Londonderry

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Friday, September 4, 2009

L'alba di sangue che sconvolse la Beat Generation


REVIVAL. È il 13 aprile del 1944. Kerouac e Burroughs stanno ponendo le basi del fenomeno culturale che segnerà più di una generazione. Ma quella sera il loro amico Lucien Carr uccide il gay David Kammerer. Anche i due scrittori, allora semisconosciuti, vengono arrestati. Così decidono di raccontare la tragedia in un libro. Rimasto nell'ombra per oltre sessant'anni.

Libertà, stravizi, eccessi, psichedelia, nomadismo, esistenzialismo, spiritualismo, traversate nella sterminata e vergine America, prosa innovativa ed istintiva, eccetera. Ma la Beat Generation, della quale si è detto di tutto e di più e che è ultimamente tornata di moda dopo la recente scomparsa del suo ambasciatore italiano Fernanda Pivano, non è stata soltanto questo. O almeno, non è nata esattamente in questi termini. Difatti, questo straordinario movimento, che sboccerà ufficialmente negli anni Cinquanta con la pubblicazione del trittico Sulla Strada di Jack Kerouac, Pasto Nudo di William Seward Burroughs e l'Urlo di Allen Ginsberg e che proverà a rivoltare l'America come un calzino, sfocerà successivamente anche nella cultura hippie - deriva dalla quale Kerouac si dissocerà fermamente. Ma, prima della svolta pacifista, i suoi albori furono letteralmente insanguinati da un omicidio a sfondo omosessuale che coinvolse e segnò per sempre due beatnik assoluti come Kerouac e Burroughs. È il 13 agosto del 1944. Quella sera il tignoso fiume Hudson di New York sarà più rubicondo che mai.
Protagonisti della tragedia furono un altro componente della cerchia letteraria beat, ovvero Lucien Carr - amico di Burroughs ma soprattutto di Kerouac - e il suo ex insegnante di inglese, l' omosessuale David Kammerer. La vicenda ispirerà diverse opere beat, ma soprattutto darà vita ad un acerbo romanzo scritto a quattro mani tra il '44 e il ‘45 dagli allora semisconosciuti Kerouac e Burroughs. Non poteva essere altrimenti. Tra l'altro, Jack aveva conosciuto William - nonché il "compagno" Allen Ginsberg - proprio tramite Carr, puro collante tra geni letterari Beat. Il manoscritto è rimasto nascosto sino a qualche mese fa. Poi, a novembre 2008 è stato pubblicato in America e Uk - mentre in Italia non ha fatto ancora capolino. Il suo nome è già tutto un programma: And the Hippos Were Boiled in Their Tanks (Grove Press, pp. 224, 24 $). Tradotto: E gli ippopotami sono stati bolliti nelle loro vasche.
Titolo, è il caso di dirlo, scottante. Ma cosa c'entra con l'omicidio del gay Kammerer? Molto probabilmente nulla. Alcuni decenni fa spiegò Burroughs: «Era in onda un programma alla radio. C'era stato un incendio in un circo e alla radio dissero: "E gli ippopotami sono stati bolliti nelle loro vasche!". Così utilizzammo la frase come titolo del libro». Versione parzialmente confermata da Kerouac in un'intervista del 1967 a Paris Review. La tragedia alla quale i due probabilmente si riferiscono, però, è quella dell'incendio al circo di Hartford, Connecticut, del 6 luglio 1944, detto anche "il giorno del pianto dei clown", precedente all'omicidio Kammerer. Bilancio: 165 morti, più di 500 feriti. Proprio in quei giorni, Burroughs andò a trovare Kerouac nel suo appartamento newyorkese alla 118esima strada. Tutto sembra tornare. Così come ritorna, nelle menti dei due scrittori, l'omicidio che i due romanzano nel libro, alternandosi nei capitoli a firma di Mike Ryko (ovvero Kerouac) e Will Dennison (Burroughs). Entrambi figurano anche tra i protagonisti del romanzo, nel quale si snoda presto il tortuoso legame che lega Philip e il meno giovane Al, nella realtà rispettivamente Lucien Carr e David Kammerer. Con quest'ultimo letteralmente infatuato dal suo ex allievo, folle di un amore (pare) mai corrisposto.
Nel primo capitolo (scritto da Dennison/Burroughs) siamo proprio a casa di Will, dove, passate le 24, si è imbucata una compagnia di sfattoni perdinotte. Ad un certo punto, due della cricca, gli ubriachi Philip/Lucien e Al/David, irrompono sul terrazzo del palazzo e fanno baldoria fino all'alba. Il giorno dopo Philip riferisce agli amici come nella circostanza Al lo abbia baciato sulla bocca. L'offerta di Mike/Kerouac (lo scrittore era stato appena cacciato effettivamente dalla Marina Usa) di saltare su una nave, salpare, trasferirsi in Francia e fare gli scrittori maledetti (nonostante la Seconda guerra mondiale sia ancora in pieno corso) capita a fagiolo per Philip che, nonostante sia platonicamente legato alla sua Barbara, ha l'occasione di recidere completamente gli oscuri rapporti con l'omosessuale Al. Il quale, nel frattempo, fa di tutto per conquistare la sua preda Philip, a mo' di "stalking". Ma, per vie di coincidenze assolutamente sfortunate, Philip e Mike non riescono a partire e restano negli Stati Uniti, a tessere sfibrate ragnatele di sogni e citazioni e a sbronzarsi in giro per New York. Sino al tragico avvenimento: Philip, di fronte all'ennesima avance di Al, prende un'accetta, trucida il suo spasimante e ne getta il cadavere nel fiume Hudson.
