbene in chimica sia elemento di ampio respiro, la “O”, nella letteratura mondiale, ha spesso rappresentato un enigma, un aspirante samizdat, spesso erotico, e comunque misterioso. Senza scomodare Ornella Vanoni o O come Otello di Tim Blake Nelson, La marchesa di O. di Heinrich Von Kleist potrebbe essere un buon esempio a tal proposito. Ma ancora più calzante è il romanzo erotico Histoire d’O pubblicato nel 1954 dalla francese Pauline Réage, misterioso pseudonimo di Dominique Aury, a sua volta pseudonimo di Anne Desclos. Tra l'altro, “The O.” è stato anche un movimento politico (e violento) maoista nell’America degli anni Settanta. Giusto per dare l'immancabile eco alle cassandre socialiste e comuniste che i nemici di Barack Obama fanno spesso risuonare.

Ad ogni modo, Obama in O è un personaggio più che insipido, egocentrico, a tratti inaffidabile, anche se mascherato dietro l’(in)utile pseudonimo di “O”, appunto. Ma è una schermatura sottilissima, trasparente. Perché O, nonostante si legga dall’introduzione che «il riferimento a fatti e persone sia da ritenersi puramente casuale», è palesemente Barack Obama: trattasi di un presidente nero, con una moglie avvenente e due figlie, accusato di essere “musulmano” e così via. “O” però, dopo le elezioni di mid term, è stanco, terribilmente esausto. Sa che il suo “change” non ha cambiato più di tanto l’America, sa che i sondaggi, anche se li nega persino con i suoi advisor, sono tutt'altro che favorevoli, sa che la fortuna è una ruota e che «le più grandi sconfitte arrivano quando ci si crede fortunati». Così O pensa solo a giocare a golf: «Cristo, cosa avrebbe dato per avere qualche ora senza scocciature per fare qualche colpo. (…)», si legge. «I Ceo possono giocare a golf. I generali possono giocare a golf. I membri del Congresso possono giocare a golf ogni cavolo di weekend. Ma se il Presidente si fa una partita nel fine settimana (…), la stampa lo dipinge come un pazzo in un servizio trasmesso subito dopo uno sull'Afghanistan», si lamenta.

È un Obama “O” decisamente in dirittura di arrivo quello che l’Anonimo, tra molta fiction e chissà quanta realtà, descrive. Svogliato e irritabile, minacciato anche da un paio di scandali poco nobili (uno, più laterale, è di stampo sessuale) con sempre meno fiducia nei suoi collaboratori – tanto che alla vigilia delle elezioni del 2012 si scriverà i discorsi da solo. O sbotta anche per le critiche mediatiche di una storica (e vera) foto del 2009 che lo vede rapito dal lato B di una fanciulla: «Gesù mio, cosa volete, che questo cazzo di lavoro mi castri pure?», si lagna. Battuta tra l’altro neanche nuovissima, in quanto già riferita, ma questo successe nella vita reale, da un altro Presidente, ossia quel Grover Cleveland che nel 1884 rispose più o meno per le stesse rime ai repubblicani che gli rinfacciavano un figlio fuori dal matrimonio: «Cosa preferivate, un eunuco?», sbraitò l'ex Presidente.

Tuttavia, O non è neanche il vero protagonista del romanzo, posto occupato invece dallo staff della comunicazione del Presidente, alle prese con una rielezione tutt'altro che facile. Un altro interessante aspetto dell'opera per i non addetti ai lavori. Ma certo gli occhi del lettore si spostano sul fantomatico (o meno, chi lo sa?) Obama. Che nel 2012 dovrà sfidare il temibilissimo repubblicano Tom Morrison. Un politico in ascesa, che ricorda un po’ McCain per il record militare, un po’ Romney per la moralità, ma anche, e forse soprattutto, l’emergente Marco Rubio. La Palin, che qui si chiama “Barracuda”, nonostante sia un idolo dei Tea Party, non la spunta e O se ne dispiace perché sa che sarebbe stato un avversario molto più debole.

