Londonderry

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Friday, September 4, 2009

Back to Black&White


Hi folks (huh, is there anyone out there following my ramblings?)!

I am back, sorry for my negligence so far, I have been away for a long while indeed. Anyway...here we go, I'll start posting my pieces and ideas again, hope not in vain. Get a glance, if you feel like, I'll have a stance, with or without a mike!

A.G.

Friday, July 17, 2009

Superman, Flash e i 99 eroi islamici Unione possibile?




TEAM-UP. La Dc e la kuwaitiana Teshkeel progettano una miniserie a fumetti che vedrà i giustizieri “infedeli” combattere al fianco di quelli arabi. Tutti uniti contro il male. Ma il sodalizio tra la vamp Wonder Woman e l’eroina col burka Batina instilla dubbi tra i musulmani. Mentre dagli americani partono accuse contro l’editore Usa: «Avete già dimenticato l’11/9».

La parola team-up, nel mondo dei fumetti, ricorre più o meno frequentemente. Nella fattispecie, il team-up è l'incontro-scontro tra due o più supereroi di obiettivi ed estrazione (spesso) differenti. Che siano di editori ed universi a sé - come Zorro e Dracula - o combacianti - vedi l'Uomo Ragno e i Fantastici Quattro della Marvel) - conta poco. Ma dopo qualche scaramuccia/scazzottata i due supereroi capiscono che l'unione fa la forza e sodalizzano contro il male. L'idea di fondo dell'ultima trovata dell'americana Dc Comics e della Teshkeel Comics con sede in Kuwait - ma pregna di autori occidentali - va oltre. Ossia unire in un'edizione speciale i principali personaggi creati dalle vignette della Dc - tra i quali Superman, l'uomo pipistrello Batman, l'avvenente Wonder Woman e la freccia Flash - ai "99" supereroi islamici della Teshkeel, di grande fama nel mondo arabo. Un team-up interreligioso dove però tutti, nonostante i credi differenti, saranno buoni e uniti. La pubblicazione di questa miniserie dovrebbe avvenire nel giro di un anno. E Paul Levitz, presidente ed editor della Dc, ha già sottilineato il momento storico per il mondo dei fumetti: «Si tratta di un progetto multiculturale mai sperimentato prima, abbiamo una lunga tradizione di supereroi che sono stati importati nei paesi arabi, assumendo nel passaggio tratti del paese di arrivo, ma qui siamo un passo più avanti».
I 99 eroi musulmani che andranno a fare squadra con i più famosi Superman e compagni (che una volta formava la "lega della giustizia") sono nati fumettisticamente nel maggio 2006 in Medio Oriente e sono sbarcati in America un anno dopo. Oggi vendono circa un milione di copie l'anno nel mondo arabo, ne verrà ricavato un film (la Endemol l'ha già prenotato) e a marzo è stato aperto il primo dei cinque parchi giochi a tema, progettati in Kuwait. I protagonisti dei 99 non sono affatto estremisti, neanche kamikaze, ma si appellano esplicitamente a valori tipici del mondo islamico. 99 è una cifra potenziale, visto che sinora ne sono stati svelati 23. Seppur creati con l'obiettivo di intrattenere un pubblico multireligioso, pregano e leggono il Corano. E i loro nomi si rifanno proprio ai 99 nomi di Dio citati nel libro sacro dei musulmani. Ma, siccome non possono paragonarsi ad Allah, sono mortali, con tutti i relativi pregi e difetti. E i loro nomi sacri sono senza il prefisso "Al", esclusiva del Dio musulmano: così si presentano come Jabbar ("Colui che costringe al Suo volere"), Raqib ("Colui che veglia") e via dicendo. Non indossano maschere, non hanno identità segrete: si tratta di supereroi normalissimi che però acquistano poteri straordinari dopo aver toccato alcune gemme di potenza e saggezza.
Ma anche nei 99 c'è l'eccezione mascherata. Ossia l'eroina Batina (dall'arabo "batin", invisibile), che indossa un burka nerissimo, ricamato d'oro. E qui, dopo l'ipotesi team-up, sorge un dubbio. Come potrà mai combattere Batina al fianco di una vamp come Wonder Woman? E quest'ultima, quale reazione potrebbe suscitare tra i lettori musulmani? In attesa di notizie livorose dall'Asia e dintorni, alcuni fan americani, poco compiacenti verso il mondo islamico, già si sono scagliati contro la Dc (sul suo sito), in pieno rigurgito 11/9. Uno su tutti: «Grazie Time Warner (il gruppo multimediale cui fa capo la Dc, ndr) per mostrare a tutti da che parte state. A questo punto posso anche aggiungervi nella lista delle compagnie codarde che hanno dimenticato l'Undici Settembre».
Trovare un flebile punto d'incontro tra i supereroi occidentali e islamici non sarà sicuramente facile. La sfida pare più ardua di quella degli anni Settanta, quando la Marvel creò diversi super-eroi pro minoranze (etniche e sessuali): dal nero del ghetto Luke Cage al sovrano africano, monarca ma democratico, Pantera Nera, dal cinese-newyorkese Shang-Chi, il maestro del Kung Fu, a Spider-Woman, per dare anche al mondo dell'uomo ragno la sua quota rosa. Perfino il rilancio degli X-Men, a firma di Chris Claremont, passò per una nuova e tormentata formazione del gruppo più politically correct che contava un indiano, un russo (poi gay, si è scoperto), un sofferente tedesco, un'africana e un canadese. Ma Naif Al-Mutawa, presidente della kuwaitiana Teshkeel, getta acqua sul fuoco per mezzo del Guardian: «Dal primo giorno lavoriamo insieme (alla Dc, ndr). Il nemico non siamo noi, il nemico è la paura. Magari potremmo aprire la serie con i supereroi, di ambedue le parti, che assistono al discorso di Barack Obama al Cairo, con le loro reazioni differenti. Ci sono molte possibilità». Tante quante le responsabilità che, da parte islamica, peseranno sulle spalle dei creatori dei 99, tra cui Fabian Nicieza, Stuart Moore, June Brigman, Dan Panosian e Monica Kubina. I loro curricula culturalmente meticci, tutti con esperienze pregresse in Marvel e Dc Comics, infondono fiducia nel complesso progetto fumettistico. Ma lo stesso Mutawa la dice lunga sull'impresa che attende editori e disegnatori: «È difficile avere una cultura fumettistica nel mondo arabo, perché qui un sacco di roba non arriva o viene censurata. Trattare alcuni temi, vedi la magia, non è proprio permesso».