Una ricostruzione molto simile alla realtà. Con qualche sostanziale differenza, tuttavia. Lucien uccise David con un coltello da boy scout, non con un'accetta. Nel libro, inoltre, Carr, con i vestiti ancora insanguinati, si rivolge sia a Ryko/Kerouac che a Dennison/Burroughs ed entrambi, come realmente accadde, lo convinsero, in un modo o nell'altro, a costituirsi. Ma nella vita reale, a differenza di And the Hippos, Kerouac aiutò Lucien anche a sbarazzarsi dell'arma del delitto. E pochi giorni dopo l'omicidio - manca anche questo nel libro - sia l'autore di Sulla Strada che Burroughs vennero arrestati dalla polizia, perché coinvolti nella vicenda e considerati testimoni oculari importanti. William si fece pagare la cauzione dal padre e uscì subito di galera, lo stesso non fecero i genitori di Jack. Che per tornare in libertà, seppur provvisoria, non ebbe altra soluzione se non quella di sposare in carcere la sua ragazza Edie Parker. E farsi pagare la cauzione dai suoceri.
Una tragica esperienza che, alla vigilia dell'esplosione Beat, segnò per sempre i due scrittori e la loro generazione letteraria. Burroughs, scioccato dall'omicidio, si diede alla morfina per dimenticare. Per quanto riguarda Kerouac, invece, oltre a The Hippos, anche il suo primo romanzo di spessore La Città e la Metropoli (1950) conta tra i protagonisti Carr e Kammerer, stavolta con i rispettivi pseudonimi di Kenneth Wood e Waldo Meister. Ma se qui la morte di quest'ultimo viene sbrigata dalla polizia come un caso di suicidio (Meister cade nel vuoto curiosamente dalla finestra dell'appartamento di Wood), nella sua successiva opera Vanità di Duluoz del 1968 i fatti sono nuovamente presentati in una veste omicida. Lo stesso Allen Ginsberg, tra l'altro, aveva già iniziato un romanzo ispirato alla vicenda dal titolo The Bloodsong (La canzone insanguinata), subito dopo il delitto del fiume Hudson. Ma poi rinunciò all'idea persuaso dal suo tutor della Columbia University - dove Carr era studente - per non infangare pubblicamente il buon nome dell'università.
E che ne fu dell'omicida Carr? Passò solo due annetti in galera, poi uscì, mantenne saldi i suoi rapporti con Kerouac (fu anche il suo testimone di nozze con la seconda moglie Joan Haverty) e cominciò a lavorare per l'agenzia di stampa United Press International, dove fu protagonista di una brillante carriera (vagamente profetizzata dalle ultime righe nel romanzo di Burroughs-Kerouac). È stato lui che, fino a quando è rimasto in vita, ha ostinatamente ostracizzato l'uscita di And The Hippos per preservare la sua carriera e non fare del suo incubo giovanile una ricorrenza senile. Quando però morì nel gennaio 2005 dopo una lunga malattia, cadde anche l'ultimo ostacolo per la pubblicazione dell'opera.
Opera che, tuttavia, ebbe non poche difficoltà di pubblicazione anche prima del veto di Carr. Nessun editore infatti era interessato al romanzo di questi due sconosciuti esistenzialisti su un omicidio omosex. Nonostante le reazioni di facciata delle case editrici fossero: «Oh sì, avete talento. Siete degli scrittori!». Tutto fumo. Ma del resto, ricordava William Burroughs al suo biografo Ted Morgan a metà degli anni Ottanta, «a posteriori, non vedo perché avrebbero dovuto pubblicarcelo. Non aveva appeal commerciale. Non era abbastanza sensazionale. Da un punto di vista strettamente letterario non era ben scritto, né era originale abbastanza. Era di genere estremamente esistenzialista, era roba che ancora non andava in America». Qui Burroughs, nonostante un curriculum psichedelico (in primis Pasto Nudo), non poteva scrivere nulla di più lucido. And the Hippos Were Boiled in Their Tanks è infatti un'opera più giovanile che mai: acerba, lineare, stantia, a sprazzi vivace, ma spesso disorientata. Ma soprattutto è orfana di quella verve sinestetica e di quella prosodia bop che esploderà nei successivi lavori di Burroughs e Kerouac, da Junkie - La scimmia sulla schiena al semitestamento di Big Sur, dove anche la morte ha un colore inconfondibile.