E invece, gli tocca Morrison. E così O capisce che la retorica non è tutto in politica, che dalle finestre della Casa Bianca non è riuscito a capire cosa stesse succedendo all’America e che, oramai, è sempre più solo. Tra le righe, il vero simbolo del divorzio tra Obama e l’America, seppur la narrazione si fermi alla vigilia delle elezioni 2012, è il rapporto con un vecchio, ma giovane, collaboratore abbandonato. Quel Walter Lafontaine che O aveva scaricato nella sua scalata verso il potere e che ora, nonostante il presidente lo rivoglia nel suo staff, declina gentilmente tutte le sue offerte. Simbolo di un matrimonio oramai incartapecorito tra Barack e gli Stati Uniti, almeno stando all'Anonimo. Non a caso il libro si chiude con due parole sintomatiche: “discontented dreamers”, “sognatori delusi”. Nel 2012 i bambini americani, e pure i più grandicelli, non fanno più “O”.

Da Il Riformista, 30/01/11

Sunday, January 9, 2011

La coda di "Mr Paglia" Jack Straw: "Certi pachistani se ne approfittano della carne bianca delle nostre ragazzine"


Per alcuni pachistani del nostro paese le ragazze bianche rappresentano “carne facile”». A parlare politicamente scorrettissimo non è il leader del British National Party Nick Griffin - che comunque ha subito colto l’occasione per sbuffare «Visto che avevo ragione?». Né il più conservatore del partito del premier David Cameron. Ma, incredibile a dirsi, “Mr. Paglia”, ovvero Jack Straw. Oggi parlamentare da Blackburn, ieri ministro dell’Interno e degli Esteri di Blair, nonché ministro della Giustizia con Gordon Brown. Insomma, una sontuosa colonna laburista che l’altro ieri sera, al programma Nightnews della Bbc, ha clamorosamente ammesso che ci sono «pachistani» che stuprano serialmente le ragazzine britanniche, «bianche e vulnerabili», perché, secondo loro, di facili costumi. Ne è seguita una bufera mediatica e politica, ovviamente.
Un semplice raptus di follia per Straw? Non proprio. L’ex ministro laburista si è lasciato andare in diretta nazionale dopo che in Gran Bretagna è ufficialmente (ri)esplosa la fobia delle gang di stupratori stranieri, vittime le minorenni bianche adescate con alcol e droga. La prima miccia l’ha accesa il Times, a inizio settimana, per aver rivelato dati shock sulle violenze sessuali del Regno, mai rivelati prima dalle istituzioni perché «socialmente pericolosi», in nome della multiculturale «congiura del silenzio». In sintesi: dal 1997 a oggi, su 17 casi di stupro di gruppo nei confronti di ragazzine di età tra gli 11 e i 16 anni, sono state condannate 56 persone. Di queste solo tre sono bianche “brit”. Le restanti 53 di origine asiatica: cinquanta di fede musulmana, la maggioranza dalla comunità pachistana. Diventata così, checché ne dica Frears in My Beautiful Laundrette, la culla degli stupratori del terzo millennio britannico, dopo gli indiani degli anni Sessanta e le gang afro-caraibiche dei Novanta.
Ma la seconda e decisiva miccia per lo sfogo di Straw è stata la condanna, poche ore prima del suo intervento alla Bbc, di due stupratori seriali (non ancora 30enni) di minorenni bianche, anch’essi di origine pachistana e, a loro dire, «musulmani devoti». Straw non ha resistito a mettere il dito in una piaga, quella delle “sex gang” straniere, troppo bollente dopo l’articolo del Times. Reportage che ha riacceso i fantasmi del “razzismo al contrario”, nei confronti delle mi- norenni britanniche bianche. L’ex ministro, dopo aver ammesso tra le righe il tragico fallimento del multiculturalismo Labour, diventerà forse un novello Sarrazin, ma certo i dati del Times sono incontrovertibili. Persino il sito della Bbc, ieri, aveva creato un forum paritario pro e contro Straw. Segno che qualcosa è cambiato. C’è chi si chiede perché Straw abbia parlato solo ieri e non quando era ministro, visto che il fenomeno ha radici nella fine del secondo millennio. Probabilmente, per la classica coda di “Mr.” Paglia.