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 07/07/2009

Saturday, July 4, 2009

Epopea Sex Pistols, c'è del marcio in Uk

JULIEN TEMPLE. Torna in dvd il film sulla scandalosa band inglese. Un'onda punk che travolse la Regina, l'establishment e milioni di teenager.


Cosa può spingere Isbn edizioni a pubblicare The Filth and the Fury in dvd, ovvero il secondo film (datato 1999) del regista Julian Temple sulla scandalosa parabola della band Sex Pistols dopo il primo tentativo con The Great Rock and Roll Swindle? La crisi, ovviamente. Economica, ma soprattutto morale. Quella del Regno Unito degli ultimi anni 70, squartato da scioperi di ogni tipo, rivolte sociali, eserciti di clochard-zombie e candido razzismo postvittoriano, partorì cinque mostri punk che misero a ferro e fuoco i palchi, ma soprattutto l'establishment della Corona. Il "marcio" Johnny Lydon "Rotten", Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock - poi sostituito per due anni esplosivi dalla cattivissima leggenda di Sid Vicious - incrinarono ogni formalismo d'oltremanica, sfoderando una violenza cerebrale e culturale senza precedenti contro le convenzioni sociali Brit - emblematico il loro vessillo Anarchy in the UK. Sino a sfidare clamorosamente la Regina e i sudditi durante il Giubileo d'Argento con l'inno nazionale alternativo, l'ultraoltraggioso God Save the Queen, secondo cui Elisabetta è un gerarca fascista e l'Inghilterra ha no future.
Anche se non è affatto un inedito, quello di Temple è un eclettico documentario da riscoprire, che svaria dai cartoon alle pubblicità d'epoca, inframezzati da sketch del mito tutto anglosassone di Riccardo III - puro rigurgito letterario dello "storpio" Johnny Rotten. Nel tentativo di colmare gli iati di The Great Rock & Roll Swindle - da molti considerato troppo incentrato sul controverso manager della band Malcolm McLaren -, il regista fa raccontare i Sex Pistols dai Sex Pistols, tramite folte interviste-silhouette ai componenti del gruppo ed eccezionali filmati d'epoca. Temple realizza un lavoro assolutamente godibile, di facile lettura ed immedesimazione, e nella sua parabola punk rock ci infila di tutto: dal Vicious sfatto e sfregiato che sermoneggia con una svastica sulla t-shirt, a quello devastato dopo il carcere e l'uccisione della ragazza, la spudorata Nancy Spungen; dalle vite rancide di Rotten & Co. alla loro oltraggiosa apparizione in tv da Bill Grundy, dopo la quale l'Inghilterra prima provò ad esorcizzarli, per poi disprezzarli con tutta la saliva possibile - «se ci uccidessero, 56 milioni di nostri connazionali sarebbero contenti», dirà Rotten.
The Filth and the Fury - già Oscenità e Furore alla prima uscita in Italia - è un enciclopedico bignami per capire come e perché i Sex Pistols hanno (mal)formato una certa cultura giovanile del globo, fecondando il punk in Inghilterra dal biennio '76-'77 e travolgendo tutti e tutto, anche il movimento stesso, poi risucchiato dall'establishment perché diventato molto fashion. E lo scenario prethatcheriano di quegli anni ci appare come un anacronistico makeup dei nostri tempi/spazi: poveri in miserabile crescendo, laburisti che hanno perso ogni controllo della classe operaia, razzismo imperante nelle periferie. «Da questa spazzatura nascono i Sex Pistols» che ci racconta Temple. Provocatori, rissosi, inqualificabili gargoyle asociali che erodono l'«ipocrita» tessuto convenzionale inglese, dalla putrida spazzatura della strada a Buckingham Palace, capaci di relazionare la cultura bassa con quella alta, «come faceva Shakespeare» - azzarda Temple nell'interessante libretto allegato al dvd. Che sostiene criticamente e concettualmente il film, con contributi firmati Hugh Barker, Marco Philopat e Temple stesso.
Temple che, come nel suo film precendente, chiosa la leggenda giovanile della band con l'ultimo concerto a San Francisco, sotto gli occhi di Fbi e Cia. Quella sera sul palco i Sex Pistols, tra innumerevoli lanci di bottiglie ed immondizia affine sul palco, suonarono una sola canzone: la cover degli Stooges di Iggy Pop No Fun. Tradotto: nessun divertimento. Poi Rotten prese il microfono e infilzò il pubblico: «Avete mai avuto l'impressione di essere stati imbrogliati?». Il resto, almeno sino alle reunion della band dal '96 in poi, fu silenzio.