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 30/08/2009

«Massacra il gay» I comandamenti della Murder Music

NOTE DISCRIMINATORIE. Dalle piazze ai palchi, da Eminem a Fabri Fibra. L'omofobia coinvolge anche la musica, persino il reggae di Bob Marley. Con la sua Giamaica culla di artisti anti-omo.

Qualche tempo fa Povia, il cantante ex-cocainomane, ex-scapestrato ma che poi si è dato una regolata in chiave family day, era riuscito ad infiammare tutti gli omosessuali d'Italia con la sua Luca era gay. Nell'ultima edizione di Sanremo - dove però si è assisitito ad una esplosione di effusioni omosex - il cantautore milanese s'era beccato le migliori offese, incluso quella di aver composto una canzone «omofobica».
In realtà, nel mondo della musica mondiale, c'è di peggio. C'è l'ironia macabra, certo, di alcuni testi, vedi la band iperribelle Green Day («uccidi tutti i froci che non sono d'accordo», dall'antiBush American Idiot). Ma ci sono anche cantanti e band che, al contrario, promuovono insistentemente e volontariamente messaggi omofobici. Che, il più delle volte, provocano reazioni di sdegno e vergogna in giro per il mondo. Ma che purtroppo, nell'ambito dell'ondata antigay che è esplosa recentemente in Italia, hanno anche molti fan, a volte ignari dello spettacolo (ignobile) al quale stanno assistendo.
Una corrente musicale che oramai da anni viene costantemente messa sotto accusa dalle associazioni per i diritti degli omosessuali di tutto il mondo è quella del Raggamuffin. Un sottogenere giamaicano della dancehall e dello storico reggae che la leggenda Bob Marley ha diffuso in tutto il mondo, fricchettone-pacifista e non. Ma oggi non è raro che diversi musicisti del Raggamuffin, tutti giamaicani, inneggino invece esplicitamente all'odio omosessuale, come Beenie Man («sogno una nuova Giamaica, dove tutti i gay vengano uccisi») Elephant Man, Bounty Killer, Capleton, Buju Banton. Quest'ultimo, proprio qualche giorno fa, si è visto annullare per l'ennesima volta un intero tour americano - da Los Angeles a Philadelphia - dopo le numerosissime telefonate e mail di protesta ricevute dagli organizzatori di Live Nation e Aeg. Ma Banton era già finito nell'occhio del ciclone, precisamente nel 1988, per la sua hit Boom Bye Bye. Nella quale si incita a bruciare, sparare in testa e gettare acido sul volto dei gay. Ma Buju dalle parole passò anche ai fatti nel 2004, quando in Giamaica partecipò al pestaggio di sei omosessuali a Kingston.
Insomma, Giamaica come terra di omofobia. L'isola di Bob Marley è stata spesso definita, dal Time incluso, uno dei posti più pericolosi per gli omosessuali per diverse motivazioni. Sia per fattori religioso-rastafariani, che considerano le relazioni gay uno scempio della natura. Sia per questioni legislative: in Giamaica infatti non è riconosciuto nessun diritto agli omosessuali, ma anzi, se due uomini vengono beccati a fare sesso (ma curiosamente non due donne) vengono spediti direttamente in carcere. E fuori le cose non vanno certamente meglio. Basti pensare che un sondaggio di fine 2008 accertava che il 70 per cento dei giamaicani considerava illegittimo che gli omo avessero gli stessi diritti degli etero.