Da Il Riformista, 09/01/10

Tuesday, December 21, 2010

Come vivere con 36mila dollari l'anno? I tormenti economici (e letterari) di Fsf


di Antonello Guerrera
Correva il giorno ventun dicembre 1940 quando il cuore di Francis Scott Key Fitzgerald ne ebbe abbastanza di battere. A settant’anni esatti dalla sua morte, avvenuta pochi anni prima della sua inseparabile e controversa “Southern belle” Zelda Sayre, Mattioli 1885 ha appena pubblicato Vivere con 36mila dollari all’anno. Una fulminea manciata di racconti e una riflessione critica - scorpacciabili in un pendolare viaggio di andata - pubblicati su Saturday Evening Post e The Bookman tra il 1920 e il 1926, nel pieno degli anni ruggenti poi falcidiati dalla Grande Depressione del ‘29.
Sono scritti molto interessanti perché mettono a fuoco il primo Fitzgerald, quello del trasparente autobiografismo, quello che con il successo con Di qua dal paradiso (pubblicato comunque non senza difficoltà) era subito asceso tra i giovani scrittori più travolgenti. Per poi essere considerato, in morte, una promessa bruciata. Anzi, «un dissipatore di grande talento», come lo definirà Dos Passos.
Un successo iniziale che incarnerà l’ossimoro dell’opera e della vita di Fitzgerald, «il più stupefacente, il più geniale e autodistruttivo dei ragazzi perduti» (Alfred Kazin dixit). Ovvero la bella maschera dell’America sopra i fantasmi di declino economico, sociale e morale che covano nelle viscere. Nei racconti, un po' farseschi, Come vivere con 36.000 dollari l’anno e Come vivere praticamente con niente di questo agile libretto lo scrittore, grazie ai suoi primi scritti, è diventato ricco e con la fresca moglie (Zelda) comincia a sguazzare nell'Età del Jazz, tra alcol, vizi, lussi e lazzi, dalle piscine giornaliere ai «giardini azzurri» e alle «voci piene di soldi» del Grande Gatsby che irromperà di lì a poco. Peccato però che i soldi comincino a essere pochi per le follie mondane della coppia. Ma del resto “perder tempo” ad accumulare denaro ha molti lati negativi, ci dirà sempre Gatsby. E così i due decidono prima di trasferirsi nel vertiginoso paradiso borghese dell'East Coast. Poi, visto che i piani di contenimento delle spese fanno acqua da tutte le parti, i Fitzgerald partono per la Riviera francese, famosa per il risibile costo della vita e già oasi di piacente atarassia per Dickens, Caterina de’ Medici e Wilde.
Ma le cose non vanno come previsto. In Vivere con 36mila dollari all’anno, l’involontaria ma lucida metafora della famiglia Fitzgerald e dell’America intera - come in tutta la bibliografia dello scrittore di St.Paul - comincia a baluginare nei flashback della figlia che vuole prendere la barca e tornare in America. Come le crisi economiche del terzo millennio hanno suggerito, i soldi sono un’illusione, la bancarotta è ineludibile e così Francis Scott comincia a scrivere a raffica per cercare di rimanere a galla e pagare i debiti. Ma il fondale è sempre più vicino. E la corrente è sempre contraria – ci dirà il decadente sipario del Grande Gatsby. Di sfondo una Francia pastello, altra metafora (seppur parziale) di quella Generazione perduta, esiliata e coniata nel garage di casa di Gertrude Stein - come cita Hemingway in Fiesta.
Vivere con 36mila dollari all’anno si chiude con altri due brevi scritti. Uno è Who Is Who, dove il già famoso Fitzgerald racconta la sua battaglia «tra l’impellente bisogno di scrivere e l’insieme delle circostanze che da sempre» hanno tentato di impedirgli di pubblicare Di qua dal paradiso. Infine, Come sprecare il materiale: una nota sulla mia generazione reca un affondo alla critica letteraria del tempo, cui ampi stralci potrebbero essere facilmente applicati a quella attuale. C’è una stucchevole «febbre letteraria» nell’America dei Venti, dove si rincorrono improbabili giovani talenti («mocciosi irrequieti», li chiama), il cui destino non è altro che sciogliersi nell’oblio: «Una letteratura già morta, quasi non fosse mai stata scritta», scrive Fitzgerald. Il tutto a scapito della ricerca della vera opera immortale. Si salva, in questo salatissimo calderone, il giovane Ernest Hemingway dei racconti di in our time, che incarna, secondo la profezia dell'autore di Tenera è la notte, una vera svolta per la letteratura americana. Fu proprio lui a lanciare e raccomandare lo scrittore de Il vecchio e il mare al suo editore e quindi alla storia della letteratura. Ma Hemingway non gliene fu molto grato, vedi Gli ultimi fuochi da lui bollati come «pancetta affumicata». Hemingway, nonostante tutto l'aiuto ricevuto, non sopportava quell’eccentrico alcolizzato dalla scrittura divina. Una volta, Fitzgerald lo costrinse addirittura alla misura comparata dei propri organi genitali, dopo che la moglie Zelda ne criticava costantemente le performance sessuali, accusandolo di latente omosessualità. Troppo per Ernest.