THE FILTH AND THE FURY
Julien Temple
Isbn, libro 48 pp. + film 108 min., euro 17,50


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 27/06/2009


L'Inghilterra censura i segreti di Hayman

INSIDER. Ritirata l'opera del vice dell'ex capo della polizia Ian Blair. Dalle strategie antiterrorismo all'omicidio De Menezes sino a Litvinenko. Memorie forse troppo scomode dopo le stragi del 7/7.

Una vicenda che rasenta l'assurdo. Ma che, allo stesso tempo, pare nascondere qualcosa di grosso. The Terrorist Hunters, il freschissimo libro dell'ex capo della sezione antiterrorismo di Scotland Yard Andy Hayman, è stato frettolosamente ritirato dagli scaffali delle librerie britanniche a poche ore dalla sua pubblicazione. Un tomo basato sull'esperienza personale di Hayman alle prese con la minaccia fondamentalista islamica che colpì il cuore di Londra il 7/7 del 2005. Un racconto da insider di lusso che però pare abbia coinvolto aspetti che dovevano rimanere nell'ombra. Perché il motivo del ritiro del libro dai negozi e dai distributori online come Amazon non lo sa nessuno. O meglio. Nessuno lo vuol dire.
Il provvedimento censorio, nonostante fossero già state prenotate 2500 copie, è stato deciso in tutta fretta dall'Attorney-General Baroness Scotland of Asthal nella notte tra mercoledì e giovedì. Le motivazioni però, come ha sentenziato l'Alta Corte, saranno fornite soltanto la settimana prossima. Lo stesso autore Hayman ha dovuto tacere sulla vicenda per ragioni legali. E allo stesso modo anche la bocca della casa editrice Random House, che ha pubblicato The Terrorist Hunters (trad. "Caccia ai terroristi"), è rimasta cucita.
Ora la domanda è: quale sarà mai il frutto proibito del diario politico di Hayman che ha generato la sua frenetica ritirata dal mercato inglese? Diversi contenuti di The Terrorist Hunters erano già filtrati nelle scorse settimane, compresi alcuni estratti pubblicati sul Times - del quale Hayman è un'autorevole firma. La materia è scottante. Nel suo libro il responsabile dell'antiterrorismo di Scotland Yard - dimessosi, sbattendo la porta, nel dicembre 2007 - critica senza mezze misure la gestione governativa dell'emergenza estremistica, attaccando soprattutto la Cobra (Cabinet Office Briefing Room A). Un organismo straordinario del governo inglese per contrastare ogni minaccia seriale, dall'influenza aviaria alle bombe nella metropolitana, che viene però disintegrato dalla prosa di Hayman: una commissione «inutile», «controproducente», un'accozzaglia di "esperti" vanesi, profondamente influenzata dalla politica e dalla sua incapacità pratica nel combattere il terrorismo.
Ma le sue frecciate non finiscono qui. Hayman racconta la parabola del capo di Scotland Yard Sir Ian Blair (di cui era il vice), «scaricato» dal neosindaco di Londra Boris Johnson, e dimessosi lo scorso ottobre per le accuse di razzismo, uso illecito di fondi pubblici e per il caso De Menezes, il brasiliano scambiato per terrorista e ucciso in metro per errore dalla polizia nel luglio 2005. Altro mistero analizzato in The Terrorist Hunters mediante numerosi retroscena, vedi il racconto di Hayman e Blair che si apprestano ad affrontare una spinosissima conferenza stampa dopo il misfatto e con il primo che commenta sul secondo: «Non riuscivo a credere a quello che Blair disse su De Menezes».
E poi la «folle» gestione, da parte di Scotland Yard, di fondi e risorse per la sicurezza. Hayman ricorda come si tendesse a tirare la cinghia quando, al contrario, ci sarebbero voluti molti più poliziotti ed agenti in borghese nelle strade britanniche dopo i tragici attentati terroristici. Ultimo, ma non per ultimo, il libro esamina anche il misterioso omicidio al polonio della spia russa Litvinenko, il quale coinvolse pubblicamente il presidente Putin anche per l'uccisione della giornalista Anna Politkovskaya.
Pare tuttavia che The Terrorist Hunters fosse già passato al vaglio, almeno sette giorni fa, di Attorney General, Cabinet Office e Crown Prosecution Service, ossia l'organismo che decide quali casi devono essere giudicati in tribunale. In quell'occasione, tuttavia, non fu ravvisato nulla che potesse giustificare una frenetica censura del libro, quantomeno temporanea. Ma già la settimana scorsa Sir Paul Stephenson, l'erede di Ian Blair a Scotland Yard, aveva giudicato «sorprendente» il fatto che una copia di un libro simile non fosse mai stata sottoposta alla sua analisi prima della pubblicazione.
Il mistero, al momento fittissimo, continua ad aleggiare tra i sotterranei della sicurezza britannica, in tempi già critici vista la contemporanea inchiesta sulla guerra in Iraq. Un mistero che, tuttavia, ricorda un episodio molto simile accaduto ben 24 anni fa. Quando Spycather, ossia l'autobiografia dell'ex agente dei servizi segreti MI5 Peter Wright, venne letteralmente bandito dall'Inghilterra thatcheriana fino al 1987. In quell'occasione i giornali non esitarono a definire la situazione farsesca. Oggi, a leggere i commenti delle testate oltremanica, la giustizia britannica pare tornare sui suoi passi. Falsi.

