Londonderry
Monday, April 1, 2013
Una buona legge elettorale forse ce l'abbiamo già
Una buona legge elettorale in Italia, o almeno una sua bozza, ce l'abbiamo già.
È quella per comuni con più di 15mila abitanti (seppur con qualche riserva e doverosa modifica).
E potrebbe essere un'ottima base per le elezioni nazionali, perché, tra le altre cose:
- Con il ballottaggio si riuscirebbe a governare anche un Paese spaccato in 4 come l'Italia.
- Ci sarebbe un vincitore vero (cosa molto rara in Italia) e legittimato dalla maggioranza degli italiani al ballottaggio.
- È una legge che darebbe stabilità. Se modificata intelligentemente, senza voti disgiunti o affini, la coalizione (o il partito) che vince, ma solo al secondo turno o al primo con 50%+1 dei voti, prenderebbe il 60% dei seggi (il restante 40% viene diviso proporzionalmente tra i restanti partiti, come avviene nei comuni, anche se con dinamiche diverse).
- È la legge migliore per bloccare gli estremismi distruttivi (vedi in Francia, dove c'è un sistema simile, anche se presidenziale).
Dunque, domanda. Perché non riciclare questa legge elettorale a livello nazionale?
Thursday, January 5, 2012
Don't miss this piece, 05/01/2012

I sette pezzi di cose estere oggi che dovreste leggere.
1)“Una sfida lacerante tra le due anime dei conservatori”. Dopo la vittoria risicata di Romney in Iowa, Mario Platero sul Sole 24 Ore analizza una cosa risaputa da tempo, ma con buoni approfondimenti soprattutto alla luce della prima fermata delle primarie, ossia le profonde divisioni all’interno dei conservatori, difficilmente sanabili prima delle presidenziali 2012. Sulla stessa linea Massimo Gaggi sul Corriere con “Pragmatici contro ideologici. La destra Usa si è spaccata”.
2)“Giochi di guerra. La Cina sfodera il missile ‘killer delle portaerei’”. Il corrispondente dalla Cina del Corriere della Sera, Marco del Corona, parla del Dongfeng 21D, il missile balistico in grado di colpire un obiettivo in navigazione, che potrebbe rivelarsi una spina nel fianco della flotta Usa nel Pacifico. Segno della militarizzazione sempre più marcata della Cina nel Pacifico, dopo la prima portaerei Varyag, lanciata recentemente.
3)“In Pakistan guerra intestina tra Talebani”, scrive Alessandro Speciale sul Riformista. Premessa: in Pakistan la situazione è da parecchi mesi ormai sul punto di esplosione, tanto che oramai si parla di “dialogo” pure per i taliban pachistani, oltre a quelli afgani. Ora però c’è la guerra tra talebani stessi. Anche questa una notizia non nuovissima, ma comunque ben analizzata da Speciale: “Scontri tra fazioni e con l'esercito di Islamabad. La popolazione civile insorge. Il Mullah Omar cerca la riunificazione chiamando alle amai contro la Nato”.
4)“L'altra Africa, il Continente della speranza”. L’inchiesta del sempre puntuale Pietro Veronese su Repubblica sulla crescita del Continente Nero, nonostante guerre, soprusi e carestie. Anche questa notizia risaputa, ma Veronese la spiega bene: “Più mercato, più banche, più ricchezza. E un Pil destinato ad aumentane del 5,8%nel 2012. È l'altra faccia del continente nero”.
5)“Sanzioni all'Iran. Ora la Ue discute lo stop al petrolio”. Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera anticipa una mossa già discussa negli ultimi mesi, ormai rimasto l’unico appiglio per Teheran, perché il resto sembra andare tutto a rotoli, compresa una marcata svalutazione della valuta. Avvertenza: pezzo poco di analisi, molto news con una spruzzata di diplomazia.
6)“Ecco quanto costa l'apertura di Obama a fratellanza e talebani” di Daniele Raineri sul Foglio. Pezzo a tratti un po’ troppo volatile, forse tagliato decisamente rispetto all’originale, ma comunque interessante, almeno nella sua prima parte.