Da Il Riformista, 21/12/10

Saturday, December 18, 2010

Addio Larry, e non è un funerale! Noia, melensaggine e lacrime prima dall'addio


di Antonello Guerrera
«Questo non è un funerale», implorava il comico Bill Maher, ospite allo show. Ma i calorosi appelli non hanno prosciugato la commozione che ieri notte ha colto Larry King, storico anchorman della Cnn, all’ultima puntata del suo show dopo «venticinque anni e mezzo» di onorata carriera. Cravatta rossa a pois bianchi, le solite bretelle, anch’esse scarlatte e fiammanti, il pugno di qualità sotto il mento. E un King visibilmente scosso alla sua ultima apparizione ufficiale, anche se non lascerà del tutto la Cnn, concedendosi qualche comparsata di qui alla definitiva pensione.
Ma l’ultima è stata anche una delle sue puntate più noiose, un’overdose di melensaggine. Stavolta gli illustri ospiti che King per un quarto di secolo ha scartocciato con domande secche, improvvise e anche improvvisate – non si informava più di tanto sulle sue “vittime” – hanno preso il sopravvento dello stanco padrone di casa, intavolando un tristissimo brindisi – il coretto God Bless America del sipario del Cacciatore non avrebbe sfigurato - e gli hanno tessuto le lodi più alte: da Obama a Bill Clinton, da Arnold Schwarzenegger a Donald Trump, in studio o collegamento, tutti hanno avuto adulatorio campo libero di fronte a un Larry già a mezzo servizio. Ma era anche l’ultimo giorno di scuola, e quindi tutto era concesso. Anche il deprimente lancio «è dura dirlo, ma questa è l’ultima volta». È stato lo show più difficile per Larry King, pseudonimo di Lawrence Harvey Zeiger strappato a una pubblicità “alcolica” per diventare, nomen-omen passepartout, il re dell’informazione americana. Per un addio in sensibile anticipo sulla tabella di marcia che recitava 2011 inoltrato. Gli ascolti in veemente discesa e la morsa delle schierate Msnbc e Fox News nei confronti della “troppo oggettiva” Cnn non hanno fatto altro che accelerare, freneticamente, la sua abdicazione. Prima di una caduta che sarebbe stata fin troppo vergognosa.
Purtroppo, gli ascolti del Larry King Live erano ai minimi degli ultimi 15 anni, dimezzati rispetto ai picchi del 2000. Ma questo non ha fatto dimenticare le sue 50mila interviste: la sua preferita a Muhammad Alì, quella del bacio omosex con Marlon Brando, Frank Sinatra, le 29 apparizioni di Bill Clinton, l’ultima di Sniper nel ciclone fiscale, sino alla candidatura presidenziale dell’imprenditore texano Ross Perot. Era il 1992.
Diciannove anni dopo quello scoop, gli americani della sera e i nottambuli italiani che non si accontentano delle sofisticate elegie di Enrico Ghezzi ora dovranno sorbirsi un inglese, Piers Morgan, ex direttore di News Of The Word e Mirror, conosciuto oltreoceano per il talent show America’s Got Talent. Uno straniero che molto difficilmente farà meglio di Larry. Che era inimitabile. Sempre ieri notte, in uno sketch con Fred Armisen travestito come il padrone di casa, King ha dimostrato il suo genio minimalista. «Qual è stata la domanda più importante della tua carriera?». E lui, in un raro momento gelido, «“why”, “perché”. A questa domanda l’ospite non può dire sì o no. E deve riflettere per rispondere». Semplice, no?