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 04/07/09

Saturday, June 20, 2009

«Non ho scritto un sequel. Ma Holden è anche mio»



INTERVISTA. Parla Fredrik Colting, lo svedese portato in tribunale da Salinger per il suo “Sessant'anni dopo”, che ritrae un vecchio Holden in ospizio. «Una mossa folle. L'arte deve essere di tutti». Non è stata una furbata commerciale? «Falso, la mia storia è unica». E una sorpresa: «A Salinger preferisco sempre Moravia».

Se voleva provocare un putiferio mediatico, John David California, pseudonimo yankee dello scrittore umoristico svedese Fredrik Colting, ci è riuscito benissimo. Il suo 60 Years Later - Coming Through the Rye, sequel più che annunciato del Giovane Holden di Jerome David Salinger, ha risvegliato dal torpore l'anziano scrittore americano. Che, nonostante viva da decenni in reclusione totale nella sua casetta di Cornish - un paesucolo di mille abitanti dello stato del New Hampshire - ha fatto sentire la sua profonda voce, portando Colting in tribunale. Perché lo svedese avrebbe usato per il suo libro i protagonisti di The Catcher in the Rye (intraducibile titolo originale del capolavoro di formazione di Salinger), pur non detenendone alcun diritto.
Per adesso Salinger ha vinto. Due giorni fa la Corte distrettuale di New York ha bloccato temporaneamente la pubblicazione dell'opera di Colting, prevista negli Stati Uniti per settembre, per verificare se il caso rientra nel vituperato principio del “fair use”, del “giusto utilizzo”. 60 Years Later, infatti, presenta un Holden Caulfield ultrasettantenne ed incartapecorito. Che, invece di scappare dal collegio - come narrava Salinger -, va via dall'ospizio. Incipit che, come il resto del libro, non è stato molto gradito dallo scrittore americano.
Ma cosa ne pensa di tutto questo Fredrik Colting alias California? Il Riformista ha raggiunto l'uomo, ad oggi, probabilmente più odiato da Salinger.

Mr. Colting, prima di tutto, perché il soprannome John David California? Le piace così tanto l'America?
No, il mio nickname non c'entra nulla con l'America e Salinger. Semplicemente, mi piace come suona, non c'è alcun significato nascosto in esso. Utilizzo due nomi perché, oltre ad essere scrittore, sono anche un editore, tendo sempre a differenziare le mie professioni.

Quando ha letto “Il giovane Holden” per la prima volta? E come è nata l'idea di farne un sequel?
L'ho letto a scuola, avevo quindici anni se non ricordo male. Ma, e qui devo sfatare un mito oramai mondiale, il mio libro non è un sequel.

Però, scusi, dal titolo il suo libro sembra proprio un sequel...
Sì, è vero, ma la sua trama, seppur utilizzi personaggi del Giovane Holden, non costituisce un vero e proprio seguito, perché la storia non si concentra su Caulfield diventato anziano. Il mio 60 Years Later è composto da ben 25 personaggi, quasi totalmente inventati da me. Tra questi, ci sono anche Holden, la sorella Phoebe, il fratellino Allie (già morto nel romanzo dell'americano, ndr) e Salinger stesso.

Salinger stesso?
Sì. Nel mio libro Salinger morirà presto e lotta con i suoi personaggi, invecchiati con lui - uno scenario che, tuttavia, avrei potuto descrivere con qualsiasi altro scrittore. Si parla di cosa hanno fatto dagli anni del romanzo ai nostri tempi, con lo scrittore e Holden su tutti. In 60 Years Later Salinger vuole uccidere i suoi personaggi, perché sono diventati troppo famosi per i suoi gusti, come lui. Perciò, vuole farli fuori tutti per portarseli con sé nella tomba.