La musica di Banton, Capleton e company è stata definita "Murder Music" dalle associazioni pro gay, in primis dall'influente britannica Outrage! dell'ex Labour e giornalista del Guardian Peter Tatchell. Che ha lanciato, tra l'altro, anche la campagna "Stop Murder Music", fomentando il boicottaggio di tali cantanti antigay. Ma, azioni di disturbo a parte, Tatchell e compagni nel 2007 hanno raggiunto un grande risultato, ossia far firmare a diversi musicisti giamaicani sotto accusa, vedi Beenie Man, Capleton e Sizzla, il Reggae Compassionate Act. Un impegno a non promuovere alcuna forma di omofobia in pubblico. Uno sforzo poi rivelatosi in (gran) parte vano: alcuni, come Elephant Man e Bounty Killa, hanno rinunciato a sottoscriverlo. Altri, vedi Beenie o lo stesso Banton, l'hanno firmato ma poi lo hanno rinnegato.
Ma a parte gli strozzagay giamaicani, anche altri generi della musica mondiale sono spesso finiti sotto accusa per passaggi poco gentili nei confronti degli omosessuali. Vedi la band hardcore americana Bad Brains, che nell'album Quickness (1989), definì l'Aids, alla maniera di qualche pastore evangelico Usa, «una cura per l'omosessualità». Oppure l'attore, modello e rapper americano Marky Mark - ultimamente visto in The Fighter - o ancora Axl Rose e i Guns N' Roses, nel mirino per la canzone One in a Million del 1988 dove si parla apertamente di «froci», oltre che di «negri» - Rose rispose che i suoi idoli erano due sui generis come Freddie Mercury e Elton John. Senza contare le accuse al rap e all'hip-hop, spesso non teneri nei confronti dei gay. Un esempio italiano è Fabri Fibra con la sua Solo una botta («questo gay mi si avvicina quindi io gli volto le spalle, ma 'sto gay mi tocca le palle io mi scanso verso l' uscita») che scatenò l'ira dell'Arcigay. E, restando in genere, che dire di Eminem, con «vi rompo il culo froci di merda» (tratto dalla sua Marshall Mathers)? Lo stesso attivista Tatchell non esitò a rispondere pan per focaccia al rapper di St. Joseph, commentando il suo modo di agire e di vestire: «Ma non sarà Eminem la checca?».

Antonello Guerrera

da Il Riformista, 03/09/09

Back to Black&White


Hi folks (huh, is there anyone out there following my ramblings?)!

I am back, sorry for my negligence so far, I have been away for a long while indeed. Anyway...here we go, I'll start posting my pieces and ideas again, hope not in vain. Get a glance, if you feel like, I'll have a stance, with or without a mike!

A.G.

Friday, July 17, 2009

Superman, Flash e i 99 eroi islamici Unione possibile?