Il carisma, la professionalità e il suo indimenticabile volto appuntito da nerd hanno fatto il resto. Non a caso, Washington terrà uno smithsoniano spazio per il suo storico set a puntini colorati, Los Angeles gli ha già dedicato una strada – gesti apotropaici permettendo – e sempre ieri, in diretta, il governatore Schwarzenegger ha annunciato l’istituzione in California del Larry King Day, per ogni 16 dicembre di prossima ventura. Sulle note di Best is Yet to Come – “il meglio deve ancora venire” - cantata in diretta da Tony Bennett e circondato dai due figli e dalla moglie Shawn (di nuovo al suo fianco dopo il tentato suicidio per le viscide accuse di liaison di Larry con la sorella di lei), King ha ricamato così il suo sofferto commiato: «Invece di dire arrivederci, che ne dite di “quanto tempo”?». Il re che aveva reso «eccitante persino il Nafta» (copyright Katie Couric) e che aveva intervistato «tutti a parte Dio» (Tom Johnson, ex presidente Cnn dixit) era troppo stanco - e saggio, visti i tempi - per non abdicare.

Wednesday, December 15, 2010

Cuba lancia la sua "strana" Wikipedia

di Antonello Guerrera
È stato un grande wiki-giorno ieri. Cauzione (con appello svedese) per Assange. L'annuncio del Wikileaks europeo (www.Brusselsleaks.com), che promette di svelare i segreti dell’Ue. E, dulcis in fundo, Cuba ha lanciato la sua wikipedia, EcuRed.cu. Un buon tentativo per riscrivere la storia, sogno agognatissimo. Del resto, non c’era momento migliore per lanciare la rivoluzionaria iniziativa. A Cuba meno del 3 per cento della popolazione ha accesso a Internet. Un'oculata costruzione del brand può essere un buon viatico per il futuro. Quindi largo alle prime 20mila voci, sino a ieri ancora a singhiozzo, di questa nuova “voce libera” di Cuba dal motto «la conoscenza con tutti e per tutti». EcuRed.cu è un’enciclopedia semiufficiosa, se così si può definire. Non è tuttora chiaro chi la sostiene, ma il suo approccio al sapere è decisamente “governativo”. Basta guardare le fonti delle varie voci per rendersi conto dell’eccentrica oggettività di Wiki-Cuba: il giornale di partito Granma su tutti; seguono a ruota Cubadebate, siti come Cuba vs Bloqueo o piattaforme esterne, ma sempre di sinistra rosso fuoco, come Voltaire Network, nonché Noam Chomsky - sempre utile alla causa. Il resto è, ovviamente, propaganda infiocchettata da enciclopedia. Nella pagina di Fidel Castro, il Líder máximo viene quasi insignito di una «benedizione divina», si loda il suo impegno per «il socialismo», «l’educazione», «la salute», «lo sport», il suo ritorno post malattia viene definito «glorioso», bla bla. Sobrie, invece, le paginate su Italia e Vaticano, (ancora) non esistono quelle di Berlusconi, Ahmadinejad o lo stesso Obama. Ma l’America meno recente, sempre assetata di Cuba - si legge -, c’è tutta. George Bush senior, ad esempio, è un acerrimo nemico della libertà. Ma è sul figlio “Dabliu” che l’enciclopedia dà il meglio di sé: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle», recita l'intro, «Bush ha deciso di combattere il terrorismo con un terrorismo su scala globale», applicando «tutti i metodi della guerra sporca». Chissà quali sono i comandamenti dei “moderatori” di EcuRed.