Mentre lei, Mr. Colting, vuole portarla in tribunale...
Non capisco perché Salinger abbia intentato una causa simile. Secondo me 60 Years Later non l'ha letto neanche. Il suo giovane agente deve aver spulciato qualcosa del mio libro, mentre era in vendita in Inghilterra (dove lo è stato per una settimana e poi è stato ritirato dal mercato per le beghe legali, ndr), e deve averlo convinto a fare questa mossa folle. Del resto come ha mai potuto comprarlo se se ne sta sempre chiuso in casa? Ad ogni modo, sono ottimista. Tra due settimane dovremmo ripubblicare il libro nel Regno Unito, mentre anche per gli Usa, credo che in autunno non ci saranno problemi. In Italia c'è già qualche editore che vuole tradurlo, ma il mio agente non mi ha detto quali.

E che risponde a coloro che sostengono che la sua è stata solo una mossa commerciale?
Che si sbagliano. Il mio libro è totalmente diverso da quello di Salinger, è una storia unica. Io dico di leggerlo prima, ma il 99% di quelli che mi criticano non l'ha neanche letto il libro. Ovvio che sono stato ispirato da Salinger, ma qui giace il significato dell'arte. Gli artisti possono prendere spunto l'uno dall'altro se non copiano spudoratamente. Le storie di detective e noir, in questo caso, sono emblematiche. Perché in questi casi non si dice nulla? Eppure la bellezza dell'arte è proprio questa.

Che ne pensa delle attuali leggi sul copyright? Tra l'altro il suo paese, la Svezia, è la patria del caso Private Bay e anche del primo parlamentare “pirata” Ue.
Le attuali leggi non sono adeguate ai tempi che corrono. Il mondo e i suoi prodotti, veri o realistici, appartengono a tutti, non si può avere un copyright su ogni cosa. Certo un compenso minimo per gli artisti è necessario, altrimenti noi scrittori non potremmo vivere del nostro lavoro. Ma d'altra parte tutti dovrebbero avere accesso all'arte come informazione libera, senza restrizioni di sorta. Ma è un equilibrio difficilissimo da trovare, l'unico ago della bilancia dovrebbe essere il common sense, il senso comune, di addetti ai lavori e fruitori.

A proposito di addetti ai lavori, quali sono i suoi colleghi scrittori preferiti? Immagino che Salinger occupi un posto di riguardo nelle sue classifiche personali...
Ma vede, mica tanto! Voglio dire, Salinger mi piace moltissimo, ma non è in cima alla lista dei miei favoriti. Preferisco altri, in particolar modo Haruki Murakami e Alberto Moravia.

Ma lei che è svedese, che ne pensa del fenomeno Larsson e del filone noir nordico che impazza in tutto il mondo?
Ah, non penso nulla. A me il suo genere non piace. E non ho mai letto niente di simile.

Antonello Guerrera

Da Il Riformista, 19/06/09

Sunday, June 14, 2009

Mino Raiola, l'ex pizzaiolo mangia calcio

DA NOCERA A MONACO. La sua agenzia di compra-vendita ha sfornato operazioni d’oro per i suoi assistiti Nedved, Ibrahimovic, Maxwell e tutti gli altri campioni o meteore. Parla sei lingue, «l’italiano peggio». Ma, grazie a metodi di scuola Moggi, quando c’è da trattare lo capiscono tutti. E spesso obbediscono.