TEAM-UP. La Dc e la kuwaitiana Teshkeel progettano una miniserie a fumetti che vedrà i giustizieri “infedeli” combattere al fianco di quelli arabi. Tutti uniti contro il male. Ma il sodalizio tra la vamp Wonder Woman e l’eroina col burka Batina instilla dubbi tra i musulmani. Mentre dagli americani partono accuse contro l’editore Usa: «Avete già dimenticato l’11/9».

La parola team-up, nel mondo dei fumetti, ricorre più o meno frequentemente. Nella fattispecie, il team-up è l'incontro-scontro tra due o più supereroi di obiettivi ed estrazione (spesso) differenti. Che siano di editori ed universi a sé - come Zorro e Dracula - o combacianti - vedi l'Uomo Ragno e i Fantastici Quattro della Marvel) - conta poco. Ma dopo qualche scaramuccia/scazzottata i due supereroi capiscono che l'unione fa la forza e sodalizzano contro il male. L'idea di fondo dell'ultima trovata dell'americana Dc Comics e della Teshkeel Comics con sede in Kuwait - ma pregna di autori occidentali - va oltre. Ossia unire in un'edizione speciale i principali personaggi creati dalle vignette della Dc - tra i quali Superman, l'uomo pipistrello Batman, l'avvenente Wonder Woman e la freccia Flash - ai "99" supereroi islamici della Teshkeel, di grande fama nel mondo arabo. Un team-up interreligioso dove però tutti, nonostante i credi differenti, saranno buoni e uniti. La pubblicazione di questa miniserie dovrebbe avvenire nel giro di un anno. E Paul Levitz, presidente ed editor della Dc, ha già sottilineato il momento storico per il mondo dei fumetti: «Si tratta di un progetto multiculturale mai sperimentato prima, abbiamo una lunga tradizione di supereroi che sono stati importati nei paesi arabi, assumendo nel passaggio tratti del paese di arrivo, ma qui siamo un passo più avanti».
I 99 eroi musulmani che andranno a fare squadra con i più famosi Superman e compagni (che una volta formava la "lega della giustizia") sono nati fumettisticamente nel maggio 2006 in Medio Oriente e sono sbarcati in America un anno dopo. Oggi vendono circa un milione di copie l'anno nel mondo arabo, ne verrà ricavato un film (la Endemol l'ha già prenotato) e a marzo è stato aperto il primo dei cinque parchi giochi a tema, progettati in Kuwait. I protagonisti dei 99 non sono affatto estremisti, neanche kamikaze, ma si appellano esplicitamente a valori tipici del mondo islamico. 99 è una cifra potenziale, visto che sinora ne sono stati svelati 23. Seppur creati con l'obiettivo di intrattenere un pubblico multireligioso, pregano e leggono il Corano. E i loro nomi si rifanno proprio ai 99 nomi di Dio citati nel libro sacro dei musulmani. Ma, siccome non possono paragonarsi ad Allah, sono mortali, con tutti i relativi pregi e difetti. E i loro nomi sacri sono senza il prefisso "Al", esclusiva del Dio musulmano: così si presentano come Jabbar ("Colui che costringe al Suo volere"), Raqib ("Colui che veglia") e via dicendo. Non indossano maschere, non hanno identità segrete: si tratta di supereroi normalissimi che però acquistano poteri straordinari dopo aver toccato alcune gemme di potenza e saggezza.