Buona lettura.
Wednesday, January 4, 2012
Don't miss this piece, 04/01/2012

I migliori sette pezzi + 1 di oggi. Not necessarily in that order, though...
1) “L'Olanda 'spia' i confini” di Marco Zatterin sulla Stampa. Dopo il recente strappo della Danimarca, poi rientrato, Amsterdam utilizza telecamere per controllare le targhe degli stranieri, a causa delle pressioni del leader populista e xenofobo Geert Wilders, fondamentale per la tenuta dell’attuale governo. Malumori a Bruxelles: mette a rischio Schengen.
2) “Europa, migliora l'economia reale. E i mercati vedono primi spiragli”. Nonostante le parole di Juncker di qualche minuto fa che parla di recessione generalizzata in Europa, Federico Sarcina sul Corriere analizza la situazione economica del vecchio continente. In salita l'indice manifatturiero, in Germania occupazione record. “Questa fotografia sembra confermare il divaricamento tra le ‘due Europe’”, dice. A questo proposito, leggere oggi l’ottima analisi Martin Wolf sul Sole 24 Ore: “Troppo rigore uccide la crescita”. Inoltre, da segnalare "Il patto salva-euro a termine. Avrà una scadenza di 5 anni", ancora Marco Zatterin, sulla Stampa. Il documento riservato di Barroso ai 26 Stati Ue: difendiamo lo spirito comunitario. L’Europa vuole imporre una scadenza al “fiscal compact”, come lo yogurt.
3) “Perché il caso siriano è diverso da quello libico”. Sergio Romano sul Corriere della Sera cerca di rispondere a chi dice che “della Siria non ce ne frega niente perché non c’è il petrolio”.
4) “Bali, l'Islam conquista l'isola paradiso - L'ombra della sharia sul paradiso dei turisti” di Raimondo Bultrini su Repubblica. Nazionalisti in allarme nell'enclave hindu dell'Indonesia: l'immigrazione sta cambiando volto e tradizioni dell'isola. 1200 nuove moschee a ridosso dei resort e una penetrazione capillare di capitali wahabiti nelle imprese locali. "Appena diventeranno forti abbastanza tenteranno di imporre loro leggi", dicono dall'isola.
5) Nella caterva di pezzi sull’Ungheria, sorvolando sulla cronaca, da leggere Bruno Ventavoli su La Stampa: “Il morbo antico che avvelena l’Ungheria”, pezzo apparentemente laterale ma di valore.
6) “Sahel, dramma annunciato”, ma di cui si parla pochissimo. Quasi 7 milioni di persone stanno affrontando una gravissima crisi alimentare. Le Ong: si intervenga al più presto o sarà una catastrofe. La regione è sull’orlo della tragedia. Alti prezzi, malnutrizione e malattie un mix micidiale. Il Niger sarà il primo Paese colpito. Matteo Fraschini Koffi su Avvenire.
Buona lettura.
Tuesday, January 3, 2012
Don't miss this piece, 03/01/2012

Da oggi inauguro questa seriosa rassegna stampa sui migliori articoli italiani su cose estere. Spero vi piaccia e che soprattutto vi sia utile.
Buona lettura.
Wednesday, October 19, 2011
"Agnelli scarica Del Piero", tanto rumore per nulla, anzi per poco
Il putiferio che si è creato dopo l’annuncio dell’addio alla Juventus di Alessandro Del Piero da parte del presidente Andrea Agnelli è francamente incomprensibile. Era una mossa preventivata e decisa in accordo con il capitano della Juventus, ha dichiarato successivamente Agnelli. Non c’è la certezza assoluta su queste affermazioni (Del Piero non ha ancora parlato). E certo, per quanto riguarda la questione del futuro posto da dirigente per Del Piero, la situazione non è chiarissima. Ma ciò che conta oggi è un’altra: che Del Piero avrebbe lasciato la Juventus alla fine di quest'anno era ri e strasaputo da mesi, anni.