Stadio Olimpico di Torino, 31 maggio 2009. In campo ci sono la Juventus dell'ex traghettatore - poi allenatore full-time - Ciro Ferrara e la Lazio del sempre più ex mister Delio Rossi per l'ultima giornata di Serie A. La posta in palio del match è vacua. I biancocelesti, freschi bardati di Coppa Italia, sono in Uefa e tranquilli a metà classifica. La Vecchia Signora si è guadagnata la qualificazione diretta in Champions League sette giorni prima. La partita finisce 2-0 per la Juve grazie a una doppietta del sempre più decisivo Iaquinta.
In verità, Juve-Lazio vale più di quel che sembra. È l'ultima del campione ceco Pavel Nedved su un campo di calcio. Tanto che, a fine partita, l'ex Pallone d'Oro biondo platino di Cheb viene osannato dai paganti e dai compagni di squadra per il suo addio al calcio. Lacrime, abbracci e assordanti fanfare di «grazie» tingono di cupa tristezza il cielo di Torino - nell'attesa che il neoacquisto Diego possa schiarirlo.
Ma la festa, un po' come accaduto la settimana prima a Paolo Maldini, viene rovinata. Mino Raiola, il procuratore di Nedved, dichiara alla stampa pochi minuti dopo il commiato del popolo juventino al ceco: «Fra dieci giorni comincerà a stufarsi e vorrà riprendere a correre. Fino al primo settembre cercherò di piazzarlo nelle migliori squadre del mondo». Un fulmine a cielo già rabbuiato per i tifosi bianconeri, che stentano a credere alle rivelazioni del procuratore.
Pavel non ha mai smaltito la delusione di aver mancato la sua unica finale di Champions League. Quella del 2003 all'Old Trafford di Manchester contro il Milan, sfuggitagli per un inutile fallo sull'inglese McManaman nella semifinale di ritorno contro il Real Madrid, a risultato già acquisito. Un costante rimorso che, probabilmente, lo spingerebbe a sgobbare per un'altra stagione, pur di prendersi la rivincita. Ciononostante, non è la prima volta che Nedved, ma forse sarebbe meglio dire Raiola, punta i piedi alla Juve. Qualche anno fa lo bramava intensamente l'Inter di Mancini. Nella circostanza, a contratto del ceco in scadenza, Raiola strappò alla neodirigenza Juve la modica cifra di 3,8 milioni di euro l'anno per il rinnovo dell'ala trentacinquenne.
Un grande colpo per Carmine "Mino" Raiola, 41enne di Nocera Inferiore, fedelissimo della precedente Juve di Luciano Moggi. Ma arrivare a tali vette calcistiche non è stato un gioco da ragazzi. Appena nato, Mino si trasferisce con la famiglia dalla Campania ad Haarlem. Haarlem non il quartiere afro-black di New York (che comunque sfoggia una "a" in meno), bensì la piccola cittadina olandese a 20 km ad ovest di Amsterdam. Dove fa il pizzaiolo nel ristorante di famiglia. Un business redditizio, visto che i Raiola, dopo poco tempo, aprono un'altra decina di locali. Gli olandesi chiamano Mino «mangia-spaghetti», lui ribatte con «mangia-patate». Capiranno presto che il mangia-spaghetti di Nocera non s'intende solo di cucina italiana.
Raiola, infatti, entra nella dirigenza della squadra dell'Haarlem a 18 anni. Di lì comincia a frequentare i locali di Amsterdam colmi di giovani calciatori da assistere. Che questo sia il mestiere del futuro, Raiola lo capisce subito. La legge Bosman del 1995, che liberalizza la circolazione dei calciatori, ne sarà la conferma.
Il primo contatto con la Serie A è con il Napoli del corregionale Ferlaino. Raiola ha sotto mano una giovane promessa olandese, un certo Dennis Bergkamp. Per due miliardi di lire l'affare si può fare e il presidente partenopeo ha la parola del pizzaiolo olandese. Ma Raiola fiuta un affare migliore e si rimangia tutto. Bergkamp finisce all'Inter per 20 miliardi. L'amore tra Mino e Napoli sfiorisce prima del nascere.
Raiola, però, sa bene che nell'Italia anni 90, con la Serie A molto più appetibile di oggi, ci sono le uova d'oro. Oltre a Bergkamp, i primi contatti si materializzano con l'Udinese per il trio Genaux-Walem-Amoroso e con il Foggia per l'olandese Roy. Presto però, tramite l'allenatore dei pugliesi Zdenek Zeman, Raiola mette le mani su un giovanissimo Pavel Nedved. La svolta, coronata dal passaggio del ceco alla Juve nel 2001, è arrivata. L'attico a Montecarlo - dove tuttora risiede e gestisce la sua agenzia di gestione calciatori Sportman - pure.
Nel consueto ritrovo dei lancieri dell'Ajax, il Palladium Bar di Amsterdam, il poliglotta Mino - padroneggia sei lingue, l'italiano è quella, per sua ammissione, «che parla peggio» - accoglie sotto la sua chioccia la sua futura fortuna. Lo juventino Grygera, la meteora romanista Mido, il terzino dell'Inter Maxwell e, soprattutto, quel geniaccio di Zlatan Ibrahimovic. Che in Olanda, a suon di gol e numeri di alta scuola, viene presto paragonato a Van Basten ed accostato ai top team europei.