Ma anche nei 99 c'è l'eccezione mascherata. Ossia l'eroina Batina (dall'arabo "batin", invisibile), che indossa un burka nerissimo, ricamato d'oro. E qui, dopo l'ipotesi team-up, sorge un dubbio. Come potrà mai combattere Batina al fianco di una vamp come Wonder Woman? E quest'ultima, quale reazione potrebbe suscitare tra i lettori musulmani? In attesa di notizie livorose dall'Asia e dintorni, alcuni fan americani, poco compiacenti verso il mondo islamico, già si sono scagliati contro la Dc (sul suo sito), in pieno rigurgito 11/9. Uno su tutti: «Grazie Time Warner (il gruppo multimediale cui fa capo la Dc, ndr) per mostrare a tutti da che parte state. A questo punto posso anche aggiungervi nella lista delle compagnie codarde che hanno dimenticato l'Undici Settembre».
Trovare un flebile punto d'incontro tra i supereroi occidentali e islamici non sarà sicuramente facile. La sfida pare più ardua di quella degli anni Settanta, quando la Marvel creò diversi super-eroi pro minoranze (etniche e sessuali): dal nero del ghetto Luke Cage al sovrano africano, monarca ma democratico, Pantera Nera, dal cinese-newyorkese Shang-Chi, il maestro del Kung Fu, a Spider-Woman, per dare anche al mondo dell'uomo ragno la sua quota rosa. Perfino il rilancio degli X-Men, a firma di Chris Claremont, passò per una nuova e tormentata formazione del gruppo più politically correct che contava un indiano, un russo (poi gay, si è scoperto), un sofferente tedesco, un'africana e un canadese. Ma Naif Al-Mutawa, presidente della kuwaitiana Teshkeel, getta acqua sul fuoco per mezzo del Guardian: «Dal primo giorno lavoriamo insieme (alla Dc, ndr). Il nemico non siamo noi, il nemico è la paura. Magari potremmo aprire la serie con i supereroi, di ambedue le parti, che assistono al discorso di Barack Obama al Cairo, con le loro reazioni differenti. Ci sono molte possibilità». Tante quante le responsabilità che, da parte islamica, peseranno sulle spalle dei creatori dei 99, tra cui Fabian Nicieza, Stuart Moore, June Brigman, Dan Panosian e Monica Kubina. I loro curricula culturalmente meticci, tutti con esperienze pregresse in Marvel e Dc Comics, infondono fiducia nel complesso progetto fumettistico. Ma lo stesso Mutawa la dice lunga sull'impresa che attende editori e disegnatori: «È difficile avere una cultura fumettistica nel mondo arabo, perché qui un sacco di roba non arriva o viene censurata. Trattare alcuni temi, vedi la magia, non è proprio permesso».