Da Il Riformista, 15/12/10

Friday, December 3, 2010

Solgenitsin & Burns - L'ultima “wiki-intervista”


INEDITO. Spunta un colloquio privato del 2008 tra l'ex ambasciatore Usa e il Nobel 4 mesi prima della sua morte.

Tra gli oltre 250mila file di Wikileaks, il fuggitivo Julian Assange potrebbe averci regalato l’ultima conversazione ufficiosa di Aleksandr Solgenitsin. In Occidente, le sue ultime confessioni erano arrivate grazie a Christian Neef e Matthias Schepp dello Spiegel nel 2007. Un’intervista da molti dichiarata “finale”, dove l’autore di Arcipelago Gulag annunciava il suo ritiro dalla letteratura attiva, dichiarava di non aver paura della (imminente) morte, dipingeva croce e delizie della Russia di Putin. Presidente che ha imparato ad amare col tempo, dopo alcune frizioni iniziali. Alle 7 e 07 di ieri, però, è spuntato il cable “confidential” 08Moscow932. Il file porta la data del 4 aprile 2008, la firma dell’allora ambasciatore americano a Mosca William J. Burns (posizione ricoperta fino al 12 maggio 2008, per poi diventare sottosegretario di Stato in patria) e allega anche un altro suo incontro privato con il patriarca ortodosso Kirill.
Non sappiamo la data esatta dell’incontro tra Solgenitsin e Burns. L’unico riferimento temporale è «di recente», quindi a ridosso del 4 aprile. L’ambasciatore dice di essersi recato a casa del premio Nobel nella sua casa fuori Mosca, dove morirà solo quattro mesi dopo, il 3 agosto 2008. Burns descrive Solgenitsin in cattivo stato di salute («braccio sinistro paralizzato, mano contorta»), ma intellettualmente attivo e lucidissimo («sveglio, dalla parlata chiara, sempre al lavoro negli archivi e aggiornato sugli eventi esterni»), seppur spesso ripreso dalla sempre attentissima e accorta moglie Natalia.
Solgenitsin conferma a Burns quanto dichiarato allo Spiegel l’anno prima su Putin. L’ex presidente, e futuro premier, è una benedizione rispetto a Gorbaciov e Ieltsin per riparare i danni di 70 anni di storia sovietica, nonostante problemi mai risolti - come il gap tra ricchi e poveri. E, aggiunge nel colloquio con l’ambasciatore, la gestione dei casi secessionisti. Alla luce della strage di Beslan, il Nobel critica «l’errore» di Putin di scegliere autonomamente i governatori locali e non farli eleggere dal popolo. Altro tema, quello della Cecenia, per il quale Solgenitsin è stato molto criticato - per aver prima invocato l’autonomia della regione e poi la pena di morte per i «terroristi» locali.
Quale governo ideale allora? Lo scrittore ribadisce il sogno di autogoverno delle masse e pone come esempio supremo di politica «le assemblee locali del Vermont (dove si era trasferito dopo l’esilio, ndr)», «l’essenza della democrazia». Ma lo sapeva anche lui che questa era solo utopia. E perciò Burns passa a chiedergli del neopresidente Medvedev. Un «bel giovane» anche se mai incontrato prima, dice Solgenitsin, ma sicuramente pronto a «riparare», anche lui, «i danni sovietici». E qui viene la parte più succosa. Perché Solgenitsin, nel citare i «crimini» dell’Urss contro la sua gente, vi include anche l’Holodomor, il famelico genocidio ucraino del ’32-33 la cui ricorrenza è caduta sabato scorso. Curioso, perché il 2 aprile, e quindi subito prima (o subito dopo) la conversazione con Burns, Solgenitsin, in un suo controverso articolo sul quotidiano Izvestia, ripudierà l’etichetta “genocidio” al massacro, scatenando un putiferio. Incredibile, ma anche lui verrà accusato di nazionalismo oscurantista.
Nella sesta e ultima parte del cable, Solgenitsin, che in passato aveva paragonato la Nato ad Hitler per la guerra dell’ex Jugoslavia, si scaglia contro l’indipendenza del Kosovo («perché i serbi dovrebbero pagare i peccati di Milosevic?»), nonché contro l’avvicinamento dell’Ucraina alla Nato («senza però approfondire la questione», scrive Burns). Insomma, grande madre Russia merita rispetto, sempre. Soprattutto quando Putin aveva offerto tutto il suo supporto all’America dopo la tragedia dell’11 settembre: «Quel suo gesto spontaneo dovrebbe essere pienamente ripagato» dagli Usa, sentenzia Solgenitsin.