Proprio tramite lo svedese, Raiola comincia a tessere l'arazzo che lo legherà a Luciano Moggi, conosciuto, si dice, proprio in uno dei ristoranti di famiglia. Leggendarie le trattative per portare Ibra a Torino, rivelate dalle intercettazioni dell'inchiesta Calciopoli. Zlatan vuole andar via dall'Ajax. La Juve è interessata, ma ci sono anche Roma, Lione e Monaco. «Se entro una settimana questo non è alla Juventus sono c... tuoi» dice Moggi a Raiola a metà 2004, «tu e Ibra continuate a fare la guerra, non mandarlo ad allenarsi. Il Lione e il Monaco offrono 20 milioni? Ibrahimovic viene alla Juve per 12 milioni, a questo ci devi pensare tu». Risponde Raiola: «Domani tengo il giocatore a casa tutto il giorno, all'allenamento non si presenta. Io, poi, ho un appuntamento con i dirigenti dell'Ajax a mezzogiorno, ma mi presento alle due». Dopo poche settimane, Zlatan andrà alla Juve per poco meno di venti milioni, con gli olandesi che ne chiedevano trenta. Complice uno strano litigio tra lo svedese e il condottiero dei lancieri Van Der Vaart (oggi espatriato al Real). Si dice che l'attaccante avesse preteso la sua fascia di capitano per rimanere.
All'arrivo di Ibra a Torino nell'agosto 2004, ci si chiede quale potrà essere la convivenza tra il nuovo acquisto e i totem Del Piero e Trezeguet (che, tramite lo stesso Raiola, Moggi aveva tentato di svendere a prezzi ragguardevoli al Real di Florentino Pérez). Il procuratore è laconico: « Se Zlatan è venuto in Italia, lo ha fatto per giocare». Punto.
E sarà così. Ibrahimovic gioca sempre, a scapito del capitano juventino, segna, sazia le folle di funambolismi improbabili per un sarchiapone della sua stazza. Ma il matrimonio con la Vecchia Signora si rompe presto. Addirittura 5 mesi prima di Calciopoli, come ha rivelato successivamente lo stesso procuratore. Gennaio 2006, Ibra vuole andare via. Moggi chiede a Raiola di procurarsi da qualche club la stessa cifra della vendita di Zidane (140 miliardi di lire) per sbarazzarsi dello svedese. Non ci sarà tempo. Scoppia lo scandalo, Ibra e Raiola puntano i piedi, la nuova società bianconera di Cobolli, Secco e Blanc fa di tutto per trattenere il fuoriclasse, ma non può nulla. Zlatan fugge all'Inter per una ventina di milioni di euro. Meglio di niente. Perché, come rivelato sempre da Mino, con Calciopoli, se avesse voluto, «Ibra avrebbe rescisso il contratto e sarebbe andato al Real Madrid a parametro zero». Oggi la storia si ripete all'Inter e le recenti dichiarazioni dello svedese - «So già dove andrò a giocare» - e del suo procuratore - «se Zlatan decide di andar via, andrà via di sicuro. Nei suoi precedenti trasferimenti è stato il giocatore a imporre la sua volontà» - sono conferme lapalissiane.
Ma lo svedese, che secondo il suo procuratore «vale più di Kakà e Cristiano Ronaldo messi insieme», non è il solo scossone del terromoto Raiola. Il terzino Maxwell, finito nel dimenticatoio di Mourinho dopo l'esplosione del «predestinato» (Lippi dixit) Santon, è un'altra spina nel fianco per i nerazzurri. E per un suo giocatore Raiola non si ferma davanti a nulla, neanche davanti a Zlatan: «Se non ti chiami Ibra, all'Inter con Mourinho sei finito» ha detto per difendere Maxwell. Tanto che avrebbe già offerto il brasiliano ai cugini del Milan, per raggelare ancora di più i rapporti tra le due squadre milanesi, già molto freddi dal caso Vieri e da quando lo stesso Ibrahimovic e Raiola scelsero il trasferimento all'Inter nel 2006, nonostante l'accordo con i rossoneri fosse praticamente concluso. Ciliegina sulla torta le frasi sul milanista Gattuso in occasione della vittoria del Pallone d'Oro di Pavel Nedved: «Lo dedichiamo a lui, che lo non vincerebbe nemmeno con tutti gli sponsor del mondo. Al massimo, gli daranno il pallone di piombo come peggiore calciatore italiano».
Tutto questo è Raiola. Mai (o quasi) fidarsi del "domatore di leoni" di Haarlem (come si definisce lui stesso). Parlare in maniera obliqua - vedi Ibra che «rimane al 99,9% all'Inter, come Mourinho» -, sedersi ad un tavolo e risucchiare quanto più denaro e diritti d'immagine alle società è il suo mestiere. Ama da matti il rischio nel gioco al rialzo economico e nella sfrontatezza nei confronti dei datori di lavoro del suo assistito. Altrimenti Ibra difficilmente godrebbe dell'ingaggio calcistico più alto del pianeta (circa 12 milioni di euro all'anno, due in più del neomadridista Kakà), nonostante la sua costante irrequietezza nerazzurra. Senza contare le incursioni in trattative non propriamente sue. Tra alti - l'ammutinamento romanista di Emerson per farlo firmare con la Juve - e bassi - il mancato convincimento dell'altro giallorosso Mancini a trasferirsi a Torino. Perché nel calcio di oggi comandano i procuratori come Raiola, Bronzetti, Morabito. Nel calcio di oggi ambasciator porta pena. Tanta pena.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 14/06/2009