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 07/07/2009

Saturday, July 4, 2009

Epopea Sex Pistols, c'è del marcio in Uk

JULIEN TEMPLE. Torna in dvd il film sulla scandalosa band inglese. Un'onda punk che travolse la Regina, l'establishment e milioni di teenager.


Cosa può spingere Isbn edizioni a pubblicare The Filth and the Fury in dvd, ovvero il secondo film (datato 1999) del regista Julian Temple sulla scandalosa parabola della band Sex Pistols dopo il primo tentativo con The Great Rock and Roll Swindle? La crisi, ovviamente. Economica, ma soprattutto morale. Quella del Regno Unito degli ultimi anni 70, squartato da scioperi di ogni tipo, rivolte sociali, eserciti di clochard-zombie e candido razzismo postvittoriano, partorì cinque mostri punk che misero a ferro e fuoco i palchi, ma soprattutto l'establishment della Corona. Il "marcio" Johnny Lydon "Rotten", Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock - poi sostituito per due anni esplosivi dalla cattivissima leggenda di Sid Vicious - incrinarono ogni formalismo d'oltremanica, sfoderando una violenza cerebrale e culturale senza precedenti contro le convenzioni sociali Brit - emblematico il loro vessillo Anarchy in the UK. Sino a sfidare clamorosamente la Regina e i sudditi durante il Giubileo d'Argento con l'inno nazionale alternativo, l'ultraoltraggioso God Save the Queen, secondo cui Elisabetta è un gerarca fascista e l'Inghilterra ha no future.
Anche se non è affatto un inedito, quello di Temple è un eclettico documentario da riscoprire, che svaria dai cartoon alle pubblicità d'epoca, inframezzati da sketch del mito tutto anglosassone di Riccardo III - puro rigurgito letterario dello "storpio" Johnny Rotten. Nel tentativo di colmare gli iati di The Great Rock & Roll Swindle - da molti considerato troppo incentrato sul controverso manager della band Malcolm McLaren -, il regista fa raccontare i Sex Pistols dai Sex Pistols, tramite folte interviste-silhouette ai componenti del gruppo ed eccezionali filmati d'epoca. Temple realizza un lavoro assolutamente godibile, di facile lettura ed immedesimazione, e nella sua parabola punk rock ci infila di tutto: dal Vicious sfatto e sfregiato che sermoneggia con una svastica sulla t-shirt, a quello devastato dopo il carcere e l'uccisione della ragazza, la spudorata Nancy Spungen; dalle vite rancide di Rotten & Co. alla loro oltraggiosa apparizione in tv da Bill Grundy, dopo la quale l'Inghilterra prima provò ad esorcizzarli, per poi disprezzarli con tutta la saliva possibile - «se ci uccidessero, 56 milioni di nostri connazionali sarebbero contenti», dirà Rotten.
The Filth and the Fury - già Oscenità e Furore alla prima uscita in Italia - è un enciclopedico bignami per capire come e perché i Sex Pistols hanno (mal)formato una certa cultura giovanile del globo, fecondando il punk in Inghilterra dal biennio '76-'77 e travolgendo tutti e tutto, anche il movimento stesso, poi risucchiato dall'establishment perché diventato molto fashion. E lo scenario prethatcheriano di quegli anni ci appare come un anacronistico makeup dei nostri tempi/spazi: poveri in miserabile crescendo, laburisti che hanno perso ogni controllo della classe operaia, razzismo imperante nelle periferie. «Da questa spazzatura nascono i Sex Pistols» che ci racconta Temple. Provocatori, rissosi, inqualificabili gargoyle asociali che erodono l'«ipocrita» tessuto convenzionale inglese, dalla putrida spazzatura della strada a Buckingham Palace, capaci di relazionare la cultura bassa con quella alta, «come faceva Shakespeare» - azzarda Temple nell'interessante libretto allegato al dvd. Che sostiene criticamente e concettualmente il film, con contributi firmati Hugh Barker, Marco Philopat e Temple stesso.
Temple che, come nel suo film precendente, chiosa la leggenda giovanile della band con l'ultimo concerto a San Francisco, sotto gli occhi di Fbi e Cia. Quella sera sul palco i Sex Pistols, tra innumerevoli lanci di bottiglie ed immondizia affine sul palco, suonarono una sola canzone: la cover degli Stooges di Iggy Pop No Fun. Tradotto: nessun divertimento. Poi Rotten prese il microfono e infilzò il pubblico: «Avete mai avuto l'impressione di essere stati imbrogliati?». Il resto, almeno sino alle reunion della band dal '96 in poi, fu silenzio.

THE FILTH AND THE FURY
Julien Temple
Isbn, libro 48 pp. + film 108 min., euro 17,50


Antonello Guerrera

da Il Riformista, 27/06/2009


L'Inghilterra censura i segreti di Hayman

INSIDER. Ritirata l'opera del vice dell'ex capo della polizia Ian Blair. Dalle strategie antiterrorismo all'omicidio De Menezes sino a Litvinenko. Memorie forse troppo scomode dopo le stragi del 7/7.