In sintesi, già l’anno scorso doveva essere l’ultimo da giocatore del capitano della Juventus. Poi le cose sono cambiate per vari motivi, due su tutti: la pochezza tecnica e la scarsa personalità della Juventus di Delneri abbinata alla voglia e alla forma di Del Piero; e poi l’annuncio del nuovo stadio, araldo architettonico di una nuova era e di un nuovo modo di concepire il calcio (almeno in teoria, vedi lo schiaffo a Di Vaio), per la Juve e per il calcio italiano. La nascita dello Juventus Stadium, insomma, era un evento a cui un capitano glorioso come Del Piero non poteva mancare, non per pochi mesi per giunta.
Ciononostante, l’annuncio di ieri di Agnelli non doveva dare adito al folle sensazionalismo che ha spadroneggiato nei media. Esempio negativo, in questo senso, un servizio di Premium Calcio in cui ieri si diceva: “La cosa era risaputa ma non ci si aspettava un annuncio del genere da parte del presidente”. Ma non l’ha annunciato il presidente. Il ritiro alla fine della stagione 2011/2012 Del Piero lo aveva annunciato già più di un anno fa, sul suo sito e in varie interviste, come questa a Sky (cito testualmente): “Nuovo Stadio, rivoluzione culturale. Il mio ultimo anno alla Juve sarà vincente, non vedo alternative”. Dunque, dove sta il problema, anzi la notizia? Boh. Anche il direttore di Tuttosport De Paola ha scritto un editoriale su questa vicenda abbastanza surreale, che i maligni vedono come atta a destabilizzare l'ambiente.
L'unica cosa che si può rimproverare ad Agnelli è quella di aver anticipato Del Piero nel "confermare" o "reiterare" l'addio alla Juventus, forse per non essere messo alle spalle al muro da eventuali mosse a sorpresa del capitano (come il video dell'anno passato che, si dice, fece infuriare il presidente). Ma questa è un'altra storia che dipenderà unicamente dal rendimento di Del Piero in questo campionato. Se Del Piero e l'amico e compagno di mille vittorie Antonio Conte penseranno che sia giusto continuare ancora per un altro anno, anche il presidente Agnelli dovrà piegarsi al loro volere.
Saturday, August 20, 2011
"La sinistra ha abbandonato la gente" - Intervista a Per Petterson
Dopo lo straordinario “Fuori a rubar cavalli” (ed. Guanda),
Signor Petterson, quanta autobiografia c’è in “I luoghi più lontani”?
Non lo definirei un libro autobiografico. “I luoghi più lontani” è vagamente ispirato alla vita di mia madre, ma lei raramente mi parlava della sua gioventù. Perciò direi che “I luoghi più lontani” è un reinvenzione della vita di mia madre e, dunque, pura finzione.
Il personaggio principale non ha un nome, i suoi sogni vengono presto infranti, rimane incinta ma suo figlio non ha un padre. Perché?
Io credo sia un’eroina, senza dubbio. Dimostra di essere sempre se stessa, una donna indipendente, anche se non ha un nome, perché sinceramente non sono riuscito a darglielo. Ma certo, è anche una vittima della storia. Ma chi non lo è? All’epoca la condizione sociale delle donne non era certo delle migliori. Ma questo non vuol dire sia una vittima, perché altrimenti sarebbe come privarla della sua immensa dignità.
Quanto è difficile per uno scrittore scrivere da un punto di vista femminile?
In un certo senso, non mi è stato per nulla difficile. Certo, all’inizio ero un po’ nervoso e ho pensato di studiare i comportamenti delle mie figlie prima di mettermi a scrivere. Ma così non mi sentivo a mio agio. Allora mi son detto: “Sii un donna!”,
In questo libro, ma anche in “Fuori a rubar cavalli”, lei è stato paragonato a Coetzee. È d’accordo?
Coetzee mi piace un sacco, ho letto tutto di lui e mi ha insegnato una massima che applico sempre per scrivere, ossia: “Pensa sempre a soffrire!”. Ma, almeno per “I luoghi più lontani” non c’è la sua influenza, né quella di altri scrittori. Lo sento solo mio.