Friday, June 12, 2009

Libri online, gli Usa indagano sul colosso Google




















A volte neanche essere a strett
o contatto con l'uomo più potente della Terra rende la vita più facile. Il Ministero della Giustizia americano, infatti, ha formalmente avviato un'indagine sull'accordo tra Google, editori e associazioni di scrittori americani, stipulato lo scorso anno, per scannerizzare 15 milioni di libri dalle biblioteche Usa e metterli a disposizione degli utenti su Internet. Una rivoluzione digitale che, con l'avvento dell'E-Book, sta mettendo piede anche nel mondo letterario, dopo aver modificato corposamente le strategie di mercato di cinema e musica. Ma che ha fatto drizzare le orecchie dell'Antitrust Usa. E gli strettissimi rapporti tra il colosso californiano e la Casa Bianca non sono bastati per evitare l'inchiesta. Nonostante l'amministratore delegato di Google Eric Schmidt sia consigliere personale di Barack Obama, nonostante il Presidente sia stato eletto anche grazie alla risonanza avuta su Youtube (gruppo Google). E nonostante, proprio in questi giorni, Andrew McLaughlin sia stato solo l'ultimo dirigente del motore di ricerca più famoso del mondo ad entrare nello staff della Casa Bianca dopo Katie Jacobs Staunton, Craig Mundie e, ovviamente, lo stesso Schmidt.
Già in maggio, tuttavia, da alcune fonti si era appreso come il Dipartimento di Giustizia si stesse apprestando ad una mossa simile. L'amministrazione Obama ha avviato le procedure del cosiddetto Cid (Civil Investigative Demands) nei confronti di Google, editori ed autori coinvolti nel patto stipulato che, in queste condizioni, in futuro potrebbe subire uno stop dall'Antitrust. Il motivo scatenante dell'inchiesta sarebbe il tentativo del colosso californiano di monopolizzare la digitalizzazione dei libri. Dal 2004, infatti, Google ha messo gli occhi su saggi, enciclopedie e romanzi, cominciando a scannerizzare su larga scala dalle biblioteche americane, appellandosi al principio statunitense dell'"uso giusto" - un po' come ha fatto l'artista Fairey del ritratto di Obama Hope, ricavato da una foto dell'Ap. Ma la protesta di autori ed editori per violazione delle regole di copyright è sfociata, un anno dopo, in una class action che ha estorto a Google l'impegno di devolvere il 63% dei proventi della messa online dei libri ai titolari dei diritti delle opere e 125 milioni di dollari per chiudere la questione giudiziaria.
Ma questo patto (che deve essere ancora ratificato dalla giustizia americana) non ha azzerato le polemiche su altri aspetti oscuri della faccenda. Innanzitutto, gli autori coinvolti nella digitalizzazione di Google Books possono sì richiedere formalmente di rinunciare alla messa online della propria opera. Ma se non lo faranno entro il 4 settembre - la deadline, originariamente fissata per il 5 maggio, è stata ritardata dalla Corte Federale di New York - perderanno i diritti digitali sulla loro opera. E poi c'è il problema dei libri non protetti da copyright, che verrebbero adottati in massa da Google Books. In questo modo la società californiana potrebbe porre una pietra miliare per il monopolio dei libri su Internet. Senza contare che un'importante quantità di volumi non americani, ma presenti nelle librerie Usa, è stata già scannerizzata da Google Books senza il previo consenso dei detentori dei diritti. Di qui le recenti proteste, anche governative e supportate dall'annuncio di un'inchiesta della Commissione Europea, di Francia, Gran Bretagna e Germania. Proprio gli autori tedeschi hanno lanciato il cosiddetto "Appello di Heidelberg", per denunciare il furto di proprietà intellettuale ai loro danni.
Da parte sua Google, tramite il Ceo Schmidt e il responsabile degli affari legali dell'azienda David Drummond, ha respinto le accuse e ha semplicemente dichiarato che il gruppo è disposto «ad essere sottoposto ad ispezioni, quale che sia il governo» e che farà di tutto per fare luce sulla vicenda. Tuttavia, non è la prima volta che Google viene accusata di monopolio in diversi ambiti del mercato mondiale. La stessa Microsoft di Bill Gates, già multata una volta dall'Antitrust Ue, sta ora soffiando sul fuoco per spingere gli organi di controllo a scrutinare i metodi con cui opera il colosso della Rete. Senza contare le polemiche sulla supremazia degli annunci pubblicitari sul Web da parte di Google, ultima quella correlata al "copia-incolla" dei flash di agenzia che ha fatto infuriare l'Ap. La stessa amministrazione Bush nel 2008, del resto, aveva già minacciato di bloccare Schmidt e compagni nel caso in cui Google avesse stretto un accordo con Yahoo per la pubblicità.
La digitalizzazione di milioni di libri per soddisfare la sete di sapere degli internauti di tutto il mondo avrebbe i suoi indubbi ed eruditi lati positivi. Ma, ancora una volta, la superpotenza Internet ha messo spalle al muro i produttori di cultura mondiali di musica, cinema, e ora anche libri. Che spesso non sanno che pesci prendere, tra censura e libero sapere. Mentre in Francia l'agognata legge antipirateria (quella della revoca di Internet in caso di download casalinghi illegali) è stata dichiarata anticostituzionale, Schwarzenegger in California chiede di digitalizzare in massa i libri scolastici e in Svezia i pirati informatici hanno appena ottenuto un seggio nel Parlamento Europeo. Una cosa è chiara: le battaglie legali per una chiara regolamentazione di Internet e dei suoi prodotti dureranno ancora per molto.


di Antonello Guerrera

da Il Riformista, 12/06/2009