Una vicenda che rasenta l'assurdo. Ma che, allo stesso tempo, pare nascondere qualcosa di grosso. The Terrorist Hunters, il freschissimo libro dell'ex capo della sezione antiterrorismo di Scotland Yard Andy Hayman, è stato frettolosamente ritirato dagli scaffali delle librerie britanniche a poche ore dalla sua pubblicazione. Un tomo basato sull'esperienza personale di Hayman alle prese con la minaccia fondamentalista islamica che colpì il cuore di Londra il 7/7 del 2005. Un racconto da insider di lusso che però pare abbia coinvolto aspetti che dovevano rimanere nell'ombra. Perché il motivo del ritiro del libro dai negozi e dai distributori online come Amazon non lo sa nessuno. O meglio. Nessuno lo vuol dire.
Il provvedimento censorio, nonostante fossero già state prenotate 2500 copie, è stato deciso in tutta fretta dall'Attorney-General Baroness Scotland of Asthal nella notte tra mercoledì e giovedì. Le motivazioni però, come ha sentenziato l'Alta Corte, saranno fornite soltanto la settimana prossima. Lo stesso autore Hayman ha dovuto tacere sulla vicenda per ragioni legali. E allo stesso modo anche la bocca della casa editrice Random House, che ha pubblicato The Terrorist Hunters (trad. "Caccia ai terroristi"), è rimasta cucita.
Ora la domanda è: quale sarà mai il frutto proibito del diario politico di Hayman che ha generato la sua frenetica ritirata dal mercato inglese? Diversi contenuti di The Terrorist Hunters erano già filtrati nelle scorse settimane, compresi alcuni estratti pubblicati sul Times - del quale Hayman è un'autorevole firma. La materia è scottante. Nel suo libro il responsabile dell'antiterrorismo di Scotland Yard - dimessosi, sbattendo la porta, nel dicembre 2007 - critica senza mezze misure la gestione governativa dell'emergenza estremistica, attaccando soprattutto la Cobra (Cabinet Office Briefing Room A). Un organismo straordinario del governo inglese per contrastare ogni minaccia seriale, dall'influenza aviaria alle bombe nella metropolitana, che viene però disintegrato dalla prosa di Hayman: una commissione «inutile», «controproducente», un'accozzaglia di "esperti" vanesi, profondamente influenzata dalla politica e dalla sua incapacità pratica nel combattere il terrorismo.
Ma le sue frecciate non finiscono qui. Hayman racconta la parabola del capo di Scotland Yard Sir Ian Blair (di cui era il vice), «scaricato» dal neosindaco di Londra Boris Johnson, e dimessosi lo scorso ottobre per le accuse di razzismo, uso illecito di fondi pubblici e per il caso De Menezes, il brasiliano scambiato per terrorista e ucciso in metro per errore dalla polizia nel luglio 2005. Altro mistero analizzato in The Terrorist Hunters mediante numerosi retroscena, vedi il racconto di Hayman e Blair che si apprestano ad affrontare una spinosissima conferenza stampa dopo il misfatto e con il primo che commenta sul secondo: «Non riuscivo a credere a quello che Blair disse su De Menezes».
E poi la «folle» gestione, da parte di Scotland Yard, di fondi e risorse per la sicurezza. Hayman ricorda come si tendesse a tirare la cinghia quando, al contrario, ci sarebbero voluti molti più poliziotti ed agenti in borghese nelle strade britanniche dopo i tragici attentati terroristici. Ultimo, ma non per ultimo, il libro esamina anche il misterioso omicidio al polonio della spia russa Litvinenko, il quale coinvolse pubblicamente il presidente Putin anche per l'uccisione della giornalista Anna Politkovskaya.
Pare tuttavia che The Terrorist Hunters fosse già passato al vaglio, almeno sette giorni fa, di Attorney General, Cabinet Office e Crown Prosecution Service, ossia l'organismo che decide quali casi devono essere giudicati in tribunale. In quell'occasione, tuttavia, non fu ravvisato nulla che potesse giustificare una frenetica censura del libro, quantomeno temporanea. Ma già la settimana scorsa Sir Paul Stephenson, l'erede di Ian Blair a Scotland Yard, aveva giudicato «sorprendente» il fatto che una copia di un libro simile non fosse mai stata sottoposta alla sua analisi prima della pubblicazione.
Il mistero, al momento fittissimo, continua ad aleggiare tra i sotterranei della sicurezza britannica, in tempi già critici vista la contemporanea inchiesta sulla guerra in Iraq. Un mistero che, tuttavia, ricorda un episodio molto simile accaduto ben 24 anni fa. Quando Spycather, ossia l'autobiografia dell'ex agente dei servizi segreti MI5 Peter Wright, venne letteralmente bandito dall'Inghilterra thatcheriana fino al 1987. In quell'occasione i giornali non esitarono a definire la situazione farsesca. Oggi, a leggere i commenti delle testate oltremanica, la giustizia britannica pare tornare sui suoi passi. Falsi.

Antonello Guerrera
da Il Riformista, 04/07/09