In “I luoghi più lontani”, la Norvegia a un certo punto viene definita un paese “pieno di comunisti”. Lei è uno scrittore norvegese notoriamente di sinistra. Come giudica l’ascesa dei partiti di ultradestra in Norvegia e in Europa? Perché la sinistra arranca?
Sono convintamente di sinistra, mi definisco uno scrittore della working class, è da lì che provengo. Ma certo i partiti di destra hanno guadagnato terreno perché la socialdemocrazia europea non ascolta più i bisogni reali della gente, né condivide le sue gioie e paure. Al contrario, prende sempre più le distanze dal popolo.
Lei spesso ha scritto dell’invasione nazista nel Nord Europa, in “Fuori a rubar cavalli” e ora anche in “I luoghi più lontani”, stavolta comparando le allora reazioni antihitleriane
A me non piace scrivere di guerra. È solo che, uno della mia generazione (sono nato nel 1952) è cresciuto con genitori segnati dalla guerra, quindi per forza di cose è un tema che ritorna costantemente nei figli. I norvegesi hanno provato a resistere per qualche tempo contro i nazisti. Invece, i danesi, almeno inizialmente, si piegarono subito all’aggressore. In Norvegia dobbiamo ringraziare re Haakon VII, figura fondamentale durante la guerra: resistette fino alla fine a fianco al suo popolo. Non a caso, è stato l’unico re “eletto” nella storia d’Europa nel 1905.
Lei è un uomo di sinistra. È però anche un grande ammiratore di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, ma anche rinomato filonazista. Lei come fa ad ammirarlo, nonostante tutto?
Hamsun donò la sua medaglia del Nobel a Goebbels, scrisse il necrologio di Hitler, è stato una vergogna per tutti noi. Ma, allo stesso modo, non c’è dubbio che sia stato il più grande scrittore del mio paese. Che fare quindi? È un problema tutto norvegese che non possiamo risolvere e che, in fin dei conti, non dovremmo sforzarci di risolvere.
Secondo lei, le recenti stragi di Oslo e dell’isola di Utøya sono semplicemente opera di un folle come Anders Breivik o la colpa è anche di quei partiti ultrapopulisti che per anni hanno inculcato nelle persone una politica evidentemente intollerante?
Breivik non è un folle. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto lucidamente. Ma sarebbe ingiusto dire che c’è un filo diretto tra le sue azioni e l’ideologia di certi partiti, anche quelli norvegesi. Tuttavia, la melma ideologica in cui ha sguazzato Breivik è stata sicuramente preparata dalla demagogia di questi partiti.
Lei crede nel multiculturalismo in Norvegia? Qualche settimana fa, un articolo del New York Times diceva che a Oslo non c’è integrazione e cioè che gli immigrati nel suo paese “rappresentano una ‘sfida’ all’omogeneità culturale e religiosa norvegesi”.
Certo che si tratta di una sfida, come per ogni stato europeo. Ma credo che l’omogeneità culturale sia un concetto fuori moda. Multiculturalismo? Che significa? Se con questo si intende una nazione formata da tanti piccoli staterelli a seconda delle diverse culture, allora mi sembra una brutta idea. C’è uno stato norvegese, una lingua norvegese, una classe politica norvegese, un codice penale norvegese, punto. Con questo non voglio dire che gli immigrati non possano conservare le proprie tradizioni, lingua, religione, eccetera. Ma devono rispettare le nostre leggi.
Dopo la strage di Breivik, il premier norvegese Stoltenberg ha dichiarato che la Norvegia supererà la tragedia
La Norvegia è sicuramente cambiata, ma non so di quanto. Di certo, non tornerà sui suoi passi. Certo, il terrorismo può e deve essere combattuto con più democrazia. Mentre il mondo ora ci vuole più restrittivi e meno liberali. Ma il nostro futuro lo decideremo noi.
Crede che 21 anni di galera, il massimo della pena secondo il codice penale norvegese, siano sufficienti per un terrorista come Breivik?
Non spetta a me dirlo. Noi crediamo in un sistema liberale. E sicuramente, a questo proposito, ora non prenderei decisioni avventate, se fossi un politico. Ma, per fortuna, sono solo uno scrittore.