di Antonello Guerrera
Il Riformista - 03/12/10

Thursday, December 2, 2010

Era solo un suicidio e non un manifesto


«Rispettare la sua volontà». Basterebbero le quattro sagge parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano alla camera ardente di Mario Monicelli, per abortire questo articolo. E invece siamo costretti a parlare della bagarre che si è ieri consumata tra i seggi di un’altra Camera, quella degli “onorevoli” deputati. Dove si è usurpato il mitologico ricordo di Monicelli per parlare pubblicamente di “dolce morte”. La miccia l’ha accesa Umberto Veronesi al Mattino di ieri: «Con l’eutanasia avrebbe fatto una fine più dignitosa». A ruota sono seguite le dichiarazioni di Rita Bernardini (Radicali) e Paola Binetti (Udc). La prima invocava una riflessione sulla dolce morte di cui il Maestro suicida non avrebbe potuto godere. La seconda ha spiegato l’estremo gesto col fatto che «era stato lasciato solo dai familiari». Si sbagliavano, e non di poco, entrambe.
Monicelli non era stato abbandonato dai suoi cari. Monicelli voleva semplicemente stare da solo: «La solitudine è importante, serve a ragionare, a non stare in superficie», dichiarava. Sebbene in passato si sia mostrato sensibile al tema dell’eutanasia, non voleva certo invocarla pubblicamente con quel salto nel vuoto. Né lo ha lasciato intendere: nessun biglietto, nessun appello precedente, niente. Ma purtroppo di questi tempi si strumentalizza anche la morte, e si può perfino confondere l’eutanasia con il suicidio. La “avanzatissima” Olanda, dove il numero di suicidi è più alto di quello italiano pur avendo l'eutanasia, ce lo conferma. No, se Mario Monicelli ha scelto di saltare, non è stato per lanciare una proposta di legge, per farsi latore di un messaggio o per candidarsi a leggere il prossimo elenco pro-eutanasia in un programma di Fazio. Monicelli si è ucciso perché stanco della vita. Punto e basta. Senza chiedere il placet a nessuno, senza iscriversi a nessun partito, senza bisogno di una legge. Il padre della commedia all’italiana non merita davvero di diventare la mascotte di questa farsa all'italiana.

Antonello Guerrera
Il Riformista, 02/12/10