Da Il Riformista, 17/08/2011
Sunday, August 14, 2011
La rivoluzione dei tamarri
UK RIOTS. I giornali non ne parlano, ma blogger e commenti agli articoli accusano: "Sono stati i chavs a devastare le nostre comunità". Storia di coatti oltremanica, in una terra da sempre chioccia di "giovani arrabbiati".
Era il 2009 quando un sondaggio della società Lactofree impilò in una classifica le cento cose che più irritano i britannici. Superando “pestare una cacca di cane”, “connessione Internet lenta” e “addetti stranieri ai call center”, sul podio arrivarono: “le persone che puzzano”, i “tailgater”, e cioè coloro che ti tamponano perché non rispettano la distanza di sicurezza e, medaglia d’oro, i “chav”. Lactofree sentenziò a caldo: “Questo sondaggio mostra la nazione intollerante che siamo”.
Il 4 agosto 2011, dopo l’uccisione del 29enne Mark Duggan nel distretto di Tottenham a Londra, è esplosa in Gran Bretagna, abbagliata dai sanguinosi flashback di Brixton (e, in parte, di Oldham e Bradford), una rivolta giovanile e ultranichilista, all’inizio perpetrata principalmente dalla comunità nera solidale con Duggan - lo dimostrano i primi video e foto segnaletiche diffuse dalla polizia. Poi però, giorno dopo giorno, si sono visti tra i “riots” sempre più ragazzini bianchi. Tutti erano vestiti allo stesso modo: tuta, scarpe da ginnastica e “hoodie” (le felpe con cappuccio). Tutti dilaniavano negozi e sgraffignavano scarpe, vestiti, stereo, bottiglie di vodka e vino bianco. I quotidiani, pure i tabloid più beceri, si sono sforzati nel non dare ai vandali appellativi politicamente scorretti. Sui blog e negli stessi commenti online agli articoli, invece, quei teppisti sono stati subito denominati “chav”: subito si sono moltiplicate scritte come “rieccoli”, “Chavapocalypse”, “Primavera chav”, “Rivolta chav” e più aspri “basta con la feccia chav”, “i chav fanno schifo”.
I “chav” sono innanzitutto i “tamarri” del Regno Unito. Vestono immancabili tute di marca (spesso taroccate), scarpe da ginnastica bianche, hoodie. E poi, dipende dai gusti, bracciali, catenine, catenone, cappelli da baseball o, addirittura, indumenti stile “tartar” o “Burberry” - che negli anni Zero ha fatto carte false per dissociare il proprio nome dai suoi numerosissimi clienti chavs. Di norma, ascoltano rap e hip-hop. In tv, guardano reality show e Grande fratello.
Per il resto, i chav in Inghilterra sono considerati i figli minori degli hooligan e della working class più disagiata. Hanno vari nomi a seconda delle città (“scallie”, “schemie”, “townie” e via dicendo) e repliche simili in Irlanda (“skanger”), Scozia (i terribili “N.e.d”, ossia “non educated delinquents”), Irlanda del Nord (“spide”), Russia (“gopnik”), Polonia (“dres”). Oltremanica, sono minorenni notoriamente villani. O, nel peggiore dei casi, violenti, alcolizzati, drogati. Insomma, inquietanti paladini dei “comportamenti antisociali” e/o della delinquenza minorile, piaga delle periferie industriali britanniche da tempi immemori, dai romanzi di Charles Dickens ai drughi violent-chic di “Arancia Meccanica”, dall’underground frantumato di “Niente per bocca” di Gary Oldman alle ultime, folli estati inglesi, insanguinate da accoltellamenti tra giovanissimi. I chav/ned/scallie vengono spesso identificati come ragazzini problematici, rissosi, prevalentemente di carnagione chiara. Da ostici ventriloqui quali spesso sono, parlano uno slang criptico, così maciullato da essere incomprensibile al di fuori dell’eventuale gang a cui appartengono. Per fermarli, Tony Blair nel 1998 si inventò gli “Antisocial behaviour orders” (Asbo) contro furtarelli, schiamazzi, atti vandalici e violenze varie sul suolo brit.
Ciononostante, la Gran Bretagna, più che di indignati, è stata sempre chioccia di giovani arrabbiati, vedi lo straordinario movimento letterario degli “Angry Young Men”, scatenato negli anni Cinquanta da Alan Sillitoe, Kingsley Amis e dal primo Harold Pinter, che esecrava ogni autoritarismo e convenzione sociale per non morire in una nazione “drogata di tè e aspirine”. È la patria del punk e dei Sex Pistols, lontani parenti anarco-nichilisti degli attuali riot, che qualcuno ha addirittura paragonato alla rivolta dei contadini dell’Essex del 1381 e che altri avevano in un certo senso già profetizzato: il sito www.chavtowns.co.uk, per esempio, include da tempo un’analisi semiseria delle dieci comunità britanniche più “infestate da chav”. Sarà un caso, ma in sette di queste dieci località sono scoppiati, in questi giorni, disordini: Hull, Bradford, Croyford, Hackney, Salford, “Barking-Dagenham” e, ovviamente, Tottenham.
Tuttavia, nonostante parte della società britannica ora li accusi di aver devastato interi quartieri, il termine “chav” (la cui etimologia più veritiera lo fa risalire al romani “chavi”, “bambino”, simile allo spagnolo “chaval”) ha da tempo innescato una feroce diatriba socioculturale. “Chav”, infatti, ha anche un significato più ampio, ossia “poveraccio” o “figlio della working class” ed è stato spesso usato dai tabloid brit per ex ragazzacci diventati vip come Wayne Rooney. Ma per i più intransigenti, vedi la Fabian society, il suo uso è considerato “snob e decisamente offensivo nei confronti delle classi lavoratrici”. A questo proposito, solo qualche mese fa aveva fatto scalpore in Gran Bretagna l’uscita del libro Chavs: the Demonization of the Working-Class (ed. Verso) di Owen Jones, che sottolinea come la società britannica sia diventata negli anni sempre più classista e ghettizzata. A fare le spese di questa ruggine sociale “made in Thatcher”, secondo Jones, è stata la working-class, mai così vituperata e disprezzata come oggi.
Eppure, già nel 2009, uno studio dell’Associazione degli insegnanti evidenziava come la società britannica covasse un “massiccio numero di überchavs”, ossia schiere di nullafacenti, indifferenti a ogni stimolo educazionale o professionale. Insomma, una minaccia sociale. La storia oggi si ripete ma si corona di violenze inaudite e va oltre ogni rivendicazione/giustificazione ideologica. Certo, persiste un sostrato di questione etnica. Ma i problemi dei violenti e dei chav più efferati, sono principalmente due: un consumismo vissuto in maniera sfrenata e allucinata, come in questi giorni ha giustamente sottolineato Zygmunt Bauman e che, come rimarcava molti anni fa Jean Baudrillard, tramite la pubblicità impone un mondo fittizio e dunque una pericolosa disconnessione del mondo reale. E poi la debolezza dei genitori e dell’educazione familiare, vedi l’acuto editoriale di Paolo di Stefano sul “Corriere della Sera” di venerdì scorso.
Ma questo non significa giustificarli. I colpevoli sono indubbiamente “teppisti”, come ha detto Cameron, clamorosamente paragonato giovedì scorso dal “Fatto quotidiano” a Mubarak e Gheddafi proprio per questo suo appellativo. Ma gli oppositori di Mubarak e Gheddafi lottano per la libertà. I vandali e i chav più violenti, invece, per il nichilismo e “l’anarchia nel Regno Unito”, come già cantavano i Sex Pistols nel 1976: “Non so cosa voglio, ma so come prendermelo, voglio distruggere il passante”, per poi profetizzare: “Il tuo sogno futuro sarà quello di fare la spesa”. Una spesa più anarchica che proletaria e che ha risparmiato le librerie, gli unici negozi rimasti intatti al passaggio degli ultimi “riot” d’Inghilterra. Il motto “Education, education, education” di Tony Blair è rimasto miseramente inascoltato.

